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Editor...o fai da te?

Oggi voglio parlare di una annosa questione, quella che porta all'avvalersi o meno della figura dell'editor.

Prima di tutto vorrei chiarire che la figura dell'editor non è quell'uomo nero e cattivo che ti prende il libro e lo stravolge a suo piacimento. L'editor è una figura in campo editoriale che affianca lo scrittore e lo aiuta a rendere il suo manoscritto, migliore per la pubblicazione. La dicitura esatta in italiano sarebbe: curatore editoriale, la cui definizione esatta si trova su wikipedia.

Ci sono autori contemporanei ed emergenti nel mondo dell'editoria che hanno scelto di non avvalersi dell'uso di questa figura professionale, per scelta o a volte per mancanza di finanze da poter investire ingaggiandone uno. Purtroppo accade che il mondo dei lettori è spesso crudele e spietato con chi è alle prime armi e soprattutto con chi non ha avuto la possibilità di far passare il suo manoscritto dalle mani di un sapiente editor. Ma se ci pensiamo bene, alcuni di quelli che al giorno d'oggi vengono descritti come capolavori della letteratura o della narrativa sono stati scritti in epoca in cui del curatore editoriale non ve n'era traccia alcuna. Faccio degli esempi: la Commedia di  Dante, divenuta poi Divina commedia, non credo sia passata dalle mani di un editor, l'Iliade, l'Odissea, per andare ancora più indietro nel tempo, la Gerusalemme liberata, sono tutti poemi che a noi sono giunti così come sono e li consideriamo capolavori. I promessi sposi, o ancora prima di divenire tale, Fermo e Lucia,  il conte di Montecristo, Guerra e pace, pensate siano passati dalle mani di un editor moderno? Non credo proprio, quindi la riflessione è: si può anche fare da soli, ovvio però che il risultato deve apparire perfetto sotto ogni aspetto.

Questa storia è un po' come quella dei cantanti che al giorno d'oggi non possono fare a meno degli auricolari, ma non mi pare che negli anni cinquanta, Elvis cantasse con gli auricolari e ho detto Elvis mica un pinco pallino qualsiasi, solo che adesso non ne possono più fare a meno perché il mondo va avanti e non indietro. Allo stesso modo funziona nell'editoria, l'editor prima non c'era, adesso si e non se ne può più fare a meno, ma solo se te lo puoi permettere, altrimenti fai da te e che Dio te la mandi buona per affrontare l'orda spietata dei lettori!

Simona del Buono

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In una parola Fabrizio de André

In una parola Fabrizio de Andrè.

Ho scelto questo titolo per l’articolo di oggi, perché ci sono tante cose che sono racchiuse in quel nome e quel cognome.

Fabrizio de André.

Per chi è nato, ormai, qualche decennio fa, questo autore ha rappresentato tanto nel mondo della musica, pur non cambiando mai, per fortuna, il suo modo di essere e di porsi verso il mondo.

L’idea di scrivere questo articolo mi è nata qualche giorno fa, dopo aver letto un libro molto bello dal titolo: “Un uomo qualunque” scritto da Simone Arba e edito da Biplane Edizioni. Libro che per chi è “Faberiano” consiglio vivamente di leggere.

Proprio perchè in quella storia io ho ritrovato dentro l’anima di De André, ho voluto dedicare a questo cantante, che tutto era tranne che solo un cantante, questo mio piccolo spazio.

Fabrizio ha cantato tutte le categorie di persone in questo mondo, ma sempre gli umili e i dimenticati, i bistrattati.

Ha scritto pezzi su drogati e donne di strada, giudici e bombaroli e perdonatemi se vi dico che nei suoi testi c’è poesia, non meno di quanta ce ne sia in un componimento di Pascoli o Leopardi.

Potrei sembrare banale adesso, ma vi dico che i testi di Fabrizio de André andrebbero fatti studiare a scuola, quando si parla di metrica, di ritmo e di musicalità, ma anche di profondi significati e sentimenti veri.

Mi piacerebbe stare qui a farvi mille esempi, ma questo articolo non finirebbe mai quindi ve ne faccio uno soltanto e credo sia quello più rappresentativo.

Da: “VIA DEL CAMPO”

“Ama e ridi se amor risponde

piangi forte se non ti sente

dai diamanti non nasce niente

dal letame nascono i fior

dai diamanti non nasce niente dal letame nascono i fior.

“DAI DIAMANTI NON NASCE NIENTE DAL LETAME NASCONO I FIOR!” Quale frase più vera poteva mai essere scritta nel testo di una canzone? Che se fosse stata scritta nel mezzo di un componimento poetico avrebbe fatto ugualmente la sua figura. Vorrei parlavi ancora di questi testi, accompagnati talvolta da musiche che ti fanno sembrare tutto più leggero, anche la morte stessa quando vi è citata, ma tutto questo che vi ho descritto si riunisce in una sola parola: FABRIZIO DE ANDRE’

Simona del Buono


Copertina del romanzo: Un uomo qualunque, scritto da Samuele Arba ed edito da Biplane Edizioni

"Un uomo qualunque" - Samuele Arba - edito da Biplane Edizioni

Xavi è un comune uomo, con un lavoro normale una moglie, ma niente figli. Un uomo qualunque, come recita il titolo.

Una malattia invalidante che lo relega a casa e l'abbandono della moglie lo portano sull'orlo di una decisione grave e definitiva:"Assassinarsi", non suicidarsi, ma proprio Assassinarsi, ovvero liberare l'anima da quel peso che lo affligge. L'ultimo desiderio del condannato, come dice lui, "le sigarette", lo costringe ad uscire.

A Barcellona in quel periodo c'è la rivolta degli indignados. Xavi conosce degli attivisti in un bar e da lì inizia la seconda parte della storia, in cui arriverà a provare sentimenti per una donna che non è la sua ex Susanna. Questo libro è introdotto in ogni capitolo, da un passo di Fabrizio de André estratta dall'album Storia di un impiegato. Il linguaggio è forte, a tratti duro, non fa sconti a nessuno, se lo leggi devi aspettarti qualcosa di potente che ti arriva dritto come un treno in corsa. Un lettore, amante dei testi di Faber, si ritroverà subito in questa storia, per le parole, le similitudini il ritmo delle frasi, per tutto questo si sentirà come a casa, ma anche a tutti gli altri consiglio vivamente questo romanzo, ameranno l'autore Samuele Arba, e forse, grazie a lui e alla bravura con cui ha saputo trasportare un concept album nelle parole scritte di un libro, impareranno ad amare anche Fabrizio de André.

Simona del Buono


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Partiamo in prima o in terza?

Partiamo in prima o in terza?
Delle due, una: o Simona ha preso un insolazione oppure il titolo nasconde di più di ciò che appare!

Tranquilli, è vera la seconda affermazione. Ciò di cui andiamo parlando non sono certo le marce delle auto, bensi gli stili di scrittura: in prima o in terza persona.

Mi sono resa conto, leggendo estratti nei vari gruppi social dedicati alla letteratura e all'aiuto, si fa per dire, perchè il più delle volte sono delle vere e proprie arene dove scorre il sangue dei poveri esordienti, che la maggior parte degli esordienti in questione ama scrivere in prima persona. La terza è come se stesse andando fuori moda, come se fosse considerata ormai antica e sorpassata. Beh vi dico una cosa: io non sono d'accordo, la narrazione in terza non è affatto antiquata e se devo essere onesta, molti libri che mi sono capitati in terza li ho amati, mi hanno trasportato dentro la storia fino alla fine, al contrario, della maggior parte degli estratti letti in prima persona non ho terminato nemmeno la seconda frase! L'uso di termini forti per dare enfasi al racconto nascondono una trama piuttosto debole, l'uso di dialettismi volgari non mi fanno certo venire voglia di continuare a leggere e se proprio lo devo dire non mi danno nemmeno tutto questo senso di modernità.

Diciamocelo, se il tanto odiato, temuto, studiato, Manzoni ha scritto i Promessi sposi in terza e questo suo lavoro è considerato caposaldo della letteratura un motivo ci sarà?

O no?...

Simo


Cambiare per restare uguali

«Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi!»

Questa è una, anzi forse la frase più famosa pronunciata da Tancredi, nipote del  principe di Salina ne: "Il gattopardo".

Molti, nel corso degli anni si sono ispirati a questa frase per giustificare eventi accaduti e situazioni che poi sono rimaste più o meno le stesse di prima. Secondo me questa frase è facilmente applicabile anche allo stato d'animo, al modo d'essere e di porsi delle persone.

Ciò non significa smettere di essere persone integerrime per diventare delle banderuole al vento, bensì, significa che per compiere lo sforzo di rimanere come siamo bisogna portare in superficie anche la parte più in ombra di noi stessi, per affrontare situazioni che, altrimenti ci metterebbero in difficoltà.Come questo arcobaleno doppio che vedete nella foto, facciamo l'esempio che la parte più luminosa sia l'io che mostriamo a tutti e quella più sbiadita sia l'io nascosto. Capita che per riuscire a mantenere il nostro "tono" bisogna che la parte in ombra avanzi e si fonda con quella più luminosa.

Mi sto rendendo conto che questa cosa è più presente nella vita di quanto non si immagini, in molte situazioni dobbiamo compiere questo sforzo perchè altri non ci vedano più deboli e vulnerabili, sentendosi in diritto di approfittarsene.

Ma capita anche nella scrittura, quando devi affrontare parti che da solo non riesci ad affrontare, semplicemente perché ti manca la parte più interna di te, quella che ti suggerisce le soluzioni a cui tu non avevi nemmeno pensato.

A volte però non è mica facile convivere con questi stati d'animo perchè litigano fra loro,  ma una volta trovata la chiave per accordarli ecco che ti fanno diventare di nuovo ciò che eri, ma più forte e motivato, cambiato, ma di nuovo te stesso! Simo


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Domani vado via

Capitolo uno

Fabbriche 12 ottobre 2010

Il paese era quasi deserto, ormai. Le case chiuse. Le finestre con le persiane stangate. Nessuno per la strada centrale. Quel posto si animava solo nei mesi estivi e poi tutti se ne tornavano via, ognuno alla propria vita.

Francesco era rimasto l'ultimo ad andarsene, per lui l'addio sarebbe stato definitivo.  Finì di caricare il suo fuoristrada e poi dette un ultimo controllo alla casa dove era cresciuto. L'indomani, prima di recarsi all'aeroporto, sarebbe passato in agenzia per lasciare le chiavi. Dal momento che, inizialmente sarebbe stato fuori almeno quattro anni, aveva deciso di metterla in affitto e ricavarci qualcosa.

Grazie alla sua laurea in scienze della comunicazione aveva ottenuto un posto di prestigio in una importante azienda del Regno Unito e non ci aveva pensato due volte prima di accettare. A trentacinque anni suonati  non si era costruito uno straccio di relazione stabile e questo rientrava fra i motivi per cui detestava quel posto.

«Se c'è una civiltà, questo è il paese che ne è più lontano!», rispondeva a chiunque gli chiedesse il motivo del suo allontanamento addirittura fuori dal territorio nazionale.  

Capitolo due

Marco chiuse lo sportello della bauliera con un colpo che risuonò in tutta la strada. La serratura era difettosa, ma, d'altra parte quella macchina iniziava a portare avanti i suoi oltre dieci anni.

«Arriverà anche il tuo momento, amica mia!», disse mentre saliva al posto di guida. Stava per avviare il motore quando si sentì chiamare.

«Francesco, aiutami!»

Indispettito, scese di nuovo e si guardò intorno. Non voleva fare la figura del fesso, ma lì non c'era nessuno.

Provò a rispondere.

«Chi sei?», disse, ma non ottenne nient'altro che il silenzio.

«Su! Non ho voglia di perdere tempo, sto partendo, dimmi chi sei!»

Silenzio, ancora.

La voce rimase muta.

Dette di nuovo uno sguardo nei paraggi e risalì alla guida, deciso questa volta a lasciare il paese senza guardarsi più indietro.

«Domani avrò dimenticato ogni cosa, Fabbriche non riuscirà di nuovo a rovinarmi la vita!», esclamò in uno sfogo liberatorio.

Percorse pochi metri, non più di sei/settecento. Era appena arrivato di fronte alla chiesa principale del paese, quando la voce lo chiamò di nuovo.

«Francesco, aiutami!»

CONTINUA...


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Non ti curar di loro ma guarda e passa

Non ti curar di loro ma guarda e passa!  E' un celebre passo della Divina Commedia, le cui parole reali sarebbero queste:

«Fama di loro il mondo esser non lassa;

misericordia e giustizia li sdegna: 

non ragioniam di lor, ma guarda e passa.»

