Vincenzo's Paper

Crediti: UnBilgi

Halima Aden, la modella musulmana abbandona il mondo della moda per rispettare il suo credo religioso

La bellissima modella musulmana Halima Aden ha da poco annunciato di abbandonare l’industria della moda poiché quest’ultima l’avrebbe obbligata a compromettere il suo credo religioso. Halima ha da subito fatto molto scalpore nel mondo della moda in quanto prima modella nel mondo ad indossa l’hijab nelle varie campagne fotografiche, tra cui copertine di Vogue Arabia, British Vogue e Allure. Lei stessa ha deciso di comunicare questa sua decisione tramite stories di Instagram, in particolare la sua intenzione di poter essere “la vera Halima”, una donna che quindi non compromette ciò in cui crede per più soldi o notorietà, “sono i brand ad aver bisogno di noi [per dare più rappresentatività all’hijab come indumento religioso e non solo], non il contrario”. Nelle varie stories ha anche riportato vari esempi in un cui ha sì indossato il velo per i photoshoot, ma non nella maniera canonica pensando di mandare un messaggio più forte, rivoluzionario, moderno, ma così non è stato dato che, con il senno di poi, la Aden ha affermato di non essersi mai sentita a suo agio in realtà, “ho dovuto fare questi errori per essere l’esempio di cui vi sareste potuti fidare tutti. Ricordatevi che non ho avuto nessuno prima di me che mi abbia spianato la strada quindi sono errori fatti per imparare una lezione. Sono stata brava, ma non è stato abbastanza. Dobbiamo avere queste conversazioni così da poter cambiare il sistema”. La modella ha poi incitato più volte i suoi seguaci a vincere “on your own terms”. Ed è proprio questo il messaggio essenziale di questa vicenda: essere sempre se stessi e credere fortemente in ciò che siamo e che potremmo diventare. La decisione che ha preso Halima inoltre dovrebbe essere un campanello d’allarme per l’industria della moda a fare di meglio e ad essere più inclusiva nei giusti termini e quindi pur di non cancellare o mancare di rispetto al bagaglio culturale o religioso di un* modell*.

Fonte: pagina di The Crown su Facebook

The Crown torna con la quarta stagione: verrà raccontata la storia di Lady D

È uscita proprio oggi la quarta stagione della celebre serie tv The Crown, un prodotto originale Netflix. La serie ripercorre le tappe più importanti, senza tralasciare gli eventi meno conosciuti ai più, della storia della Royal Family. Tra scenografie con ricreazioni pazzesche delle residenze reali e costumi studiati nei minimo dettagli e una regia fortemente caratterizzante non a caso questo è una delle serie più conosciute e seguite della piattaforma streaming. Ovviamente non si può non citare l’attentissima selezione del cast: tutti gli attori somigliano tantissimo ai personaggi che vengono da loro interpretati e, come se non bastasse, è proprio la loro ottima interpretazione che rende memorabile ogni singolo fotogramma di questa serie. Tra gli attori troviamo grandi nomi come Claire Foy, che interpreta la Regina Elisabetta II fino alla seconda stagione, poi sostituita con un altro grande nome nel panorama Hollywoodiano, Olivia Colman. Da non dimenticare Helena Bonham Carter che recita la parte della principessa Margaret, la sorella della Regina nella terza e quarta stagione, o ancora Tobias Menzies (Duca di Edimburgo, il marito della Regina, terza e quarta stagione), Josh O’Connor (Principe Carlo, figlio della Regina). Nella stagione attuale uno degli eventi trattati è quello che attendevano con fervore tutti i fan della serie: la nascita della relazione tra Carlo e Diana. Quest’ultima è interpretata da Emma Corrin che a livello estetico risulta quasi identica alla giovanissima Lady D.
Acclamata dalla critica, la serie, dal 2017, fino ad oggi ha ricevuto numerosi riconoscimenti, ricordiamo tra questi: 3 Golden Globes, 3 Emmys, 1 Satellite Award come migliore serie drammatica, 4 SAG Awards, 1 BAFTA a Vanessa Kirby (nella prima e seconda stagione recita la parte delle principessa Margaret da giovane) per la categoria migliore attrice non protagonista. A quanto pare poi, secondo i quotidiani inglesi, la vera Regina ha guardato la serie su consiglio del suo figlio minore, il principe Edward e si dice che le sua piaciuta, nonostante abbia disprezzato la rappresentazione un po' troppo "ruvida" secondo lei del rapporto tra Filippo e il figlio Carlo, in particolare il punto in cui *SPOILER ALERT*

quest’ultimo, ancora bambino, venne mandato a scuola in Scozia. Ma la serie certamente continuerà ad essere raccontata con o senza l’appoggio della Regina, infatti è stata stabilita una quinta stagione e molto probabilmente anche per una sesta e conclusiva stagione. Ci auguriamo che sia così essendo un prodotto realmente di qualità e che riesce a proporre puntate sempre più mozzafiato ad ogni stagione. Nel caso vi abbiamo incuriosito, auguriamo anche a voi una buona visione!