Dante lo pronuncia riferendosi agli ignavi, le persone che per viltà loro non si schierano mai, che non danno mai un opinione propria, restando sempre sulla linea di confine. Oggi si possono definire anche vigliacchi, ma questo detto ha preso piede negli ultimi anni anche per un altra funzione, cioè quella di consigliare alle persone di non far caso a chi offende o sminuisce. Quante volte quando abbiamo subito un affronto o un offesa, specialmente nell'era del digitale, dei social, ci siamo sentiti dire: Non ti curare di loro ma guarda e passa, ovvero ignorali non dar loro più importanza di quanto meritano.  Queste parole ci risuonano nelle orecchie, ma alla fine è proprio vero che riusciamo a passare sopra certe cose? Spesso certe parole fanno male più delle ferite che sanguinano, perchè ci vanno a colpire in un punto molto suscettibile: l'amor proprio. E' chiaro che per stare meglio dovremmo veramente ignorare certe persone e la loro cattiveria gratuita, mossa il più delle volte da un invidia tutt'altro che sana. Il fatto è che è più difficile da fare che da dire e accade che alla fine quelle parole riescono nel loro intento che è quello di abbatterci e scoraggiarci. Per contro però succede anche che le parole dette per offendere riescano a dare forza per reagire ed è in quel momento che tutti gli ignavi, i codardi e gli invidiosi moderni perdono il loro oscuro potere, finendo virtualmente nel girone dantesco dei dannati a vita per non aver saputo vivere senza rigurgitare cattiverie e falsità.

Simona del Buono


( foto: ” Amor Vincit Omnia” olio su tela - Michelangelo Merisi da Caravaggio - 1602 circa)

Omnia vincit amor!

Lei e lui si incontrano e si notano appena, poi si vedono il giorno dopo e appena si dicono ciao, poi hanno uno slancio di sentimenti e incomprensibilmente si danno anche la mano. Passa un mese, due, tre, un anno e ancora stanno lì a guardarsi dalla finestra. C'è un ballo per una associazione a cui entrambi partecipano e in un altro slancio di pazzia ballano insieme, muti perchè nessuno dei due sa cosa dire all'altro. Si salutano, si perdono di vista, si ritrovano 10 anni dopo vicini di casa e ognuno dei due è sposato, si trovano, tradiscono i rispettivi consorti si dicono ti amo, si accorgono che e' passato troppo tempo e non ne vale più la pena. Il coraggio è mancato. punto fine del libro

Ecco secondo ciò che ho capito da vari commenti letti su altre storie e anche lasciati a me questo è ciò che la gente ritiene una storia verosimile, mentre immaginarsi che due persone si incontrano e si innamorano e trascorrono insieme la vita non lo è! Allora non leggete mai i miei romanzi perchè in essi troverete solo speranza! Si speranza che una donna possa conoscere un uomo per caso una sera e che questo non la violenti, ne la sfiguri con l'acido ma si innamori di lei per sempre! Speranza che un amore sia intenso e vissuto e non sciatto e antico! Speranza di poter uscire, almeno con la fantasia, dalla cronaca nera in cui abitudinariamente le donne sono le vittime di menti malate e perverse. Se volete questo non servono i libri, basta aprire il giornale o la tv e costa anche meno! Io scrivo per offrire scenari in cui l'amore sia prevalente! Omnia vincit amor et nos cedamus amori!

Simona del Buono


Immagine da Canva

Scrittore e lettore: chi è il più esigente?

SCRITTORE – LETTORE o SCRITTORE/LETTORE chi è più esigente?

Di recente ho partecipato ad un torneo letterario, il risultato purtroppo non è stato quello che speravo, ma vabbè pazienza, mi sono detta: “non si può mica pensare di fare centro subito al primo tiro?”

Quello che però mi ha fatto riflettere sono stati i giudizi negativi sul mio incipit. Ok d’accordo, sapevo che era acerbo e che se fosse andato avanti avrei dovuto migliorare alcune parti, ma la cattiveria e la presunzione con cui sono stati formulati certi giudizi mi ha lasciata esterrefatta.

In questo torneo letterario sono gli autori stessi partecipanti a valutare le opere di ciascuno, a caso e, dal momento che il risultato principalmente si traduce con “Mors tua vita mea”, mi chiedo: quanto ci sia di “veramente vero” in quei giudizi e quanto di volutamente esagerato per far fuori un avversario.

Detto ciò voi potreste chiedermi: ma se ti fosse andata bene ora staresti qui a dire le stesse cose? Risposta: forse si e forse no! Di certo non posso negare che il mio umore sarebbe più allegro, ma la riflessione mi sarebbe venuta lostesso, seppure in un altro modo.

La riflessione in questione è: COSA SI VUOLE DA UN LIBRO?

Ma soprattutto: COSA VUOLE IL LETTORE DALL’AUTORE DELL’LIBRO?

Volendo ci sarebbe anche un’altra domanda: COSA PRETENDE UNO SCRITTORE DALLA LETTURA DI OPERE DI ALTRI SCRITTORI?

Sapete, forse è questa ultima la domanda peggiore a livello di difficoltà di risposta. Io posso rispondere dal mio punto di vista, posso riferire quel poco che ho capito dai giudizi ricevuti, ma il resto dovete dirmelo voi lettori del blog e sarebbe bello leggere le vostre idee nei commenti. Quindi non abbiate timore e fatevi avanti, ditemi: cosa volete voi da un libro per poterne esprimere un giudizio positivo?

Simona del Buono


Di terra, di mare, di cielo

Leo, Bart, Sarg, Saro... 

Loro sono i protagonisti centrali, ma ci sono altri personaggi che, a turno, appaiono in questo libro che ha tante scene, spaccati di vita, in una storia divisa in atti come una piece teatrale. Tanti atti in cui tutti interagiscono, si amano, si scontrano. Personalità diverse che però ben si amalgamano in questo insieme, dai toni mutevoli. Questo è un libro che ti non ti aspetti, che ti bussa piano piano e poi ti entra con prepotenza e tu non desideri altro che saperne di più su tutti quanti e finisci a divorarlo. Una scelta stilistica alla quale ti abitui una frase alla volta, ma alla fine ti trovi ad esserci dentro con tutte le scarpe. Una storia che profuma d'amore e di molte altre sfumature... Un romanzo che ti piacerà leggere coadiuvato da una copertina azzeccata e moderna.

Queste sono tutte le sensazioni che mi ha suscitato "Di terra, di mare, di cielo" scritto da Barbara Cobianchi ed edito da Biplane edizioni. Sensazioni positive di una storia che ti lascia un buon ricordo dopo aver sfogliato l'ultima pagina.

Simona del Buono


Senza limiti

Amiamo perché

Non è la ragione a condurci

Amiamo perché

Siamo fatti di sangue e battiti,

Il nostro cuore ci accelera

Le nostre guance si arrossano

E gli occhi divengono stelle che brillano.

Non siamo coerenti

A volte valichiamo limiti

Che nemmeno sapevamo esistessero,

Ma amiamo e ce ne freghiamo

Di tutte quelle barriere

Che altri vogliono vedere.

Amiamo senza distinzione:

Di sesso,

Di nome,

Di età,

E nemmeno la fine,

Del nostro respiro,

Ci farà smettere.

Perché l'amore viaggia

Su onde che non si infrangono,

L'amore percorre venti

Che non si placano,

Si nutre di vite che non finiscono... Mai.

Simona del Buono


Foto scattata da me - xiaomi mi max e - Viareggio 26 gennaio 2020

L'ultimo volo

Spicca il volo libero gabbiano

il cielo è tuo nessuno ti ferma.

Vola e non ti fermare,

vola finché le tue ali avranno forza di battere.

Anche se sarai solo,

anche se la tempesta tenterà di fermarti.

Alla fine arriverai alla tua meta e ti fermerai,

forse per sempre

perché la fatica profusa sarà stata più forte della tua piccola anima,

sarà stata più forte del tuo esile cuore,

ma in quel faro c’è un giaciglio

che accoglierà il tuo riposo

e un guardiano che avrà cura di te.

Simona del Buono


Il diritto di essere

Questa è una riflessione su un argomento che ogni giorno torna prepotentemente e dolorosamente alla ribalta. Il diritto di essere, in qualunque modo siamo, senza doversi giustificare per ciò che siamo. Potrebbe sembrare non inerente, ma credetemi lo è anche più di quanto non si immagini.

Fuori nel mondo ci sono persone che non desiderano altro che poter esprimere il loro diritto di essere, qualunque cosa siano: cantanti, pittori, scultori, scrittori, poeti. Donne, uomini, gay e molto molto altro, purtroppo c’è chi, per un motivo o un altro non permette che questo accada, provocando danni gravissimi. Non siamo mai solo donne o solo uomini. Ci sono uomini che hanno dato e ogni giorno danno la vita e tutto il loro coraggio, ma sono stati riconosciuti troppo tardi o addirittura non sono riconosciuti ancora abbastanza. Ci sono donne con cui non dividerei una stilla d’aria. Ci sono uomini che hanno il nome macchiato di sangue e infamia e donne che sono morte per la sola e unica colpa di essere nate. Non bisogna mai generalizzare, mai fermarsi ad un unico punto. Quello che va protetto è il diritto di esistere, in un modo o nell’altro, il diritto a non dover essere discriminati per un difetto, una disabilità o una scelta d’amore. Il diritto a non dover essere costretti ad un atto estremo perché la vita è diventata impossibile. Quello che va difeso è il diritto a non doversi giustificare e poter urlare a tutti: SONO IO, SONO COSÌ, Amatemi o ignoratemi se non vi vado bene, ma lasciatemi ESSERE!

Simona del Buono


Cenacolo di un pittore anonimo. Lucca, oratorio degli Angeli.Foto mia - xiaomi mi note 10

Come Alice nel paese delle meraviglie

Come Alice nel paese delle meraviglie! Sì, direi che è proprio questa la sensazione che si prova in certi momenti, quando entri in contatto con una cosa talmente bella che non ti saresti mai immaginata che esistesse e ci rimani ferma, bloccata, impalata lì di fronte a bocca spalancata e occhi stralunati.

Quello che vedete nella foto è un "Cenacolo", insomma un dipinto dell'ultima cena. Si trova, insieme ad altre meraviglie simili, dentro l'oratorio degli angeli, a lucca. E' un peccato non poter attribuire a nessuno la paternità di questo splendido dipinto che a mio avviso non ha nulla da invidiare al più celebre Cenacolo di Leonardo da Vinci, ma credo che purtroppo rimarrà per sempre l'opera di uno sconosciuto.

Questa piccola cappella è stata finita di restaurare poco tempo fa ed ha riaperto le porte ai visitatori proprio oggi. E' tutta quanta in stile barocco e come vi dicevo è una tale meraviglia che non puoi esimerti dal rimanerne incantato.

Quando ti capita di poter ammirare un simile concentrato d'arte vorresti poter fotografare ogni cosa, anche se sai benissimo che è praticamente impossibile, allora, a parte quelle che fai con il telefono o la reflex o qualunque altro apparecchio fotografico, per il resto cerchi di imprimertelo bene nella mente, in modo di ricordarlo più a lungo possibile. Ma certe cose non riescono a provarle tutti.

Non tutti di fronte a un quadro, un affresco o un opera architettonica di pregio, provano la sensazione di non volersene separare. Io mi ritengo fortunata, mi potete credere se vi dico che non sarei mai uscita da quella piccola cappella, ma è giusto dare a tutti la possibilità di ammirare certi capolavori specialmente quando sono gratuiti, il che non è assolutamente scontato.

Simona del Buono


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Vita maestra

Ormai sono un bel po' di giorni, quelli in cui abbiamo cominciato ad andare in giro indossando questo curioso pezzo di tessuto chiamato mascherina.

Ci ha coperto la bocca e il naso, proteggendoci dalla contaminazione. Facendoci scudo contro questo oscuro virus.

Molte persone si sono sentite "costrette" da questa striscia di stoffa, accampando la scusa che annulla la personalità, che copre i tratti del viso.

Copre il sorriso, è vero, ma quanti falsi sorrisi abbiamo visto, quante maschere senza la stoffa ci sono passate accanto e non ce ne siamo accorti. Oppure ce ne siamo accorti, ma non abbiamo fatto nulla per evitare che fosse così.

Questa cosa che è successa ha insegnato molto ad alcune persone e non ha insegnato nulla a chi ogni giorno indossa una maschera di presunzione.

Questo virus ci ha fatto capire che, molte persone che tenevamo vicine, forse era meglio tenerle lontane e che chi avevamo considerato troppo importante adesso è sceso dal piedistallo.

Ci ha fatto capire che la natura, sicuramente stava meglio senza di noi, perché mentre noi eravamo bloccati e impotenti, lei ha ricominciato a vivere. Che gli animali ci hanno fatto compagnia ma, nonostante tutto, appena liberi non abbiamo trovato miglior idea che commettere uno scempio, uccidendo un elefantessa incinta del suo cucciolo.

Questo virus ci ha insegnato che nonostante la vita ci insegni, noi umani impareremo sempre troppo tardi!

Simona del Buono


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Dimmi la verità

Fin dall'infanzia ci dicono, ci ripetono, ci esortano a dire sempre la verità, in qualunque caso, a qualunque costo. Perché se dici la verità magari eviti la punizione che ti toccherebbe, invece, stando zitto o inventando qualche scusa.

Questo funzionava da piccoli, poi si cresce e le cose non sono più così nette come lo erano prima.

Fra la verità e una bugia c'è di mezzo la diplomazia, scusate la rima.

Voglio dire che a volte essere sinceri ad ogni costo non è né utile né educato e spesso porta a risultati diversi da quelli che si vorrebbero.

Quindi in certe occasioni bisogna mentire? Assolutamente no! Evitare la sincerità fino in fondo non significa mentire, significa cercare una via più gentile per esprimere le proprie idee, quando esse siano in disaccordo con la persona con cui ci stiamo rapportando.

Facciamo un esempio a livello pratico: un nostro amico ci affida la lettura del suo manoscritto. Lo leggiamo con attenzione, ma notiamo vari errori e alla fine ci rendiamo conto che non ci è piaciuto.

Il fatto è che in ogni caso il nostro amico aspetta la nostra recensione, quindi possiamo dirgli la verità, ovvero che non ci è piaciuto affatto e che ci sono degli errori?  No, perchè ciò risulterebbe troppo brutale e alla fine anche inutile a livello della sua crescita.

Quindi dobbiamo dirgli una bugia? Dirgli che era tutto bello e tutto perfetto? No, perché si illuderebbe crollando miseramente alla prima recensione negativa.

La soluzione è dirgli una verità un pochino moderata, non una bugia, ma una versione della verità che gli faccia capire dove ha sbagliato e dove non ci è piaciuto, ma senza che questo offenda la sua sensibilità di scrittore.

Questo era solo un esempio, ma ce ne potrebbero essere altri anche più semplici.

La cosa importante è capire che dire la verità è sempre importante, ma bisogna capire quando si può andare a fondo e quando invece bisogna fare un cross, utilizzando un gergo calcistico.

Simona del Buono


Yes, I can!

Yes I can, letteralmente: Si, io posso.

Io posso fare tutto ciò che la mia volontà mi consente di fare.

Quante volte ci siamo fermati dinnanzi alla prima difficoltà, abbiamo avuto paura di proseguire e di affrontare la salita che ci avrebbe portato al nostro obbiettivo.

Quante scuse ci siamo raccontati: non posso, non ho gli strumenti, mi manca questo, mi manca quello.

Eppure la realtà nuda e cruda era solo dover dire HO PAURA!

Ho paura di ammettere che mi è mancato il coraggio di andare avanti!

Eppure basterebbe poco, basterebbe ripetersi Yes I Can!

Io posso, se voglio posso arrivare ovunque le mie abilità mi consentano, non più in la, perché più in là arriva la presunzione di chi si crede d'essere ma non è.

Non è così facile come sembra, ma ci si può provare, un passo alla volta e lavorandoci su, senza smettere.

Simo


Maria l'angelo dei soldati

Prologo

Il corpo delle infermiere volontarie aveva uno scopo: quello di soccorrere e aiutare. Maria si era unita a loro, la guerra era spaventosa, ma non le aveva tolto la voglia e la vocazione di andare in aiuto a chi ne avesse bisogno.

I

Maria si aggirava sempre più nervosamente fra le corsie piene di soldati feriti, provenienti dalle trincee. Italiani oppure no, non importava perché il corpo delle infermiere volontarie doveva dare aiuto a chiunque ne avesse bisogno, doveva curare o almeno tentarci in ogni modo, anche se le attrezzature e i rifornimenti medici non erano sufficienti. Quella guerra, che sarebbe dovuta durare poco, si stava rivelando lunga e sanguinosa. Ragazzi che partivano, dopo aver salutato la famiglia, genitori, moglie, figli, poi si trovavano lì, in quegli ospedali, a volte improvvisati, a condividere ferite e dolori. Quel giorno ne erano giunti una ventina, tutti dallo stesso fronte e tutti ridotti abbastanza male, l’anestetico non bastava e dalle sale operatorie giungevano le grida di chi, purtroppo, era costretto a subire interventi senza l’anti dolorifico. L’etere stava finendo e avevano deciso di usarlo solo per quelli veramente gravi. Prima che gli arrivasse la nuova scorta c’era da attendere, ma le ferite andavano ricucite subito, senza contare che il rischio di infezione era sempre dietro l’angolo. Le grida dei soldati feriti straziavano l’anima, per cui, o ti desensibilizzavi subito oppure non c’era modo di sopportarlo. Uno degli ultimi arrivati era stato un tedesco, molto giovane, era stato ferito ad un braccio e all’addome, la sua situazione era veramente critica, ma Maria cercava in ogni modo di alleviargli la pena. “Fräulein! Fräulein! Signorina?!! “Mi dica pure ma non si sforzi, le sue condizioni sono delicate.” “Posso sapere il suo nome?” , le domandò in un italiano stentato e con la voce sofferente. “Mi chiamo Maria!”, rispose mentre gli poneva una pezza bagnata sulla fronte, il ragazzo aveva la febbre alta, non era sicura che sarebbe sopravvissuto. “Lei ha un bellissimo nome signorina, se riesco a guarire, vorrei dedicare la mia vita a Dio e forse il fatto che a curarmi sia una ragazza che si chiama Maria é un segno che ho scelto la strada giusta!”, nel parlare si era affaticato molto e adesso non riusciva a respirare più molto bene. Maria gli mise la mascherina per l’ossigeno. “Si é voluto stancare troppo, glielo avevo detto di non sforzarsi, adesso deve riposare altrimenti non riuscirà a perseguire il suo sogno!” Il ragazzo, stremato si addormentò profondamente.

II

Alcune ore erano trascorse dal quel piccolo dialogo, che aveva permesso al soldato di esternare il suo desiderio. I medici lo portarono in sala operatoria anche se le speranze di poterlo curare erano pochissime, dopo avergli sistemato il braccio passarono ad esaminare l’addome, ma si resero conto che i danni erano troppo gravi , gli organi troppo compromessi. Poteva sembrare crudele, ma in quelle condizioni, loro dovevano privilegiare chi poteva avere una chance di cavarsela. Non erano nella condizione di sprecare medicinali per curare chi non aveva scampo, così, dopo avergli suturato la ferita e averlo fasciato, lo avevano riportato nella corsia. “Maria pensaci tu, cerca di farlo stare meglio che puoi, purtroppo per lui…”, “Ho capito, non serve che continui, ma non ho idea di come potrò dargli una notizia così terribile!” “Maria, tu devi pensare anche agli altri! Ne incontrerai ancora come lui e anche peggio, non puoi permettere che la storia di ognuno ti entri nel cuore, altrimenti non ce la farai, sarà troppo doloroso. Tu sei brava e sei indispensabile!». Maria sapeva tutte queste cose, prima di partire se le era ripetute cento volte, per farsele entrare in testa, ma non poteva farci niente, la sua sensibilità trascendeva ogni cosa e ogni dramma diventava anche il suo dramma. Provava una gran pena per quel ragazzo, sapendo che non sarebbe sopravvissuto, sentiva dentro se che doveva fare qualcosa, senza comunque trascurare nessuno degli altri che erano arrivati e che soffrivano quanto e forse più di lui. Maria si chiedeva, fra sé e sé, il motivo per cui l’avesse colpita tanto, non sapeva nemmeno il suo nome, né la sua provenienza precisa, né chi fosse la sua famiglia. Dopo essersi occupata di altri feriti che erano giunti all’ospedale, in un momento di pausa, sperando che non fosse tardi, fece delle ricerche tramite il reggimento di provenienza. Scoprì che il suo nome era Mikel Brand e che prima di partire per il fronte aveva già compiuto la maggior parte del percorso per diventare sacerdote, gli mancava solo la consacrazione. Maria andò a cercare il cappellano, cercando di fare più in fretta che poteva.

III

Don Fabio aveva appena dato l’estrema unzione ad un paio di soldati francesi, giunti in ospedale senza speranze, quando Maria arrivò da lui. “Don Fabio per favore deve aiutarmi!”, lo implorò. “Ragazza che succede?” “Deve venire con me, c’é un soldato, molto grave per cui dobbiamo fare una cosa!” “Ragazza mia, tu devi occuparti di tutti allo stesso modo, non é giusto che tu ne prediliga uno a discapito degli altri!” “Don Fabio, lo so questo e mi creda, non lo prediligo, solo che questo ragazzo prima di partire per la guerra, stava per diventare sacerdote e io non vorrei mai, ora che sta per morire, che lui se ne andasse senza la consapevolezza di appartenere a Dio!” “Va bene, portami da lui e vediamo che si può fare!” Maria accompagnò il cappellano presso il letto di Mikel, ma purtroppo le sue condizioni si erano ulteriormente aggravate, nel frattempo, quindi qualunque cosa dovevano farla in fretta. Don Fabio si avvicinò a lui. “Come ti chiami ragazzo?” “Mikel, signore!”, il cappellano dovette avvicinarsi ancora di più perché la voce del soldato era molto bassa e frammentata, il dolore che sentiva doveva essere veramente terribile, ma lui non si lamentava. “Mikel, la tua infermiera, Maria, mi ha detto che il tuo sogno é quello di servire Dio” “Si, ma ho paura!” “Di cosa hai paura?” ” Ho paura che ormai il mio tempo sia finito e che purtroppo non potrò mantenere la promessa che ho fatto!” “Certo che la manterrai!”, rispose il sacerdote, poi rendendosi conto che ormai mancava più poco, affrettò le parole. Maria, che si era avvicinata ancora di più a lui, ora gli teneva la mano fra le sue. Don Fabio ricominciò a parlare. “Mikel, il tuo momento é arrivato, puoi lasciarti andare . Pensa solo che stai per fare quello che sognavi. Lui ti aspetta lassù e il tuo nome rimarrà fra gli angeli!” Il cappellano gli segnò la fronte con l’olio e il ragazzo spirò sereno, sapendo che la sua vita da quel momento in poi, sarebbe appartenuta davvero a Dio. Maria e il cappellano rimasero ancora qualche qualche momento vicino al soldato. Forse non é così che avrebbero dovuto fare, ma avevano alleviato il peso di un ragazzo che in quella guerra ci si era trovato senza la sua volontà, come tanti altri, costretti a spararsi addosso, ad uccidersi fra loro. In guerra le divise sono diverse, ma lo stato d’animo é il medesimo. Questo Maria lo aveva capito bene e per questo motivo aveva deciso di essere infermiera volontaria e sarebbe andata ovunque ce ne fosse stato bisogno, si sarebbe occupata di chiunque le fosse capitato di occuparsi, cercando più possibile di alleviarne le sofferenze.

Questo è un altro racconto che fa parte della raccolta "Anna e le altre" che potete trovare in vendita su amazon in versione cartacea, sul sito di Calibano Editore e su Ibs

Simona del Buono


Quanto c'è di noi nei personaggi che inventiamo

Fin’ora, come scrittrice ho completato quattro opere, tre delle quali potete vederle nella foto, la quarta è in fase di re-editing e quindi anche la cover è in lavorazione. Parlo di opere perchè tre sono romanzi e uno è una raccolta di racconti. In tutte queste storie sono presenti molti personaggi, sia maschili che femminili, personaggi che danno di se un immagine totalmente diversa uno dall’altro.

Prendendo in esame la parte femminile si possono distinguere personaggi che sono incentrati su se stessi, come Anna (Anna e il suo sogno – Anna e le altre), la protagonista di uno dei racconti, che punta tutto sulla sua bellezza, Caterina (Il carrello di Caterina – Anna e le altre), che è persa nell’oblio dell’alzheimer, Sandra (Mia per sempre): che ha visto morire una collega davanti ai suoi occhi e Milady (Milady) che ha vissuto la peggior esperienza che può capitare ad una ragazza. Tutte queste donne hanno forza e debolezza racchiuse in loro.

Se esaminiamo la quota maschile invece, vediamo che Jacob (Una melodia per Kay – Anna e le altre) sopperisce ad un handicap con la musica della sua harmonica, Alessandro (Un segreto in due – Anna e le altre) per una convinzione stava per compiere un gesto che gli sarebbe costato parecchio. Leo (Mia per sempre): poliziotto tutto d’un pezzo, ma quando rimane fermo per quasi un anno tira fuori tutte le sue debolezze e infine Jason, (L’uomo dal mare) arriva ad annullarsi dopo aver perso Sylvie.