Fonte: usatoday.com

#FreeBritney, la saga legale continua

Vi ricordate quando vi abbiamo parlato del caso #FreeBritney? Oggi vi daremo qualche essenziale aggiornamento perché ovviamente sta continuando il processo riguardo la conservatorship, la forma di tutela che è stata imposta a Britney Spears, la star del pop di fama mondiale, nel 2008 dopo il breakdown pubblico e i problemi di salute sta continuando. Al momento si sono raggiunti dei traguardi importanti, anzitutto nella contesa è stata accolta dal giudice la richiesta fatta dall’avvocato di Britney, Sam Ingham, di espandere il numero di persone che si occupa della tutela legale e finanziaria affinché Jamie (il padre di Britney) non abbia il controllo assoluto. Consideriamo questa notizia come buona anche perché  ciò significa non solo avere più possibilità di trovare strategie per vincere la causa, ma anche riuscire a fornire la corretta rappresentanza alla cantante stessa dato che a detta di Ingham non ha le facoltà mentali adatte per presenziare al processo attivamente. Inoltre ieri c'è stata un'altra udienza per il caso nella quale il giudice Brenda J. Penny ha deciso di accogliere la richiesta di Britney di scegliere il suo legale. Il padre durante l'udienza in questione ha continuato ad opporsi, ma il giudice ha annullato la sua richiesta. Nel frattempo, il movimento social #FreeBritney continua giustamente ad impazzare sui social soprattutto ultimamente poiché si sta cercando di sensibilizzare la corte a rendere pubblici gli atti del processo così da far conoscere la verità a tutti. Purtroppo la richiesta ancora non è stata accolta essendo veramente poco favorevole per le tasche di Jamie Spears, ma si spera che la situazione possa prima o poi migliorare dato che per come stanno messe attualmente le cose dal punto di vista legale Britney potrebbe rischiare di rimanere sotto la conservatorship per tutta la vita.

Fonte: sanmarinortv.sm

Achille Lauro ritorna con 'Maleducata', parola d'ordine: libertà

È finalmente tornato con uno dei suoi singoli più provocatori e belli, Achille Lauro. Il suo nuovo singolo è Maleducata ed è l’apripista della nuova era con la riedizione del suo album di successo 1969 (in cui troviamo alcuni dei suoi pezzi migliori come Me ne frego, Bam Bam Twist, 16 Marzo). Il nome della riedizione presenta quella che il cantante stesso ha definito come “rinascita” nel suo alter ego “Achille Idol”. Maleducata invece è anche la canzone principale della colonna sonora della nuova stagione di Baby, popolare serie tv Netflix oltre a essere un prodotto tutto italiano. A rendere questa canzone, che Lauro ha definito “soft porno”, un immediato successo non è solo la forte carica sensuale e fuori dai canoni del testo o il beat pazzesco e catchy creato dai fedelissimi collaboratori del cantante (Gow Tribe, Frenetik&Orang3), ma il video musicale. Il cantante presenta nella forma più genderfluid e iconica possibile il personaggio che ha tanto fatto scalpore da Sanremo in poi. Troviamo lui in tacchi, truccato con il corpo quasi completamente avvolto da una maglia a rete, oppure in drag circondato da ragazz* bellissim*, anche loro in drag o con il vestiario tipico del mondo BDSM, che come lui esprimono appieno sicurezza di se, libertà di esprimersi in maniera assoluta, senza le barriere o i tabù che vuole imporre l’eccessivo tradizionalismo di una società che vede questo tipo di espressioni artistiche come qualcosa di cui vergognarsi o da nascondere. Lauro distrugge tutto ciò e, come se non bastasse, continua a sorprendere mostrando il suo ennesimo asso nella manica: il talento nella pole dance. In sostanza, Maleducata è l’ulteriore scossone che parte dal mondo dell’arte per continuare a sensibilizzare tutti sull’esistenza e il bisogno di riconoscimento della comunità LGBTQ+, soprattutto in assenza di una giusta ed equa rappresentanza politica. Perciò oserei dire che ne avevamo veramente bisogno.