Nonostante io abbia sempre affermato di non scrivere storie autobiografiche, mi sono accorta, rileggendole più volte, di riconoscermi in vari tratti dei personaggi femminili e, per quanto possa sembrare strano anche in alcuni tratti dei personaggi maschili, sarà perchè quando scrivo, almeno fino ad oggi, senza rendermene conto, lo faccio entrando più volte nei panni del protagonista maschile, non chiedetemi perché, ancora non l’ho capito nemmeno io, ma è così che stanno le cose.

E voi? Quanto riconoscete del vostro carattere, della vostra anima e delle vostre abitudini, nei personaggi che inventate. Una curiosità che vi rivelo, i miei personaggi femminili, non sempre, ma spesso non sanno ballare e detestano i tacchi indovinate un po’ il perché?! 

Simona del Buono

Foto scattata da me con telefono xiaomi mi max 3, sulle mura di Lucca alle cinque circa del pomeriggio e modificata in post produzione con vari effetti

Fotografare per...

Fotografare perché? 

Ci sono molti motivi per cui ad una persona può venir voglia di fotografare. Uno di questi, il più semplice e il più scontato forse è il fatto di volersi ricordare di un determinato momento della propria vita. Vi siete accorti di quante foto vengono fatte ai neonati? Praticamente ogni istante della loro esistenza, almeno nel primo anno di vita, è costellato di scatti e videoriprese. Gli altri soggetti più fotografati in assoluto sono i nostri amici a quattro zampe, specialmente quando sono cuccioli, e beati loro, sono sempre perfettamente fotogenici!

Ma la fotografia però abbraccia anche un altro mondo che è quello dell'arte e dell'architettura: chi, passeggiando per Roma non ha mai fatto nemmeno una foto al colosseo, oppure alla basilica di San Pietro? Chi, arrivando in piazza dei miracoli a Pisa, non si è fatto immortalare con la famosa torre pendente a fianco, facendo finta di abbracciarla? Chi, passeggiando per la meravigliosa Firenze, non si è mai fatto riprendere vicino al campanile di Giotto, o a Santa Maria del fiore, o vicino al david di Michelangelo (copia), in piazza della  Signoria? Se andiamo a guardare nei vari album, di carta o digitali, tutti abbiamo una foto del genere.

Io sono convinta, anche se me ne sono convinta da poco in effetti, che una foto può tirare fuori l'anima della persona che scatta e imprigionare quella della persona che viene fotografata. Non è semplicemente un click e via, è un po' come scrivere un libro, raccontare una storia ma facendolo attraverso le immagini.

L'antenata della fotocamera era il "Dagherrotipo" e fu messa in commercio nel 1939.  Utilizzava un sistema di cassette scorrevoli l'una entro l'altra per realizzare la corretta messa a fuoco sulla lastra fotografica posta nella parete opposta all'obbiettivo. Da quel punto lontano nel tempo, fino ad arrivare ad oggi, nel 2020, ne sono successe di cose, ne sono stati fatti di cambiamenti, invenzioni e miglioramenti. Siamo partiti dalle macchine a rullino (pellicola fotografica), passando per le istantanee Polaroid, ai primi telefoni cellulari che scattavano foto (orrende e sgranate), alle reflex digitali (con scheda di memoria) ai telefoni con definizione superiore ai 100 megapixel (mi note 10 con pentacamera da 108mp)e lenti che fanno da teleobbiettivo, da grandangolare, da macro e in grado di sostituire onorevolmente gli apparecchi fotografici più grossi e ingombranti.

L'elemento fondamentale, però, rimane la fantasia e l'abilità di chi scatta, nel catturare scenari particolari e non le solite foto da "vacanza" La fotografia si è trasformata, a livello hobby, a livello passione, in un vero e proprio storytelling visivo, fatto di immagini che raccontano al posto delle parole.

Simona del Buono

Liberi tutti! Veramente?

Con la giornata di oggi e con il Dpcm appena emesso si torna finalmente liberi! Ops, no, frena un attimo, non si torna completamente liberi, perchè lo spauracchio del #coronavirus #covid19 è ancora ben presente ovunque. Allora cos’è che si può tornare a fare? Si pù tornare a circolare liberamente fra regioni senza più l’utilizzo dell’autocertificazione, ma attenzione, nelle auto si potrà circolare in più membri solo se questi fanno parte del medesimo nucleo familiare/abitativo, in caso contrario in automobile due persone: guidatore + uno su sedile posteriore, +due solo se l’auto ha due file di sedili posteriori (insomma non si può montare in cinque su una panda ne in 6 su una punto, cane, gatto e nonna/o novantenne compresi, per andare a villeggiare al mare o in montagna! ecc ecc ecc) Per quanto riguarda le moto e i ciclomotori le norme prevedono una sola persona, due se entrambi indossano mascherina e casco integrale, insomma se sono scafandrati per bene, ma il problema maggiore in moto secondo me non è certo il #covid19 o #coronavirus o come lo si voglia chiamare. Rallegriamoci, si potrà tornare al cinema o al teatro, ma anche lì gli ingressi saranno contingentati e ovviamente con uso obbligatorio della mascherina. Potremo andare liberamente a passeggio per le strade e noi “quota femminile” potremo tornare ad usare anche i lucida labbra con la felicità dei venditori di cosmetici che finalmente riprenderanno a vendere tutto, perchè la mascherina non… No, per entrare nei negozi andrà usata ancora, per entrare in qualsiasi ufficio o esercizio pubblico andrà usata ancora, per circolare a piedi, se saremo vicini ad altre persone andrà usata ancora e sarà tutto un “metti la mascherina togli la mascherina!” Sta frase mi evoca qualcosa, ma che sara!…. Torniamo alla frase iniziale: Liberi tutti? Veramente? NO, per adesso non è così, ma siamo liberi di fare una cosa importante e adesso non scherzo come ho fatto nella maggior parte del post, adesso parlo seriamente quindi ascoltate. Siamo liberi di usare il cervello, ragionare e non fare cazzate (passatemi il termine) che potrebbero non solo, costarci care a noi, ma anche ad altri. Possiamo essere seri e responsabili e mantenere in atto le misure di prevenzione personale e verso gli altri: Indossare la mascherina quando e dove previsto, rispettare dove possibile e più possibile le distanze e rimanere a casa se sentiamo che la nostra temperatura è più alta del minimo consentito: 37.5 gradi (e magari consultare il medico sul da farsi). Per il resto siamo liberi di muoverci, lavorare e goderci il tempo libero e se saremo responsabili magari non torneremo a vivere di nuovo nella chiusura totale. Simo

Sara si sposa a Natale - prima parte

Sara

Dicembre 2010

La neve a Roma non era facile vederla, ma Sara, amante del Natale a 360 gradi, doveva averla. Era cosciente di non poter comandare il meteo, sapeva di volere tutto, forse troppo, ma quello era il suo giorno speciale e doveva essere perfetto, in tutto. Compresa una corposa nevicata! Ogni cosa era stata stabilita e prenotata, ogni dettaglio definito nei particolari: la chiesa, il ristorante, i fiori e le bomboniere. Per quelle, poi si era addirittura puntata, le voleva a forma di cristallo di ghiaccio, nonostante tutti l’avessero sconsigliata. In chiesa aveva ordinato che ci fossero cesti di rose bianche e rosse ovunque. In tutto questo, Alan Seymur, il suo fidanzato, non aveva osato interferire, sapeva che anche se avesse provato a suggerire qualche particolare, Sara lo avrebbe liquidato con una frase del tipo: “lascia fare a me, tu non sapresti dove mettere le mani!”, Alan non nascondeva, che a volte l’atteggiamento di Sara gli dava sui nervi, insomma, erano fidanzati, ma sembrava che per lei, lui non esistesse nemmeno! L’abito lo aveva scelto in un famoso atelier. Sara era una ragazza alta, snella, e tutto le cadeva a pennello. Non aveva che l’imbarazzo della scelta, ma lei, come sempre, aveva le idee molto chiare. Di una cosa, Sara Proietti, aveva la più ferma convinzione: la persona più importante della sua vita era lei stessa. Sua madre non sapeva esattamente da quanto tempo sua figlia fosse diventata così arida ed egoista perché lei aveva ancora nella sua mente, il ricordo di quando era piccola.

 

Sara e Giada

8 dicembre 1996

L’albero in casa Proietti era una tradizione. Sara e sua madre si prendevano il pomeriggio intero per addobbarlo nel migliore dei modi, poi finivano a preparare biscotti e dolcetti. Era come un rito ormai, che si ripeteva puntuale da quando Sara aveva sei anni. Quel giorno era sacrosanto, si svegliava quasi prima dell’alba e poi, nonostante le supplice di sua madre, non riusciva quasi mai a rimettersi a dormire. L’anno precedente, per la foga di iniziare al più presto la giornata, si era alzata ed era andata in giro per la casa, a piedi nudi, a cercare le decorazioni. Era quasi notte e i suoi dormivano profondamente; dopo un po’ che vagava per i pavimenti freddi delle stanze, aveva iniziato a starnutire. Prima uno, poi due, poi a ripetizione e sempre più rumorosi fino a svegliare sua madre, che, dopo aver indossato una vestaglia, era andata a cercarla. Dopo aver guardato in varie stanze, l’aveva trovata in sala, rannicchiata sul divano, tremante di freddo e con la febbre molto alta. “Aveva la fronte talmente calda che ci si sarebbe potuto cuocere un uovo sopra”. Per la sua curiosità aveva preso una brutta influenza, e fu proprio una giusta punizione quella di trascorrere tutto il Natale a letto fra sciroppi e punture, di cui lei aveva il terrore. Quell’anno, poi, l’albero avevano finito di decorarlo in ritardo a causa del trasloco.

8 dicembre ore 9.00

“Sara! Sara, su svegliati, sono le nove!”, le disse sua madre, strattonandola un po’, dopo aver dato luce alla stanza. Era una di quelle tiepide giornate invernali, quelle con il sole velato. Sara aprì gli occhi annoiata, aveva ancora sonno e nessuna voglia di uscire dal calduccio del piumone. “Che c’è?”, borbottò senza scoprirsi. “Sara, ma insomma! Hai la testa fra le nuvole stamattina? Non dobbiamo fare una cosa insieme, oggi? L’anno scorso ti sei presa la febbre per voler fare di testa tua e iniziare quasi all’alba, e quest’anno non vuoi nemmeno alzarti?”, le disse sua madre. “No, no, mi alzo, dammi solo pochi minuti e arrivo, tu aspettami in cucina, ok?”, rispose. Giada annuì e uscì dalla stanza della figlia. Sara si vestì poi prese nel suo zaino un regalo. Lo aveva preparato con le sue mani durante le ore di scuola. Mise il regalo sulla scrivania e finì di prepararsi, dopodiché lo riprese e lo portò in cucina. “Sara cos’hai in mano?” “Oh, niente di particolare, é una piccola cosa, l’ho fatta a scuola!” Sua madre le sorrise, Sara era una brava studentessa, benché fosse solo alle medie. Prendeva ottimi voti e le piaceva studiare. “Quando lo avremo terminato, metteremo il tuo regalo vicino all’albero, ti va?”, propose la donna. “Veramente, mamma, all’albero ci andrebbe appeso, proprio in alto!”, le rispose, mostrandole infine l’oggetto: una bellissima stella, realizzata in cartapesta e decorata a mano. “Sara, ma è bellissima! D’accordo, allora la appendiamo al posto dell’altra”, decise Giada. “Grazie mamma!”, rispose la ragazzina, fra un sorso e l’altro del caffellatte che la mamma le aveva amorevolmente preparato, nella sua tazza preferita. “Finisci la tua colazione che poi iniziamo!”

 

Sara e Giada

2 dicembre 2010

Sara si svegliò di buon umore, quel giorno aveva la prova del suo vestito. Lo aveva scelto in pochissimi minuti, forse il secondo, fra quelli che aveva scelto, da provare. “Sara, vuoi che venga con te?”, le domandò sua madre, a voce alta, dalla cucina, mentre lei finiva di prepararsi. “No, mamma, non serve, faccio da sola tanto devo provarlo una volta per la lunghezza!”, le rispose, sempre a voce alta. “E’ troppo lungo”, domandò la donna, che ancora non lo aveva visto, ed era molto curiosa di scoprire qualche dettaglio. “No, mamma. In realtà è piuttosto corto. Indosserò delle scarpe tacco dodici e ho dovuto far alzare ancora un po’ l’orlo!”, rispose, senza troppe emozioni nella voce, come se avesse parlato di qualsiasi altra cosa e non del suo vestito dal sposa. Giada rimase perplessa, più passava il tempo e meno quella ragazza somigliava a sua figlia. “Il velo come lo metterai?” “No, assolutamente niente velo!” A quell’affermazione così fredda e decisa, Giada iniziò a piangere. “Ma, tuo padre…”, disse con molta difficoltà, fra le lacrime. “Mio padre non c’è e non voglio parlarne! Cambiamo discorso per favore!”, sentenziò dura. Giada si sentì ancora più triste ed abbattuta. “Come può parlarne in questo modo? Suo padre l’ha sempre adorata, anche dopo che noi…”, la donna non riusciva a capacitarsi di questa estrema cattiveria. Se non fosse stato per certi segni particolari, avrebbe senz’altro detto che quella non era sua figlia, non era la sua Sara.