Tutto ciò che bisogna sapere sul primo libro scritto da Lady Gaga

È uscito il 22 Settembre "Channel Kindness: Stories of Kindness and Community” il nuovo libro pubblicato da Lady Gaga e da sua madre Cynthia Germanotta, insieme alla Born This Way Foundation (organizzazione senza scopo di lucro creata dalla cantante per aiutare i giovani più bisognosi in vari contesti). Più che libro potremmo definire questo una raccolta di storie motivazionali che parlano di giovani che sono riusciti ad affrontare le avversità incontrate durante il loro cammino. Il titolo di questa raccolta presenta una curiosa connessione con l’ultima impresa discografica di Gaga, ovvero Chromatica e la parola chiave che lega il tutto è proprio “Kindness”. È la stessa cantante in varie interviste ad aver definito importante, ora più che mai, mandare al mondo intero (e quindi a grandi e piccoli) un messaggio di inclusività, amore e speranza: con Chromatica ha creato un nuovo pianeta dove regnano questi valori e una comunità che ci viene presentata nel video del primo singolo dell’album, Stupid Love, chiamata Kindness Punks. Probabilmente il “punks” dopo “kindness” sottolinea ancora di più quanto ultimamente, nel pianeta Terra, essere gentili, speranzosi sia diventata una vera e propria trasgressione. Ritornando al libro pubblicato dall’editore Palgrave Macmillan, sono state fortemente toccanti le parole che la cantante ha utilizzato durante un’intervista concessa a Good Morning America per la presentazione di quest’ultimo: “Questo libro riguarda il potere della benevolenza di raccontare la propria storia e riuscire a ispirare qualcuno o aiutare le persone a sentirsi meno sole”. La stessa Gaga ne ha fatta di strada per arrivare dov’è adesso, in effetti la sua storia non è poi così tanto diversa da quella che potrebbe vivere qualunque altra persona, noi inclusi. In particolare, durante l’adolescenza, ha raccontato di essere stata bullizzata “mi gettavano dentro il bidone della spazzatura dicendomi che fosse quello il mio posto, cercavano di dirmi che fossi spazzatura. Quando accadde rimasi lì immobile, non sapevo cosa fare, non riuscivo a reagire per difendermi e c’erano queste ragazze nella mia scuola che mi passavano davanti ridendo di me e alcune di loro erano mie amiche. È stato veramente difficile per me e non sapevo come difendere me stessa senza sentirmi imbarazzata perché mi facevano sentire come se non mi fosse permesso arrabbiarmi per ciò che mi facevano”. Non rimane che augurarle che il libro si riveli un successo e soprattutto che ispiri bambini, bambine e adulti di tutto il mondo per rendere questo un posto migliore e pieno di amore.

Cosa è brutto e cosa è bello, Gucci colpisce ancora

“Quando eravamo bambine, qual era la parola che usavi quando ti arrabbiavi con una amichetta? Sei brutta! Da piccole impariamo che non essere bella è la cosa peggiore che ci possa succedere” Voglio partire con questo spunto di riflessione fatta nel podcast indipendente della pagina Cara, sei maschilista per iniziare parlare di quello che Vogue definisce come “il caso Armine”. Armine Harutyunyan è la modella di cui tutti parlano ultimamente. Potremmo quasi definirla la nuova it-girl, purtroppo è diventata motivo di discussione per i motivi più assurdi: principalmente perché la gente pensa che sia brutta. Armine ha 23 anni, origini armene ed è una delle nuove muse ispiratrici di Alessandro Michele, il direttore creativo di Gucci. Chiunque segua un minimo questo brand e in particolare tutte le azioni che sta compiendo attraverso di esso il suo più recente direttore creativo, sa bene come la scelta dei volti che devono rappresentare lo storico marco italiano sia il più possibile realistica e inclusiva. Ricordiamo infatti come nella campagna pubblicitaria per il mascara L’Obscur sia stata fatta da Alessandro Michele la scelta assolutamente non convenzionale di rendere protagonista una modella con la sindrome di Down, Ellie Goldstein. O ancora dell’importantissimo progetto Chime For Change per sostenere l’uguaglianza di genere. Quindi tramite questi pochi esempi si può notare il grossissimo cambiamento che si sta tentando di portare in un mondo fin troppo esclusivo dove sembra contare unicamente la tua taglia e soprattutto “un volto che rispecchi i canoni”. Quest’ultima è la frase che la maggior parte delle persone che hanno commentato le foto di Armine (chi in maniera becera, chi in maniera più ragionevole tra mille virgolette) ha voluto ribadire. Va riconosciuta quindi la genialità di questa scelta che porta sul tavolo della discussione un argomento molto controverso e pieno di opinioni giuste o sbagliate che siano: cosa è bello e cosa piace. Nell’immaginario comune le modelle sono da sempre considerate come qualcosa di irraggiungibile, alcuni esempi: Naomi Campbell, Gigi Hadid, Adriana Lima, Bianca Balti. Tutti questi nomi però nel mondo Gucci non vengono presi in considerazione perché l’obiettivo è scuotere l’opinione pubblica sempre, far riflettere ed eventualmente far cambiare idea e quale modo migliore di farlo se non cercare di distruggere questi standard imposti da ormai non si sa chi? Armine ovviamente non è passata inosservata neanche per Vogue. Ebbene al giornale di moda per eccellenza piace Armine e in un articolo a lei dedicato leggiamo un pensiero interessante che riflette appieno lo spirito Gucci “Alessandro Michele ha ben presente la società contemporanea, e con le sue scelte creative, incluse le modelle, rimane fedele alla filosofia del filosofo francese Roland Barthes “Attraverso la moda la società si mette in mostra e comunica ciò che pensa del mondo”.

Crediti: actu.fr

Pride Month, la storia e perché si manifesta ancora

Giugno è in tutto il mondo un mese importantissimo per la comunità LGBTQ+, infatti viene definito “Pride Month”, ovvero “mese del pride”. Durante questo mese vengono in genere organizzati tantissimi eventi come proteste o flash-mob per sensibilizzare non solo la società, ma soprattutto gli enti statali che la comunità LGBTQ+ deve essere riconosciuta e quindi inclusa dal punto di vista legislativo. Quando si parla di “comunità LGBTQ+” si fa riferimento a donne e uomini gay, lesbiche, bisessuali, transessuali, ecc. Il fenomeno del Pride inizia parzialmente nel ‘65 con la nascita di alcuni movimenti per i diritti gay in America quando si venne a conoscenza del fatto che a Cuba vi erano dei campi di lavoro forzato per gli omosessuali. Questa notizia portò all'organizzazione di proteste presso la sede delle Nazioni Unite e di fronte alla Casa Bianca. Fu però il 28 Giugno del 1969 la data decisiva. Quel giorno a New York, precisamente allo Stonewall Inn (un locale inizialmente per soli uomini gay, ma poi venne aperto anche a donne e drag queen) iniziarono i cosiddetti “moti di Stonewall”: moti di rivolta molto intensi in cui gli attivisti e membri della comunità gay si sono scontrati contro la polizia che compievano continuamente delle retate nei locali frequentati dalla comunità omosessuale per arrestare i presenti con accuse di oltraggio come baciarsi o indossare abiti comunemente usati dal sesso opposto. La rivolta, in questo quartiere gay situato a Greenwich Village, durò quasi una settimana. Marsha P. Johnson è uno dei nomi essenziali legati a questa rivolta. Quest’ultima è una donna trans nera che lavorava come drag queen ed è nota soprattutto per la sua dedizione all’attivismo per i diritti LGBTQ+. Marsha viene generalmente indicata come una delle principali personalità che diede inizio ai moti (anche se lei negò ciò in un’intervista dichiarando che le rivolte erano già iniziate quando lei arrivò al locale). Ricordiamo anche che dopo le proteste fondò insieme a Craig Rodwell e Brenda Howardnel il Gay Liberation Front, un movimento che organizzò delle marce contro la persecuzione degli omosessuali, in risposta a ciò che accadde a Stonewall. Possiamo quindi affermare che l’obiettivo ultimo di questo periodo dell’anno è ovviamente la lotta per i pari diritti e il riconoscimento di un gruppo sociale che è stato e viene tuttora diffamato, discriminato e emarginato perché considerato “diverso” secondo gli standard sociali. Nonostante ciò, tutte le manifestazioni organizzate vengono denigrate perché sono considerate come delle “pagliacciate” o estremizzazioni vere e proprie organizzati da una “lobby” addirittura, senza minimamente considerare ad esempio che l’anno scorso l’Ilga (International lesbian, gay, bisexual, trans and intersex association) ha stilato una lista che conta 70 paesi in cui essere gay risulta essere un vero e proprio problema non solo per le discriminazioni, ma anche per la legalità. Ebbene sì, per chi non lo sapesse, purtroppo esistono paesi in cui essere gay, transessuale o lesbica è considerato illegale. In Mauritania, in Nigeria, in Somalia e in Sudan addirittura l’omosessualità è considerata un reato punibile con la morte. Come si può notare la strada per ottenere i diritti pieni e paritari è ancora molto lunga. Per quanto riguarda il nostro paese, in questi giorni si sta discutendo su un testo di legge contro l’omotransfobia che mette giuridicamente allo stesso livello la discriminazione per orientamento sessuale a quella razziale. Una legge che è in discussione da 24 anni tra modifiche e rinvii vari. In virtù di tutto quello di cui abbiamo parlato fino ad adesso, noi tutti, uomini e donne, gay e non, dovremmo riconoscere il problema e chiederci: come possiamo aiutare la causa nel nostro piccolo? Cito anche la comunità stessa in questo appello finale proprio perché anche all’interno di essa ci sono ancora persone che non conoscono la storia o i dati di cui abbiamo parlato qui sopra, spesso anche colpevoli di atti di discriminazioni (paradossalmente). Abbiamo voluto porre questa domanda a Victoria Wankinson, Drag queen Toscana che tramite i suoi social si è sempre distinta per parlare in maniera chiara, diretta e competente delle tematiche LGBTQ+ e dei problemi della comunità. La sua risposta: Diciamo che purtroppo ho sempre sentito da parte di alcuni componenti della comunità LGBTQ+ discorsi provenienti da un omofobia repressa. ALCUNE Lesbiche che fanno battute infelici sui Gay, ALCUNI Gay che fanno battute infelici su altri Gay e Lesbiche, ALCUNI Gay e Lesbiche che fanno battute infelici su persone Trans. È davvero un gran dispiacere, perché tutti noi combattiamo per i diritti e per la libertà di espressione, ma il 50% di noi è sempre pronto ad infangare l’altro. Spero davvero che la legge contro l’omofobia venga approvata. D’altronde, se non riusciamo a proteggerci tra noi, almeno facciamoci proteggere dall’esterno. E con questo mi riferisco anche a qualche associazione che ultimamente non è stata proprio corretta. Non prendetela come una frecciatina o shade perché nonostante sia una Drag Queen, lo shade non è il mio pane quotidiano.