Sara si sposa a Natale - seconda parte

Marco Proietti (padre di Sara)

8 dicembre 1996

Casa Proietti era ancora un po’ in disordine, quella mattina. Mentre Sara finiva la colazione, Giada pensò a sistemare a dovere l’angolo dove avrebbero messo l’albero, il presepe, e il resto degli addobbi. “Dovresti far fare qualcosa anche a tua figlia, ogni tanto!”, la rimproverò bonariamente suo marito. “E’ piccola ancora! Ci sarà tempo perché impari. Per ora facciamole godere la fanciullezza!”, rispose, poi aggiunse. “Perché, invece, non mi dai tu una mano?” “Ehm…io…beh avrei…”, tentò di farfugliare per togliersi d’impiccio. Marco aveva da fare e doveva uscire, ma non sapeva che scusa inventare, poi gli venne un idea. “Bene… allora… io devo uscire per un’oretta , ci vediamo dopo!” Giada lo guardò stranita, non aveva fatto nemmeno in tempo a domandargli dove stesse andando così di fretta. “Mamma, tu lo sai cosa aveva da fare di tanto urgente da scappare così?”, le domandò sua figlia. Giada ci pensò su poi rispose: “a dire il vero no lo so proprio, ma immagino che si sia ricordato di qualche regalo dell’ultima ora, forse per qualche collega del lavoro. Vedrai che tra poco torna, noi pensiamo a sistemare gli addobbi!”, la rassicurò. Marco A marco era costato parecchio andarsene così, senza dare una spiegazione a sua figlia. Ne era veramente dispiaciuto, ma Sara era ancora piccola e non poteva capire ancora che fra lui e sua madre le cose non stavano andando più bene; soprattutto da quando lui, a lavoro, aveva conosciuto Giulia, una nuova collega, e se ne era innamorato, tanto da pensare di chiedere a sua moglie il divorzio, non appena Sara fosse stata un pochino più grande. Giulia non era una ragazza appariscente, ma in lei, Marco aveva ritrovato quella luce che in Giada non vedeva più. Fino a quel momento, lui, mai si sarebbe sognato di tradire sua moglie, anche se l’amore era andato lentamente affievolendosi fino a svanire quasi del tutto, ma con Giulia le sue difese si erano sciolte come neve al sole, la amava e da che l’aveva conosciuta, non desiderava altro che poter fare l’amore con lei. Dopo aver parcheggiato di fronte a casa, suonò il campanello e la ragazza lo accolse con tutta la dolcezza di cui era capace. Per la prima volta si incontravano fuori del posto di lavoro e lui sentì che quel giorno avrebbe tradito Giada. “Ciao, entra!”, gli disse. Lui non se lo fece ripetere, voleva andare oltre, aspettò che chiudesse la porta poi la prese in braccio e la portò fino al divano. “Marco che stai facendo?” “Giulia io…”, non finì la frase, ma iniziò a baciarla e spogliarla nello stesso tempo. “Marco…” “Giulia, io voglio fare l’amore con te, ti prego non respingermi, non lo sopporterei!”, la supplicò. “Marco, non posso respingerti, ti amo!” Fecero l’amore sul divano e poi ancora sul letto, nella camera di lei. Per quelle due ore, Marco Proietti si era dimenticato completamente dell’esistenza di sua moglie Giada e di sua figlia Sara. Quando guardò l’orologio si accorse che era tardissimo, era trascorso più tempo di quanto avesse immaginato, ma quel tempo era passato nella maniera più bella che potesse desiderare. “Giulia perdonami, ma ora devo andare via!”, le disse, mentre si rivestiva. “Dove devi andare? Mi hai detto di non avere nessuno che ti aspetta!”, rispose lei incredula. “Giulia per favore non farmi domande a cui adesso non posso risponderti! Credimi è stato stupendo amarti, ma ora devo andare via, non posso rimanere!”, senza aspettare altre repliche da parte di lei, uscì velocemente e salì in macchina. Mentre pensava a come giustificare l’assenza, gli venne in mente di fermarsi in pasticceria a comprare dei pasticcini di diverse qualità, sperando che questo bastasse a non far notare il forte ritardo. Giada e Sara avevano appena terminato con le decorazioni, quando sentirono la chiave girare nella toppa. “Salve ragazze!”, esclamò facendo finta di nulla. “Guardate qua, ho preso un bel po’ di dolcetti misti, così stasera ce li mangiamo dopo cena!” Giada lo guardò e poi gli rispose: “Wow, ci hai messo un bel po’ di tempo, per caso te li hanno fatti uno per uno mentre aspettavi?”, nella sua voce si sentiva che c’era del sarcasmo. “Ma no!! Che vai a pensare! Prima mi sono fermato da un collega e chiacchierando abbiamo fatto tardi!”, non era la scusa più originale, ma di sicuro non sarebbe stata l’ultima. Questo, Marco lo sapeva bene e lo sapeva bene anche Giada, che aveva capito tutto.

 

Giada

10 dicembre 2010

La sartoria le aveva consegnato l’abito, scorciato e pronto. Tutto ormai era definito e Sara era un po’ più libera. Giada decise che, forse, era arrivato il momento di parlare seriamente con sua figlia. Doveva capire perché quella ragazza si fosse tanto trasformata. Continuò a ripetersi queste frasi, mentre percorreva la strada che la portava a casa della figlia, ormai da tempo non abitavano più insieme. Sara, come prevedibile, era diventata presto indipendente e autonoma e si era affittata un monolocale con i soldi guadagnati a lavoro. Mentre scriveva una mail dal suo portatile, Sara sentì squillare il campanello. Andò ad aprire, rimuginando su chi potesse essere dato che non aspettava nessuno. “Mamma? Ma che…”, non ebbe nemmeno il tempo di finire la frase, sua madre entrò in casa quasi di prepotenza. “Sara, noi due dobbiamo parlare!”, sentenziò. “Ma, non si può rimandare ad un altro momento? avrei da fare adesso, il matrimonio è alle porte e…” “No!”, replicò decisa la donna. “Dobbiamo parlare per forza adesso, quindi se hai qualche conversazione in sospeso, terminala e di che richiamerai in seguito, ciò di cui dobbiamo parlare è più importante di qualsiasi dettaglio del tuo matrimonio!”, Giada non era mai stata così seria e determinata come quel giorno, ma era arrivata ad un punto che: “doveva sfogarsi o sarebbe esplosa”. “Ok, va bene, hai vinto, parla ma fallo in fretta perché non ho tutto il gior…”, non fece in tempo a terminare la frase che si sentì improvvisamente bruciare la guancia. “Mamma!”, gridò con le lacrime agli occhi, “ma cosa hai fatto? Adesso mi gonfierà e ci rimarrà il segno! Sei impazzita per caso?” “Ho fatto ciò che avrei dovuto fare molto tempo fa e, non preoccuparti, per un ceffone non é mai morto nessuno, non sarai tu la prima!” “Va bene, adesso hai tutta la mia attenzione, tanto in questo stato non posso certo più uscire!”, esclamò con la voce piena di rancore. “Sara, ma quando sei diventata così?”, le domandò allora sua madre, con le lacrime agli occhi. “Mamma, io davvero non capisco, così come?”, replicò la ragazza spazientita. “Lo vedi, non capisci e nemmeno te ne rendi conto! Sei cinica, egoista, perfida e maleducata!”, sapeva di aver esagerato, ma doveva farlo. “Mamma, ma che dici, io non sono affatto così!”, protestò la ragazza, che si sentiva offesa da quelle parole così dure. “Oh si che lo sei! Tratti male chiunque, non hai una sola parola gentile verso chi si prende cura di te e lavora sodo perché tu abbia il tuo matrimonio da favola!” “Mamma, ma sono dipendenti! Li pago bene perché mi facciano tutto con la perfezione che pretendo per il mio matrimonio!”, disse la ragazza, convinta di essere nel giusto. “Sara! I dipendenti sono persone, come me e te, hanno sentimenti, personalità, sensibilità e tu li tratti come fossero dei robot senza anima!”, affermò Giada. “Mamma, non ti sembra di esagerare un po’, adesso?” “Sara, ti faccio una domanda secca: quante cose hai permesso che il tuo futuro sposo decidesse insieme a te?”, domandò rimanendo in attesa, con le mani puntate sui fianchi. “Mamma, ma gli uomini sono tutti uguali, lo sai che queste cose non sono per loro!” “Glielo hai mai chiesto?” “No, ma…” “Ma cosa?” “Ma, niente! Io so cosa fare e come va fatto e a lui piacerà, ne sono sicura!”, affermò Sara, decisa a non darla vinta a sua madre, anche se forse tutti i torti non li aveva. “E se non gli piacesse? E se solo fingesse che gli piaccia per non contrariarti? Non ci hai pensato? Sara, Sara, tu vuoi sposarti, ma non hai capito il significato di ciò che stai per fare! Spero di no, ma ho paura che non finisca bene per te, figlia mia!”, le disse alla fine, mentre la sua voce si era fatta più dolce e calma. “Mamma, adesso io vorrei capire il perché di tutto questo!” “Ma te l’ho appena spiegato! Sara tu non sei più la stessa, devi rendertene conto, o saranno guai! Mi ricordo quando da piccola adoravi tuo padre e…”, la ragazza la bloccò. “Mamma, questo no! Non lo nominare, non voglio parlarne!”; disse decisa. “Perché? Perché non vuoi nemmeno affrontare il discorso, di cosa hai paura?” “Io non ho affatto paura, non voglio e basta!” Giada tornò a pressarla. “Sara, ma chi credi di prendere in giro? Sono tua madre e, per quanto, in questo periodo tu mi sembri diversa, so esattamente chi sei e cosa hai dentro! Quindi adesso tagliamo corto e sputa fuori il rospo! Cos’è che te lo fa odiare così tanto?” “Mamma, ma come? Me lo hai detto tu, ci ha tradite e abbandonate e…”, Giada non le dette modo di terminare la frase. “Sara, tuo padre ha tradito me, non te! Se n’è andato perché ormai il nostro matrimonio era al capolinea e a dirla tutta, ha pure atteso che tu fossi più grande, perché non voleva lasciarti da piccola. Comunque non posso biasimarlo, questo non lo sapevate ne tu ne lui, ma io lo avevo tradito poco prima del matrimonio e con il suo migliore amico, quindi se vuoi prendertela con qualcuno, fallo con me, non con lui! Lui ha solo la colpa di essersi innamorato di un altra quando il nostro matrimonio era ormai finito!”, Sara abbracciò sua madre. “Mamma, io non avevo capito nulla di tutto questo, io…”, tentò di giustificarsi. “Sara, come potevi, eri piccola! Quindi tu hai portato con te tutto questo rancore e lo hai proiettato su chiunque vicino a te, solo perché credevi che tuo padre ti avesse abbandonata? Perché non sei venuta da me a chiedermelo? Perché ogni volta che tentavo di parlartene, tu hai chiuso il discorso, invece di provare a capire? Non ti rendi conto che adesso potrebbe essere troppo tardi?”, disse, ma si accorse di aver parlato troppo. “Troppo tardi per cosa, mamma? E’ tutto pronto e fissato? Per cosa, sarebbe tardi?”, domandò incredula. “Non posso Sara, lo capirai da te, spero in un modo non troppo doloroso!” “Ma, mamma adesso inizio a preoccuparmi davvero!” “Non pensarci, lo capirai, per me adesso è tutto chiaro, mi dispiace solo che tu abbia scelto di non confidarti. Adesso devo andare e tu… beh sei occupata, perciò ciao, figliola, ci vediamo!”, le disse, alla fine, mentre già stava uscendo dalla casa.