Crediti: ecointernazionale.com

Perché le vite dei neri in America non contano

George Floyd. Breonna Taylor. Due nomi, due storie che rappresentano quella parte del sistema sociale, culturale, legislativo che in America non funziona affatto. Uno ucciso dopo essere stato soffocato dai poliziotti per il presunto utilizzo di una banconota falsa, l’altra uccisa dopo che i poliziotti sono riusciti ad avere un mandato “no-knock” (quindi senza l’obbligo di bussare e identificarsi) poiché sospettavano che lei e il marito avessero contatti con degli spacciatori di droga. A casa sua non vennero rinvenute sostanze illegali di alcun tipo. Chiunque ultimamente è venuto a contatto con ciò che sta accadendo in America e molti di noi hanno anche approfondito, informandosi, il motivo per cui le proteste questa volta sono state così intense. E il motivo è che le comunità di minoranza come in questo caso quella afroamericana vuole dire basta alle ingiustizie che da secoli subisce. Un sistema che ha permesso anzitutto il fenomeno dello schiavismo o la segregazione razziale e che adesso, complice anche l’influente politica populista e discriminatoria di Trump, porta ancora gli strascichi di questi fenomeni è un sistema che dal punto di vista umano ha completamente fallito. Venendo ad oggi, possiamo notare come le forze dell’ordine, figure che dovrebbero servire lo Stato per proteggere i cittadini, fanno tutto il contrario e molestano, picchiano e uccidono. Sì, proprio così: uccidono. Perché lo fanno? Per razzismo. È giusto specificare però che non è sempre così ovviamente, molte volte i poliziotti fanno anche il loro dovere e, a prescindere dalla etnia o dalla religione, catturano e quindi arrestano i veri delinquenti. Purtroppo il problema viene a porsi quando si nota uno schema assiduo che consiste, per buona parte delle volte, nel rendere la “razza” un vero e proprio fattore decisivo per l’arresto e/o l’uccisione di uomini/donne. È per questo motivo che da anni esiste e combatte l’associazione Black Lives Matter. No, non si chiama All Lives Matter come vorrebbero molte persone inconsapevolmente privilegiate nel momento in cui si approcciano alla causa. Qui non si tratta di fare differenza tra vite o di distinguere tra “morti di serie A” e “morti di serie B”. Semplicemente per quanto riguarda i fenomeni di cui vi ho parlato fino ad ora, in America in particolare, tutte le vite contano eccome, ma non quelle dei neri (idem  per le vite dei latini, dei membri della comunità lgbtq+). Fatto sta comunque che la storia e in questo caso le leggi e le azioni dei poliziotti hanno dimostrato che non hanno a cuore veramente le vite di un determinato gruppo di persone semplicemente perché diversi e quando si parla di “persone privilegiate” si sta parlando di coloro che non hanno mai subito un trattamento differente a causa della loro religione o colore della pelle. Riconoscere quindi il proprio privilegio e dare spazio alle voci che subiscono ciò che noi non potremmo comprendere totalmente sta alla base del sostegno che possiamo dare alla causa. Tornando il movimento BLM, sul loro sito leggiamo che venne creata nel 2013 dopo l’assoluzione dell’uccisore del diciassettenne afroamericano Trayvon Martin. Quest’ultimo aveva come unica colpa per George Zimmerman (l’agente che l’ha ucciso) quella di essere un individuo “sospettoso” all’interno di un market, tutt’ora non è stato spiegato per quale motivo. Si potrebbe essere sospettosi per un poliziotto per molti motivi: potrebbe aver visto che abbiamo provato a rubare in qualche negozio, ad esempio. Questo però non fu affatto il caso di Martin e nonostante furono molti i testimoni che dissero che il ragazzino non aveva assolutamente colpe, la giustizia ha preferito garantire l’integrità del suo assassino. Dopo ciò l’associazione è riuscita velocemente a farsi conoscere in tutto il mondo con la missione di sradicare la supremazia bianca e riuscire a costruire una rete di forza locale per intervenire nei confronti degli episodi di violenza compiuti contro le comunità Nere da parte dello stato e dei poliziotti. L’intenzione è anche quella di creare uno spazio dal punto di vista lavorativo, artistico, culturale e così via che celebri e migliori le vite dei membri della comunità. Ora più che mai è necessario anzitutto informarsi e mettere dei paletti tra le reali proteste che sono avvenute, quindi quelle pacifiche, alle quali hanno partecipato milioni di persone e gli atti di delinquenza come la distruzione e i saccheggi di negozi. Questi crimini sono assolutamente da condannare, ma l’azione di pochi individui non può e non deve mettere in cattiva luce la causa per la quale si sta combattendo da anni che si occupa di vite umane ingiustamente smorzate. Questi eventi inoltre non vanno percepiti come lontani da noi, legittimando così il disinteresse alla causa poiché si tratta di ingiustizie che, in modi diversi, succedono anche da noi in Italia, come in tutto il resto del mondo. Il razzismo è un fenomeno mondiale tutt’ora radicato nella società che deve smettere di esistere. Possiamo perciò iniziare a sostenere la causa sensibilizzando e informando chi ci sta intorno (amici, famigliari). Oltre a questo, chi ne ha la possibilità, potrebbe anche sostenere dal punto economico la causa e quindi dare un contributo essenziale ad essa. In sostanza, l’importante è informarsi e informare e donare se si può per riuscire a regalare al futuro un mondo migliore, senza ingiustizie o discriminazioni di alcun tipo. #BlackLivesMatter

Crediti: globalist.it


Giovanna Botteri, cosa deve insegnarci ciò che le è successo in questi giorni

Giovanna Botteri è la storica giornalista italiana di cui si sta discutendo molto in questo periodo. Il motivo che ha portato alla discussione però non è affatto nobile, ma ci arriveremo tra poco. Anzitutto è necessario specificare che Giovanna lavora per la Rai e al momento contribuisce per il nostro paese in maniera veramente essenziale essendo corrispondente da Pechino. Sin dalle prime messe in onda dei suoi reportage viene presa di mira da centinaia, se non migliaia, di persone che la prendono in giro per il suo aspetto. La sua colpa, per queste persone, quindi è quella di non presentarsi in diretta nazionale in maniera presentabile e quindi con “capelli più curati” o addirittura si parla di sostituirla con un volto più giovane. Secondo gli autori di questi tweet o post su Facebook quindi l’indice di professionalità della giornalista Rai si misura in base a questi parametri, senza pensare minimamente al lavoro che sta dietro ogni singolo reportage che viene fatto vedere. Ma questo non è un problema che si presenta per la prima volta nella storia della tv italiana, come dimenticare ad esempio gli insulti che troviamo sotto ogni video YouTube di Luciana Littizzetto, un personaggio storico della tv italiana, dove le viene detto di ritirarsi perché troppo vecchia o addirittura le si dà della poco di buono? O ancora tutte le volte che viene pesantemente presa in giro, anche da alcuni suoi avversari politici, la deputata italiana Laura Boldrini. Quest’ultima presa di mira principalmente perché esprime opinioni differenti e molto progressiste da quelle che ci propinano quotidianamente i rappresentanti di partiti che nei sondaggi attuali risultano in maggioranza. Questi sono solo pochissimi esempi di donne insultate perché semplicemente praticano il loro lavoro e perché riescono a distinguersi. Tutto questo poiché nella cultura della nostra società da una donna ci si aspetta una certa passività, il silenzio, non si può concepire che una donna possa avere successo al pari di un uomo poiché viene concepita spesso come un oggetto senza contenuto che può e deve essere solo sessualizzato e quindi deve anche risultare presentabile agli occhi di chi guarda. Questi sono i pochi parametri principali in cui una donna, secondo molto uomini e donne italiani/e, deve rientrare nel 2020. Oltre ad essere questo di per se preoccupante, lo è doppiamente vedere Michelle Hunziker, che si espone sempre molto per parlare di discriminazione, punzecchiare indirettamente Giovanna Botteri a Striscia La Notizia, programma che la Hunziker conduce insieme a Gerry Scotti. Sappiamo tutti che a Striscia La Notizia vengono mandati in onda servizi molto ironici ma allo stesso tempo questa non deve essere presa come ironia e basta, ma come qualche cosa che oggettivamente manca di rispetto alle persone e così è stato per Giovanna. Sebbene il servizio ovviamente non sia stato editato né ideato da Scotti o dalla Hunziker, comunque nel quadro generale sono in parte responsabili come lo è certamente chi ha creato il servizio e l’autore del programma Antonio Ricci. Si è creata perciò una bufera principalmente contro la conduttrice del programma, che si è giustificata dichiarando “Si è alzato un polverone incredibile su una fakenews. Dicono che noi abbiamo offeso pesantemente una giornalista Rai, Giovanna Botteri. Cosa assolutamente non vera. Con Striscia la Notizia abbiamo mandato in onda un servizio a favore di questa giornalista, dicendo che tanti media e molti social l’hanno presa in giro per il suo look e noi invece prendiamo atto che si è fatta un’ottima e bellissima messa in piega. Questo non è attaccare una persona, ma rimanere nei toni di Striscia come sempre e soprattutto non è bodyshaming. E cerchiamo di andare a vedere e verificare prima di accusare”. Di seguito invece riportiamo le parole ha utilizzato Giovanna Botteri per commentare l’intera situazione (odio online, servizi tv che la prendono in giro e così via) che lei ha dovuto ingiustamente subire: “Mi piacerebbe che l’intera vicenda, prescindendo completamente da me, potesse essere un momento di discussione vera, permettimi, anche aggressiva, sul rapporto con l’immagine che le giornaliste, quelle televisive soprattutto, hanno. O dovrebbero avere secondo non si sa bene chi… Qui a Pechino sono sintonizzata sulla Bbc, considerata una delle migliori e più affidabili televisioni del mondo. Le sue giornaliste sono giovani e vecchie, bianche, marroni, gialle e nere. Belle e brutte, magre o ciccione. Con le rughe, culi, nasi orecchie grossi. Ce n’è una che fa le previsioni senza una parte del braccio. E nessuno fiata, nessuno dice niente, a casa ascoltano semplicemente quello che dicono. Perché è l’unica cosa che conta, importa, e ci si aspetta da una giornalista. A me piacerebbe che noi tutte spingessimo verso un obiettivo , minimo, come questo. Per scardinare modelli stupidi, anacronistici, che non hanno più ragione di esistere. Non vorrei che un intervento sulla mia vicenda finisse per dare credibilità e serietà ad attacchi stupidi e inconsistenti che non la meritano. Invece sarei felice se fosse una scusa per discutere e far discutere su cose importanti per noi, e soprattutto per le generazioni future di donne”. Un discorso lodevole e da considerare essenziale rispetto a tutti quei comportamenti e pensieri che noi dovremmo cambiare e che non sono da ritenere come una cosa accessoria o meno importante di altre. Dovremmo perciò impegnarci fortemente a tenere a mente queste parole e a sensibilizzarci e poi sensibilizzare tutti gli altri su queste tematiche.