Sara si sposa a Natale - ultima parte

Sara e Alan

23 dicembre 2010

Mancavano più due giorni a Natale, il cielo era carico di nubi ed era freddissimo, le previsioni avevano parlato di una forte nevicata, che sarebbe iniziata quella sera e sarebbe andata avanti fino al 25, proprio come voleva Sara. Il cellulare iniziò a squillarle con insistenza, mentre stava finendo di fare la doccia. “Chiunque sia potrà aspettare altri cinque minuti!”, disse fra sé. Visto che però il trillo non accennava a smettere, decise di uscire ed andare a rispondere. “Alan”, vide scritto sul display, dopo che per appena pochi attimi aveva perso la chiamata. Alan Seymur, suo fidanzato e ricco rampollo di una famiglia di imprenditori nel campo degli elettrodomestici. Si erano conosciuti perché lei era stata assunta, dopo regolare concorso, in una delle loro aziende. Alan non era bellissimo, ma era alto, magro e discreto, Sara aveva subito pensato che fidanzarsi con lui sarebbe stata la svolta della sua vita. In realtà non lo amava particolarmente, era solo convinta che, dopo il matrimonio si sarebbe abituata a vivere con lui e magari chissà, con il tempo gli avrebbe anche voluto bene. I colleghi del suo reparto di lavoro, più volte avevano cercato di farla desistere, specialmente uno di loro, Alessandro, di poco più grande di lei, diplomato, non ricco, ma gran lavoratore e pronto a farsi carico di una famiglia, non appena avesse trovato la ragazza ideale. Sara pensò che fosse meglio richiamare subito Alan, quindi digitò sul tasto di richiamo, Alan rispose praticamente subito. “Sara devo parlarti con urgenza, per favore, vieni da me quanto prima!”, sentenziò senza un filo di sentimento nella voce. “Va bene, ma c’è qualche problema, amore?”, aveva aggiunto quella parola, alla fine, come per voler mitigare una situazione che le pareva piuttosto tesa. Alan tagliò corto: “Sara, ci vediamo a casa mia fra mezz’ora, cerca di essere puntuale, per favore!”, poi riattaccò, senza nemmeno darle il tempo di dire altro. Senza perdere altro tempo, la ragazza finì di vestirsi, prese la borsa ed uscì. Dopo essersi fermata un attimo a fare benzina, guidò in direzione Parioli, dove si trovava la villa dei genitori di Alan. C’era stata altre volte, ma questa volta attese che gli venisse aperto, con un moto d’ansia e le gambe che le tremavano. Alan stesso le aprì e dopo averla fatta entrare, richiuse il portoncino di legno intarsiato. “Sara, vai a sederti sul divano, adesso arrivo!”, le disse, quasi come un ordine, poi andò in cucina e tornò con una bottiglia di vino e due bicchieri. Sara vedendo la bottiglia, pensò che forse aveva capito male, magari Alan voleva solo festeggiare una promozione oppure il fatto che mancavano più solo due giorni al loro matrimonio, ma la verità non la poteva immaginare, come non poteva immaginare ciò che come un tram impazzito l’avrebbe investita poco dopo. “Sara, quello che devo dirti è tanto importante quanto spiacevole per me, ma non posso fare diversamente, tu mi hai portato a questo, ci ho pensato tanto e ne ho parlato con altri, perfino con tua madre, a cui ho dato un gran dispiacere e non avrei voluto, credimi!” “Alan, non sto capendo niente, cosa succede?”, disse Sara, confusa. “Sara, da quando abbiamo deciso di sposarci, tu hai iniziato a comportarti in maniera insostenibile! Hai preso decisioni, hai organizzato ogni cosa, hai scelto abiti e bomboniere di lusso senza chiedermi il minimo parere e quel che è peggio, senza domandare quale fosse la cifra che ti era concesso spendere, dato che i soldi che stavi usando non erano i tuoi, ma quelli miei e della mia famiglia! Questa cosa mi ha molto deluso e irritato e piano piano, mi ha portato a prendere una decisione grave ma irreversibile!”, Sara lo guardava con sempre più stupore negli occhi, davvero ancora non capiva anche se, iniziavano a tornarle in mente le parole di sua madre. “Alan che vuoi dirmi, per favore, parla e sii chiaro!” “Sara, noi due non ci sposeremo più! Il nostro fidanzamento è rotto a partire da adesso e ti chiedo di ritirare tutte le cose dall’ufficio perché i miei hanno deciso di licenziarti con effetto immediato!”, lo aveva detto con tutta la rabbia che aveva in corpo, ma non aveva ancora finito. “Credimi, non è stato solo l’aver speso tutti quei soldi senza chiedere, che mi ha fatto infuriare, ma l’aver capito che tu non mi amavi veramente, non mi hai mai amato perché tu, Sara, ami solo te stessa e per questo hai fatto soffrire anche tua mamma, adesso raccogli ciò che hai seminato, restando sola!”, Alan aveva apparentemente terminato il suo discorso e la ragazza non aveva nemmeno la forza per dire una parola. Cercò di raccogliere le forze per esprimersi come meglio poteva. “Alan mi dispiace, lo so ho sbagliato, ho parlato con mia madre, ho capito quanto mi stavo sbagliando, c’è qualcosa che posso fare per…”, voleva continuare, ma lui la interruppe. “C’è una cosa che puoi fare! Andartene e dimenticare che esisto!” “Ma, tutti i preparativi, il vestito, le bomboniere, la chiesa…” “Non preoccuparti di quello, ho già sistemato e il vestito puoi tenertelo, tanto dubito che troverai qualcuno che voglia sposarti con quell’orrendo straccio addosso! Ora per favore esci, prima di tornare a casa fermati a riprendere le tue cose e poi non contattarmi mai più!”, mentre pronunciava l’ultima frase, si era avvicinato alla porta e l’aveva aperta facendo alla ragazza segno di uscire. Sara non tentò di dire più nulla, ma prima di salire in auto provò a vedere da una finestra, cosa ci avrebbe fatto con quei due bicchieri e il vino. Vide apparire una donna, con dei lunghi capelli biondi e ondulati, vide Alan stappare la bottiglia e poi brindare, poi non vide più altro, salì sulla sua auto e andò via quasi sgommando.

 

Epilogo

26 dicembre 2010

“Sara, ti ho portato il giornale, ma forse è meglio che non lo leggi!”, le disse sua madre, mentre accostava la sedia al letto dell’ospedale. “Mamma cos’altro vuoi che mi succeda? Sono qui ferma in un letto, con entrambe le gambe fratturate, dammi il giornale per favore!” “Se lo dici tu, tieni, ma poi non venire a lamentarti con me!” Sara aprì la prima pagina e vide un titolo enorme e la foto di Alan con quella donna bionda. “Ieri, 25 dicembre, Alan Seymur, figlio del noto imprenditore e proprietario della “Seymur Inc.”, si è sposato con la sua fidanzata, titolare di una lussuosa catena di alberghi. La cerimonia è stata una delle più sfarzose viste nella capitale” Dagli occhi della ragazza iniziarono a sgorgare grandi lacrime. “Ho avuto ciò che mi meritavo!”, disse. “No, Sara non è così, è solo che tu eri così accecata dai preparativi da non accorgerti che lui te la stava facendo sotto il naso!”, le rispose Giada. “Chissà se troverò mai qualcuno che voglia amarmi davvero per come sono!”, disse sospirando. Sua madre si voltò e vide un ragazzo, con il viso dolce e in mano un mazzo di fiori, che aspettava di poter entrare. “Forse lo hai già trovato, figlia mia!”, la salutò con un bacio e uscì lasciando il posto …all’amore.

Immagine elaborata con canva

Passeggiatrice

E tu,

che sei lì su quel viale,

illuminato dai lampioni,

tra i quali ogni sera passeggi.

Vestita solo delle lacrime che bagnano la tua anima.

Quattro stracci e nessuna protezione.

Come hai fatto a finirci in quel giro,

a passeggiare senza nessuna emozione,

a venderti a chi capita e non ha certo una buona reputazione.

L'amore non si vende,

non si compra e nemmeno si regala.

L'amore non è per tutti,

l'amore è una cosa rara!

E' per quei pochi che ha voluto toccare.

L'amore è solo per chi sa aprire il cuore.

E tu su questo viale,

ogni sera lo vai a dare ai disgraziati che son solo pagare,

per un'auto scassata e un sedile da reclinare,

per parole rozze e volgari,

mentre loro si muovono e tu...

tu stai a guardare.

All'alba si spengono i lampioni,

la notte è finita,

spariscono i compratori di anime dannate come la tua,

che ormai si è arresa e tace.

Vuole solo riposare,

vuole solo un po' di pace.

 

 

Cambio al vertice

Cambio al vertice

“Ma tu sei fuori di testa!”, tuonò Alan.

“Perché?”

“Come fai anche solo a pensare una cosa del genere! Io che da qua mi muovo, prendo l’aereo e torno fra le nebbie milanesi! Credimi, da qua nessuno mi schioda, non ci penso nemmeno!”, rispose John, piuttosto seccato dalla chiamata.

“Capo, ma per certe questioni serve la tua firma, servi tu! Non ti dico mica di restare, prendi un aereo, arrivi leggi due rapporti, firmi e te ne rivai da dove sei venuto, che poi se dobbiamo dirla tutta, tu laggiù ci vivi con i soldi della società, mentre noi siamo qua e non ci dai nemmeno le ferie quando ci spettano!”

“Ti dimentichi che la società è mia, tu hai solo una percentuale minore quindi vedi di stare nel tuo e non assumerti meriti che non ti spettano. Quando me ne sono andato ho impostato tutto: deleghe, compiti, affidi e gradi di decisione proprio perché non volevo avere noie e tu mi chiami per una cazzo di firma su un rapporto? Risolvila da solo o considerati fuori dal team! Adesso chiudo che ho due appuntamenti a cui non posso e non voglio mancare! Se ti azzardi di nuovo a chiamarmi sarà peggio per te!”

“Va bene!”, rispose e scaraventò il cellulare contro il muro.

“Che ti ha detto John?” domandò Mara, vedendo il cellulare a terra ridotto a briciole.

“Niente, Mara, quello è talmente stronzo!”, poi si accorse di aver fatto una mezza gaffe “Oddio scusami non volevo, state insieme, non dovevo parlare così.

“Non importa Alan, non credo che la nostra relazione abbia basi solide, io sono qui e lui é dove sai, quanto credi che gliene importi di me?”, si sentiva ferita anche se non voleva darlo a vedere. Lei e John si erano sposati, ma poi lui aveva preteso la libertà di vivere come e dove voleva e allora che significato aveva avuto sposarsi.

“Mara, sinceramente non so che pensare, alla fine l’azienda è sua per la maggioranza, ma sembra che a lui non gliene importi nulla, farò da solo, come ho sempre fatto del resto! Pensa, mi ha pure minacciato dicendo che se non avessi risolto la questione da solo avrei dovuto considerarmi fuori dal team. E intanto lui si gode le isolette del pacifico, i massaggi, la piscina e…”

“E cosa?”, disse Mara.

“No, niente!”, non poteva dirle altro.

“Alan, puoi dirmelo, pensi davvero che io non sappia che mio marito si diverte allegramente, sapendo che io sono qua e non posso vederlo? ”

"Mara, mi dispiace, ma credo che lui non ti stia rispettando, come non rispetta nessuno di noi. Sono mesi che non ci facciamo un solo giorno di riposo, mesi che tutti quanti lavoriamo senza sosta, ho sentito del malcontento anche fra gli altri del team, dobbiamo fare qualcosa!”, propose.

“Hai ragione Alan e forse io so come fare: possiamo togliergli la sua quota, lui ha delegato tutto come ha poco fa detto al telefono e noi lo lasceremo in mutande! Voglio vedere poi come riuscirà a mantenersi nella sua vacanza!”.

“Puoi farlo?” le domandò Alan incredulo.

“Certo che posso!” Lui ha disposto tutto ma ha commesso una leggerezza, mi ha dato più potere di quanto creda, questo errore gli costerà il posto in azienda e molto altro.

La sabbia, il mare, i massaggi.. John era veramente preso dal suo paradiso terrestre, ma un pensiero lo riportò con i piedi per terra.

“Forse avrei fatto meglio a tornare, almeno un paio di giorni! Ho un dubbio atroce e ho paura che mi crei qualche problema!"; pensò fra se, mentre si preparava per la cena di gala nel club esclusivo del suo hotel.

"John sei pronto?” domandò Janis dopo aver bussato alla porta della sua suite.

“Si quasi, ma entra pure è aperto!”, Janis era bellissima, capelli lunghi e neri, lucidi e morbidi le contornavano le spalle lasciate nude dal vestito. Si avvicinò a lui e iniziò a stuzzicarlo. “Janis per favore, così non arriveremo mai in tempo!”, ma inutile, lei non aveva nessuna intenzione di smetterla.

“E adesso? le disse John mentre si accendeva una sigaretta dopo aver fatto l’amore.

"Adesso lo rifacciamo!”, rispose lei. Ormai la festa era caduta nel dimenticatoio, la loro notte d’amore li aveva trasportati altrove.

“Paga con contanti o carta?”

“Che?”, rispose John sovrappensiero.

“Paga con contanti o carta?”

“Carta!” rispose questa volta a tono e tolse la tesserina dal portafogli. La ragazza strisciò la carta sul POS.

“Signore questa carta è vuota, non ne ha un altra?”, John la guardò sgranando gli occhi. “Come vuota? Controlli meglio, non può essere vuota, quella carta ha credito illimitato, non può assolutamente essere come dice lei, vedrà che il suo POS è rotto! La ragazza provò di nuovo.

“Signore non è il mio terminale il problema, ma la sua carta che è vuota! Può darmene un altra?”, iniziando a spazientirsi.

“Va bene, provi questa, con questa non dovrebbe avere problemi!”

“Signore, forse è meglio che chiami qualcuno che possa garantire per lei, anche questa carta è vuota, lei non ha denaro per pagare il conto! Se non lo fa sarò costretta a chiamare la polizia!”

“Signorina, ma sta scherzando? Io sono un titolare d’azienda in Italia, probabilmente c’è qualche malfunzionamento con il collegamento internazionale, vedrà si risolverà tutto in pochissime ore!”

“Va bene, aspetteremo, ma per adesso deve lasciarmi qualcosa in garanzia, per favore mi lasci il passaporto, le assicuro che non appena avrà saldato glielo restituirò!”

“Lei non può farmi questo?”

“Certo che posso! Altrimenti chi mi garantisce che lei non se ne andrà via lasciando il conto in sospeso? Con il passaporto in ostaggio almeno sono sicura che non andrà da nessuna parte. John, prese il passaporto dalla valigia e lo pose sul bancone della reception.

“Ok allora adesso può andare a provare a risolvere il suo problema, sappia però che ha solo dodici ore di tempo, poi: o paga i € 6.000 euro che ci deve o chiamerò la polizia."

John uscì dall’hotel sommerso dalle domande che affollavano la sua mente: cosa poteva essere accaduto, dove erano finiti tutti i suoi soldi? Prese il cellulare e chiamò Alan.

“Alan mi spieghi cosa avete combinato? Stavo per pagare e non ho più un centesimo sulle carte di credito!”

“John, sono Mara, te lo spiego io cosa è successo: ti abbiamo estromesso, tu da oggi non hai più nessuna autorità, nessun potere decisionale e le tue carte sono state svuotate e disattivate, la colpa è solo tua, dopo questa chiamata disattiveremo anche la tua scheda telefonica, il telefono te lo lasciamo, ma non provare a contattarci mai più, hai finito di fare il traditore e di spassartela con i soldi aziendali, da oggi in poi dovrai cavartela da solo. Ah dimenticavo, ti arriverà il conto dell’avvocato per il divorzio, ma non preoccuparti, non voglio nessun mensile, quello che volevo l’ho già avuto, addio!”

John rimase interdetto, avrebbe voluto rispondere, spiegarle, o provare a risolvere, ma Mara aveva già chiuso la chiamata e adesso erano veramente cavoli amari!

cover del romanzo - foto elaborata con canva

Milady - capitoli 1e 2

Questi che state per leggere sono i primi due capitoli del mio romanzo intitolato "Milady"

Milady potete trovarlo su Amazon in versione ebook e leggerlo gratuitamente con l'abbonamento kindle oppure acquistarlo.

 

Capitolo 1 -  Roma, 10 maggio 1998

Milady camminava nervosamente su e giù per il lungo Tevere con la  terza sigaretta accesa ed il pacchetto ancora fra le mani. Più volte aveva sentito i rimbrotti di suo padre, dopo essere tornata dal college, per questo vizio del fumo. A quel tempo, quando ancora abitavano nel loro ranch vicino a Nashville nello stato del Tennessee, non le era andato di ascoltarlo, adesso, dopo l'incidente, se ne era pentita  e si era ripromessa seriamente di smettere. Questo dannato compito che James le aveva affibbiato, di certo non le rendeva la vita facile e non le forniva la motivazione giusta per decidere di farlo una volta per tutte. Il cielo su Roma era di un grigio torvo e nuvole minacciose non facevano presagire nulla di buono, il vento poi le spostava il giacchetto in continuazione, aumentando la dose di ansia e nervosismo che già aveva addosso. Non aveva proprio idea di chi fosse il malcapitato che avrebbe dovuto togliere di mezzo, era stata costretta ad accettare quell'incarico, ma non le piaceva affatto l'idea di dover uccidere, lei di sua volontà non avrebbe mai fatto del male a nessuno. Qualche anno prima, le era successo un brutto incidente con il braccio destro di James, lui le aveva messo gli occhi addosso e aveva tutte le intenzioni di farsela, con le buone o con le cattive. Un giorno ci aveva provato di brutto, ma Milady per difendersi gli aveva colpito la testa con un pesante soprammobile che si trovava nell'ufficio del capo. Quando James Franck Lefebre era venuto a saperlo, le aveva dato due scelte: eseguire un lavoretto per lui, in cambio del fatto che lui si sarebbe dimenticato della cosa e avrebbe pensato a liberarsi del cadavere, oppure andare in prigione con tutto ciò che ne sarebbe conseguito. Milady, trovandosi in difficoltà, aveva scelto la prima opzione, ma presto se ne era pentita. Continuò a camminare avanti e indietro su quel lungo Tevere, guardandosi intorno per intercettare un qualunque segnale che le avrebbe fatto capire chi fosse la sua vittima. Alle quattro non era ancora successo niente, se non che lei era rimasta con una sola sigaretta nel pacchetto. Milady sperò che si concludesse tutto prima alla svelta, così se ne sarebbe tornata al suo monolocale, magari fermandosi prima a fare scorta di veleno. Le fumava leggere, ma questa non era una giustificazione. Aveva smesso di usare il suo vero nome proprio dopo la morte dei suoi genitori, quando il signor James, ex socio di suo padre, l'aveva presa con se facendole credere di essere un amico. La verità era che a lei quell'uomo non era mai piaciuto,  per di più, anche lui aveva tentato in più di un occasione di molestarla, ma con suo padre ancora vivo  non si era spinto mai oltre i limiti. AMilady, l'idea di seguire Lefebre, non piaceva per nulla, ma era troppo giovane e senza mezzi, per riuscire a cavarsela da sola, così non le era rimasto che accettare. A causa del maltempo, aveva cominciato presto a scurire, ad un certo punto era apparso un grosso riflettore puntato su un individuo che stava su un barcone. Un tipo alto, ben vestito, all'apparenza un bell'uomo, ma che importanza poteva avere l'aspetto, tanto, entro pochi minuti, sarebbe stato cibo per i pesci del fiume. Non aveva mai avuto alcuna esperienza con le armi, ma montò, comunque, il fucile di precisione che le avevano fornito e fu pronta a prendere la mira. Improvvisamente, una goccia, due, tre... poi iniziò a piovere insistentemente. Milady abbassò, qualche secondo, l'arma. Quando fu pronta al secondo tentativo si accorse che l'uomo non c'era più, provò a cercarlo con il binocolo, ma  niente, di lui nessuna traccia. «Maledizione! Maledetta pioggia!», imprecò a voce alta. «Maledizione, questo non doveva proprio accadere!» Alle otto decise di smontare tutto quanto, tanto per quella sera non lo avrebbe ritrovato più. Quell'uomo sembrava come essersi volatilizzato, sparito nel nulla. Si avviò verso casa. «Maledizione!», era la sua imprecazione preferita. «Adesso come lo ritrovo! Poi chi glielo dice a James, quello vorrà farmi a fette!» Si accorse che stava spiovendo, ma aveva già tutti quanti i vestiti inzuppati, doveva sbrigarsi se non voleva correre il rischio di prendersi una polmonite. Forse avrebbe fatto meglio a tirare di lungo, ma vide una tabaccheria e non seppe resistere. «Signorina che vuole, sto chiudendo é proprio urgente, non può tornare domani?», disse il padrone spazientito,  con il bastone per abbassare la serranda, già fra le mani. «Si, la prego, mi dia un pacchetto di quelle la, per favore?», indicando con il dito la sua marca preferita. «Vuole altro?», rispose l'uomo spazientito. «No, chiuda pure! », replicò Milady in tono quasi provocatorio. Le era uscita così, non voleva essere scortese, che colpa poteva averne quel tabaccaio, se a lei quella sera era andato tutto storto. Anche la pioggia ci si era messa a complicarle la vita, poi era cessata. Il cielo si era totalmente rischiarato ed era apparsa una luna abbagliante. «Maledizione, solo il tempo di farmi perdere il bersaglio é durata!» I soldi per chiamare un taxi non li aveva e comunque il suo monolocale era solo a due isolati da lì, raggiungibile con una passeggiata.

Capitolo 2

Dopo essersi fatta quattro piani di scale a piedi, Milady  girò la chiave ed entrò nel suo monolocale mansardato. Era piccolo, ma a lei bastava, tutto sommato era la cosa più positiva che James avesse fatto per lei: trovarle questa sistemazione e permetterle di viverci senza dover pagare l'affitto e le utenze. Quello che non sapeva era che lui ne possedesse la seconda chiave. Entrando c'era una piccola cucina/salottino, proseguendo, la camera con letto da una piazza e mezza, e il bagno, per fortuna con vasca. Milady, nel suo rifugio, si sentiva sicura, pensava che nessuno avrebbe potuto farle niente una volta che si fosse chiusa dentro. Lasciò cadere la valigetta accanto alla porta e andò subito nel bagno ad aprire l'acqua caldissima nella vasca. Non si ricordava cosa avesse nel frigorifero, né se ci fosse realmente qualcosa da mangiare, ma non le importava, sentiva che il suo stomaco non era pronto a ricevere cibo quella sera. Si spogliò, lasciando cadere tutto quanto a terra, più tardi avrebbe caricato la lavasciuga. Entrò nella vasca che si era riempita di morbidissima schiuma color champagne, grazie al suo bagnoschiuma preferito. Non aveva molti soldi e non poteva permettersi lussi, ma preferiva concedersi alcune cose piuttosto di altre. Amava rilassarsi così, in un mare di schiuma, in quel modo riusciva, anche se per breve tempo, a dimenticarsi di tutto e tutti. Milady era sola, non era fidanzata, né sposata. Alla sua età, per quanto strano, non aveva mai avuto nemmeno rapporti fisici. Oh, beh certo, se non si conta quella volta in cui...ma quella era stata una violenza e nemmeno completa, quindi a quasi ventinove anni era vergine. Pensando e rilassandosi si accorse che stava quasi per addormentarsi, quindi decise di uscire. Si asciugò e andò a stendersi sul letto, la stanchezza si impadronì di lei quasi subito, facendola cadere in un sonno profondo. Non aveva idea di come ritrovare quell'uomo, non aveva nemmeno una sua foto o un identikit tracciato a matita. Magari la mattina le avrebbe ridato un po' di lucidità e chiarezza sul da farsi. Milady non poteva ricordare quel volto, perché era molto cambiato, in realtà si erano già conosciuti anni prima, in tempi non sospetti, quando suo padre e sua madre erano ancora vivi e ignari di ciò che gli sarebbe capitato di lì a breve.

Baby goal

Buon pomeriggio amici e follower, ho scritto questo racconto molto tempo fa, direi un certo numero di anni, quindi prima di poterlo proporre alla vostra attenzione ho dovuto rivederlo attentamente. Ovviamente, anche se ambientato nel tempo delle deportazioni e dei campi di concentramento, è puramente di fantasia. Ho voluto provare a descrivere questa situazione, ma mai, per nessuna ragione al mondo, ho la presunzione di sapere che cosa abbiano veramente provato, le persone che sono state in quei posti e che per qualche miracolo sono sopravvissute, così come non immagino nemmeno, realmente, cosa deve aver provato chi è finito nelle famigerate camere a gas. Ho provato a trattare l’argomento usando guanti bianchi e spero di esserci riuscita senza mancare di rispetto a tutte quelle persone.

Baby goal - prima parte

Cap I  - 22 dicembre 1944.

Il convoglio dei deportati per il campo di concentramento di Buchenwald sarebbe partito entro pochi minuti, migliaia di anime ammassate come bestie, che come unico peccato avevano la stella gialla di Davide cucita sul petto. Ebrei, solo questo erano e per questo il Fuhrer li mandava a morire. Mario e Soledad Guzmann e il loro unico figlio Pato erano stati condotti lì per ultimi dalle SS e stavano montando sul treno sotto i colpi di bastone dei soldati tedeschi. Si proteggevano uno con l’altro ed entrambi provavano a proteggere Pato, con il suo vecchio pallone ricucito sempre vicino a lui. Non se ne separava mai, si può quasi dire che i due fossero un corpo unico e quando uno dei soldati tentò di sottrarglielo lui lo strinse sempre più a se. La guardia indispettita da quella resistenza così tenace imbracciò il fucile a mitraglietta deciso a fargli pagare subito quell’affronto, nonostante fosse solo un ragazzino di appena 15 anni. Il treno iniziò a muoversi e questo salvò una prima volta la vita al giovane Pato, il viaggio era lungo da percorrere, lungo abbastanza da permettergli di chiudere gli occhi e sognare di nuovo le sue corse in Argentina.