Cosa è e come nasce il movimento #FreeBritney

 Quasi tutti noi almeno una volta nella vita abbiamo ascoltato, ballato e cantato le canzoni di​ Britney Spears. Innumerevoli sono le sue hit, anche se forse è sbagliato anche solo definirle così perché canzoni come​ ...Baby One More Time​ o​ Toxic​ o Gimme More (e tantissime altre) sono pezzi d’arte pop iconici che non invecchieranno mai e ai quali è difficile non pensare ad esempio quando creiamo la playlist da ascoltare quando festeggiamo a casa di amici o anche sotto la doccia. È impossibile, tra il modo in cui ha cambiato la musica pop negli anni, record di vendite per i suoi album e numerosi tour sold-out (inclusa una residency a Las Vegas), non riconoscere l’importanza di Britney nel mondo della musica e nella cultura pop. Sono in pochi però coloro che sanno cosa si cela dietro tutti i successi che ha collezionato fino ai giorni nostri: una vita non proprio facile e piena di ingiustizie. In un certo senso possiamo dire che tutto inizia verso il 2007, quando la cantante ebbe una crisi nervosa ed entrò in una clinica di riabilitazione (anche se solo per un giorno). Da lì poi fu un susseguirsi di episodi veramente spiacevoli che al tempo finirono tutti sulle prime pagine dei giornali senza il minimo tatto o interesse nella situazione se non appunto il fare notizia: decise di rasarsi i capelli a zero da sola, cancellando così la chioma bionda che in un certo senso l’aveva caratterizzata  nello show-business, oltre alla voce. Dopo ciò perse la custodia custodia dei figli e venne trasferita in un ospedale di Los Angeles per un trattamento sanitario obbligatorio e così il padre​ Jamie Spears, essendo il parente più vicino a lei secondo la legge della conservatorship nello stato della California, ottenne il totale controllo dei suoi beni: un patrimonio di milioni di dollari. Nonostante tutto Britney fu comunque obbligata a lavorare riuscendo così a concludere quello che ora è considerato (seppur in modo grottesco dato tutto ciò che c’è dietro) l’album che cambiò definitivamente la musica pop:​ Blackout. Dal titolo si potrebbe dedurre quasi un riferimento a un ritorno da un periodo buio della sua vita, ma come vedremo non fu così nella realtà. Il singolo di debutto venne presentato ai VMA’s del 2007 e la performance fu aspramente criticata dai giornalisti per l’outfit “troppo provocante” e dai fan per la sua evidente difficoltà nell’esibirsi. Nel 2008, finito quel brutto periodo, Britney riesce a riottenere qualche libertà come la custodia dei suoi figli ai quali diventa ancora più legata e tutto sembra tornare alla normalità. La cantante continuò la sua carriera sfornando un successo dopo l’altro fino ad arrivare alla residency iniziata nel 2017 a Las Vegas​ ‘Britney: Piece of Me’.​ Nel 2018 annuncerà il prolungamento di quest’ultima, ora però si chiamerà​ ‘Britney: Domination’​ e inizierà nel 2019. A Gennaio 2019 però fu annunciata la notizia della cancellazione del tour dovuta alle gravi condizioni di salute di suo padre. Fu proprio durante questo periodo che si venne a scoprire che in realtà la questione della conservatorship non si era mai conclusa e che in realtà Jamie avesse obbligato la figlia a cancellare i concerti a Las Vegas così da poterla chiudere di nuovo in una clinica psichiatrica. La notizia venne rivelata da una fonte anonima in una puntata di ‘Britney’s Gram’, un podcast dedicato a lei. Ad oggi però la notizia non è stato confermata, nonostante le foto uscite su vari notiziari che ritraevano Britney e il suo attuale ragazzo​ Sam Asghari​ uscire dalla clinica in questione. Tutto ciò portò alla nascita del movimento #FreeBritney. Uscirono innumerevoli articoli al riguardo sulle fanpage della popstar e addirittura sono stati organizzati flash mob di protesta. Il movimento divenne così popolare che addirittura​ Miley Cyrus, da sempre fan sfegatata di Britney, a un suo concerto ha urlato “Free Britney!” per sensibilizzare anche i suoi fan riguardo il movimento. Ma il tutto sembra tacere quando Britney pubblica un video in cui dice di stare bene e che non c’è nessun problema. Fu però TMZ (noto portale di gossip) durante Maggio a dare altri dettagli sulla storia che smentiscono ciò che diceva Britney sul suo profilo Instagram: a quanto pare Britney non ha uno smartphone con il quale può accedere a Internet, ma solo un semplice telefono che effettua unicamente telefonate. Questo ovviamente crea in questa storia uno scenario ancora più preoccupante rispetto a prima, ma non tutto sembra perduto poiché​ la madre​ di Britney,​ Lynne, dopo Maggio ha dichiarato che cercherà a tutti i costi di sostenere la figlia per farla uscire da questo incubo mettendole a disposizione un team di avvocati e trasferendosi a Los Angeles da lei per poterle essere vicino. Da queste dichiarazioni, anche se in maniera implicita, si apprende che anche Britney voglia che tutto ciò finisca il prima possibile. Nel frattempo il processo e le proteste continuano, ma non sembrano dare il risultato sperato nonostante le denunce fatte da​ Kevin Federline, ex-fidanzato della popstar, contro Jamie per aver picchiato​ Sean (il figlio tredicenne​ di Kevin). Probabilmente impaurito da ciò che avrebbe potuto comportare una causa del genere il padre della Spears ha deciso di rinunciare formalmente al ruolo di tutore legale fino al Gennaio dell’anno successivo, passando il testimone al collega​ Jody Montgomery​ (manager​ e assistente personale di Britney). A Marzo 2020​ Jayden, uno dei figli della cantante, ha dichiarato durante una live su Instagram che non vedeva la madre da due settimane e che la madre non è libera, senza risparmiarsi commenti negativi sul Nonno ed esaltando invece Lynne, sua Nonna. Il giorno dopo, il team della Spears ha fatto immediatamente sparire il profilo in questione e tutte le registrazioni del video che stavano girando online. Il​ ‘takedown’​ non è stato affatto invisibile agli occhi dei fan e di cantanti popolarissimi come Cher che si sono ancora più infuriati sostenendo che effettivamente ci fosse qualcosa sotto e di conseguenza che Britney stesse soffrendo per questo. Fino ad adesso comunque la situazione è ancora abbastanza confusionaria, ma a quanto pare​ a fine Aprile, secondo​ The Blast, ci sarà​ un’altra udienza​ sul caso e quindi si spera di ricevere presto notizie positive.

 

 

Il metodo alternativo per passare la quarantena secondo Miley Cyrus

Tutti noi spesso e volentieri ci sentiamo un po’ soli, annoiati o tristi, in particolar modo durante questo periodo di quarantena che non sembrerebbe aiutare molte volte. Nonostante ciò sono tantissime le possibilità che i personaggi del mondo dello spettacolo e non ci stanno offrendo per intrattenerci e di conseguenza strapparci un sorriso. Una delle attività che più colpisce e di cui non si parla molto è lo show in diretta live su Instagram che Miley Cyrus conduce e che prende il nome di ‘Bright Minded’. Miley descrive questo show in una caption di uno dei suoi primi post riguardanti esso come un’idea utile “to stay lit with love in dark times”. Il suo intento quindi è quello di tenerci compagnia in questo modo e anche di poterci dare simbolicamente un aiuto conversando su varie tematiche come: salute mentale, informarsi correttamente, riciclare e rispettare l’ambiente. Temi che assumono di questi tempi una grandissima importanza. Bright Minded è in diretta dal lunedì a venerdì e ogni giorno ci sono tanti ospiti diversi. Fino ad ora hanno preso parte al progetto personaggi famosi come Demi Lovato, Dua Lipa, Rita Ora, Jeremy Scott, Trixie Mattel, Hailey Bieber, Ellen DeGeneres, Hilary Duff, Bebe Rexha, Reese Witherspoon. Miley ne approfitta anche per creare bei momenti di nostalgia che ci ricordano Hannah Montana (praticamente la serie tv che ha caratterizzato parte dell’infanzia di molti di noi) come quando ha deciso di ospitare Emily Osment o suo padre Billy Ray Cyrus. La bella iniziativa però non si ferma solo alla live, anzi: Miley ha anche intenzione di creare del merchandising il cui profitto verrà devoluto ad associazioni che aiutano i più bisognosi come Feeding America o Second Harvest Food Bank MidTN (entrambe organizzazioni non-profit che lottano contro la fame in America).