Cap. II

Mario e Soledad erano emigrati a Buenos Aires dalla città di Francoforte, dove avevano un’attività abbastanza fiorente, quando in Germania erano cominciate le prime discriminazioni gravi verso gli ebrei. Purtroppo con le leggi razziali emesse da Hitler le cose si erano fatte di colpo difficili, i clienti si erano sempre più dimezzati fino a sparire del tutto. Sole aveva perso la loro prima figlia a causa di una infezione contratta in gravidanza. Quando, due anni più tardi, era rimasta di nuovo incinta, lei e Mario avevano considerato il fatto che far nascere il bambino in Germania non sarebbe stato prudente, così avevano chiuso l’attività, avevano raccolto i loro pochi averi e avevano comprato il biglietto per Buenos Aires. Il viaggio in nave era durato moltissimi giorni, durante i quali la povera Sole aveva contratto di nuovo una infezione, rischiando di perdere anche il secondo figlio. Per fortuna sulla nave aveva conosciuto un bravissimo medico, che si era preso cura di lei fino alla fine della traversata e qualche giorno prima dell’approdo nel porto, l’aveva aiutata a partorire. Mario vendeva carne di qualità eccellente ed era un macellaio abile. Sole lo aveva sempre aiutato, ma da quando era nato il piccolo era dovuta rimanere a casa per badare a lui e crescerlo. Così era stato per ben 13 anni durante i quali Pato era cresciuto correndo e giocando sempre con quel pallone. Era già diventato un campioncino, alto biondo, la corporatura perfetta per un attaccante, ma data la sua età non poteva entrare nelle squadre locali. f Frequentava una scuola pubblica, dove si era fatto moltissimi amici che come lui amavano il calcio e, praticamente ogni giorno, si ritrovavano in un campetto vicino casa a giocare fino all’imbrunire. Ogni volta la povera Sole doveva gridare più volte per convincerlo a tornare a cena, e quando arrivava era costretta a tuffarlo nella vasca da bagno e lavarlo da capo a piedi, prima di farlo sedere a tavola,per le condizioni in cui era. Tutto questo era durato fino all’anno in cui Pato avrebbe dovuto frequentare un collegio privato, dove avrebbe fatto parte della prima squadra di calcio vera della sua vita. Sfortuna aveva voluto che un giorno, un distaccamento di polizia tedesca, che si trovava lì per altri motivi lo aveva visto allenarsi nel campo vicino a casa. Anche se a Buenos Aires non erano costretti a indossare abiti riportanti la stella di Davide, le guardie avevano deciso di controllare e lo avevano fatto per mezzo del registro scolastico. Da quei controlli era emerso il suo nome, il cognome ebreo e l’identità dei suo genitori. Dopo aver trasmesso le informazioni al quartier generale tedesco, avevano ricevuto l’ordine, dal Fuhrer stesso, di ricondurli in Germania come prigionieri.

Cap. III

Il treno non si era ancora fermato e Pato stava ancora sognando la sua vita felice in Argentina, quando due guardie passarono fra i gruppi di persone dando botte e colpi a chi si era addormentato, per farlo svegliare di nuovo, dopo pochi km apparve il cartello con su scritto CAMPO DI DETENZIONE DI BUCHENWALD. I prigionieri furono fatti scendere, uno dopo l’altro con l’ausilio del calcio del fucile, usato a mo’ di bastone. Quelli troppo lenti nei movimenti li avevano uccisi sul posto, creando urla e scompiglio, poi avevano minacciato il resto dei prigionieri, della stessa fine. Quando anche l’ultimo prigioniero fu fuori in fila i sacrificati erano in numero di circa dieci. I soldati li presero uno ad uno e li portarono in una fossa scavata lungo il perimetro della recinzione spinata dove presumibilmente erano finiti anche altri sfortunati prima di loro. La fila fu divisa in maschi e femmine, Pato fu assegnato al padre e non gli fu dato nemmeno il tempo di salutare la madre, lui non sapeva che quella sarebbe stata l’ultima volta che l’avrebbe vista. Dopo averli privati di tutto e aver consegnato loro le divise con il numero di riconoscimento vennero mandati nelle caserme dormitorio. Pato pensava al momento in cui gli avrebbero tolto la cosa a cui teneva di più, il suo pallone malconcio e ricucito. Temeva quel momento, ne aveva il terrore, perché pensava che senza il suo pallone non sarebbe sopravvissuto a lungo, ma anche per quella volta, con sua sopresa, glielo avevano lasciato. La guarda che gli aveva permesso di tenerlo, lo osservò per tutto il giorno e anche per quelli seguenti. Tutto lì era proibito, il mangiare era poco, spesso vecchio, il pane era il più delle volte ammuffito, molti prigionieri si sentivano male dopo aver consumato quella roba, Mario, comunque, rinunciava più volte alla sua razione pur di darla al figlio. Le malattie per le scarse condizioni igieniche si portavano via giorno dopo giorno decine di prigionieri che puntualmente finivano nella fossa. Pato passava i momenti di breve libertà fra un ordine e l’altro, a palleggiare ed esercitarsi. Quando dall’altoparlante usciva perentoria la frase: “ALLE DOCCE!” seguita dai numeri di matricola, la disperazione e la tensione si potevano leggere sui volti dei prigionieri perché quando toccava non c’era ritorno.

Cap. IV

Soledad Guzmann, matricola numero 18550, il suo numero era stato annunciato all’altoparlante il giorno seguente l’arrivo al campo di concentramento. Bionda, occhi chiari, strano per una donna ebrea. Difatti non lo era. Soledad Schwarz era il suo nome da ragazza. Tedesca, di padre tedesco cattolico, si era innamorata di Mario al primo sguardo, una volta che, non sapendo cosa fare, era andata a fare la spesa, insieme alla governante (ebrea), nella macelleria di famiglia dei Guzmann. Mario a quel tempo era il garzone di bottega dei suoi genitori. Si erano notati a vicenda e quello sguardo era rimasto impresso nell’animo di entrambi. La governante di Sole, (Sole, Sonne, perché in famiglia veniva chiamata con il nome tedesco, negli anni in argentina si era trasformato in Soledad), si era accorta della cosa e appena fuori del negozio aveva fatto un lungo discorso alla ragazza, quasi maggiorenne, per quanto riguardava le regole di frequentazione fra tedeschi cattolici ed ebrei. Non esisteva che una ragazza di buona famiglia tedesca cattolica potesse parlare e ancor peggio frequentare un uomo di famiglia ebraica, ma a lei delle regole e di Hitler non importava nulla, si era innamorata di Mario al primo sguardo e se frequentarlo voleva dire chiudere i ponti con la famiglia e diventare ebrea ebbene lei lo avrebbe fatto. Soledad e Mario si erano sposati un anno dopo e a sposarli era stato il rabbino della sinagoga di appartenenza di lui. Solo la vecchia governante era stata presente alle nozze, il padre e la madre avevano deciso di tagliare ogni rapporto con la figlia, per questo, al momento dell’arresto nessuno sapeva delle reali origini della ragazza. Sole era morta così, ad appena 36 anni, senza più rivedere né Pato né suo marito Mario e finendo là, come tutti gli altri, in quella buca fredda e anonima, come anonima era la loro divisa a strisce.

Cap V

Erano passati molti mesi dal loro arrivo a Buchenwald. Il sole era spuntato, facendo capolino dalle fessure della porta di legno. Mario a volte si sentiva in colpa per la sorte che stava capitando a suo figlio, lo vedeva palleggiare appena fuori la porta e pensava, con tanta malinconia, che il sogno di suo figlio non si sarebbe avverato, a causa delle loro origini. Era il 20 giugno 1944 e faceva caldo in quei capanni che erano l’anticamera della morte, ma finché non toccava, una flebile speranza ti accarezzava il cuore e trovavi la forza di proseguire. Quello fu un giorno strano. Il Fuhrer si era recato nel loro campo di detenzione. Insieme a lui c’era la persona che di lì a poco sarebbe diventata la salvezza di Pato. L’assistente del C.T della nazionale tedesca cercava giovani promesse e si era detto disponibile a valutare e prendere chiunque. Di certo sapeva che in quel posto avrebbe potuto trovare solo ebrei ma questo non rappresentava un problema. Erano le 14.30 del pomeriggio, unico momento in cui i prigionieri avevano un’ora di tempo libero e Pato ovviamente lo impiegò per allenarsi come di consueto. L’assistente, che stava perlustrando il campo lo notò e, senza farsi vedere da lui, tornò dal responsabile che stava parlando con il Fuhrer a chiedere ogni tipo di informazione che lo riguardasse. Venne a sapere che la madre era morta il giorno dopo il loro arrivo e lui era rimasto con il padre che sarebbe comunque stato il prossimo sulla lista delle docce. Schaumann (così si chiamava l’assistente) chiese e ottenne che il ragazzo fosse affidato a lui. Era trascorsa tutta l’ora libera e tutti erano già rientrati nei rispettivi capanni quando la voce nell’altoparlante annunciò: – I PRIGIONIERI DELLA CASERMA N° 13 TUTTI ALLE DOCCE VELOCEMENTE! SENZA FARVELO RIPETERE!! – poi ci fu un attimo di pausa e di nuovo dall’altoparlante la voce aggiunse queste parole: – IL PRIGIONIERO N°1420 PRIMA DELLA DOCCIA SI RECHERA’ NELLA CASERMA C. SUBITO!! Pato incuriosito ma anche intimorito da quell’ordine rivolto solo a lui, ebbe il tempo appena di dire al padre: “ci vediamo dopo”, nel frattempo due guardie erano già pronte a prelevarlo. Gli dissero di prendere il pallone e nient’altro poi uscirono scortandolo uno a destra e uno a sinistra.

CONTINUA...

Baby goal - seconda parte

Cap. VI

In quel capannone dove lo fecero entrare non c’era nulla, solo una porta da calcio in fondo alla parete opposta. Le guardie uscirono e lui posato il pallone a terra cominciò istintivamente a correre verso la porta, incredibilmente iniziarono a farsi avanti un avversario dopo l’altro, Pato non aveva idea da dove fossero sbucati fuori, ma li dribblò ad uno ad uno arrivando davanti al portiere. Doveva segnare questo goal, non c’era altro da fare, anche perché questo poteva veramente rappresentare la sua unica salvezza. Prese fiato e dopo aver stoppato la palla la calciò, questa fece una parabola e poi fini in rete alle spalle del portiere. A quel punto un uomo si fece avanti, era l’osservatore che lo aveva visto palleggiare fuori del dormitorio. “Mi servi ragazzo, tu verrai con me, se accetti la mia proposta qua non tornerai mai più e lo sai bene anche tu che questo equivale a salvarti la vita.” Pato lo guardò, prese fiato e disse: “Accetto se mio padre e mia madre potranno venire con me!” Di grinta ne aveva il ragazzo, quello che non sapeva è che purtroppo oramai era l’unico rimasto della sua famiglia. “Mi dispiace dovertelo dire ragazzo, ma i tuoi genitori non sono più di questo mondo, non dipende da me la decisione era già stata presa e tu saresti stato il prossimo, ma io ora ti offro questa occasione: puoi venire con me e diventare un campione rendendoli fieri di te, oppure puoi restare qui e fare la loro stessa fine, cosi sarete morti tutti e tre inutilmente.” Pato rimase a rimuginare su quello che gli era stato detto, ripensando a tutto, ripensando al fatto che fare il calciatore era sempre stato il suo sogno fin da bambino, pensando a quante volte sua madre gli aveva ricucito quel pallone, ai sacrifici che suo padre aveva fatto per poterlo mandare in una scuola che avesse una squadra di calcio vera e ufficiale, pensò che non poteva deluderli proprio adesso, proprio ora che loro non c’erano più. “Ok, vengo con lei, ma qua non voglio tornarci mai più!” “E non ci tornerai, il tuo futuro e’ altrove!” Detto ciò gli suggerì di raccogliere le sue cose velocemente che entro pochi minuti sarebbero partiti, Pato ubbidì e si preparò poi rimase davanti alla porta ad aspettare. L’attesa fu abbastanza più lunga di quanto gli era stato detto, tanto che aveva cominciato a preoccuparsi e a pensare che lo avessero ingannato o che avessero cambiato idea e scelto qualcun altro più grande e robusto di lui, ma alla fine Fritz Schaumann tornò e insieme se ne andarono lontano da quel posto dove comunque aveva lasciato parte del suo cuore: i suoi genitori. Il viaggio sarebbe stato piuttosto lungo quindi gli fu detto di mettersi a riposare finché non fossero arrivati a destinazione.

Cap. VII -  21 giugno 1944

Era già notte fonda quando Pato, lentamente risvegliandosi, sentì che l’autista stava fermando la macchina nel viale di un grosso palazzo. La portiera si aprì e lui dovette scendere, Schaumann scese dopo di lui e lo accompagnò dentro. Quando vide altri soldati il ragazzo si spaventò, credendo che quella fosse nient’altro che un altra prigione e che la sua sorte sarebbe stata la stessa dei genitori. “Tu da oggi starai qua, questa è la tua nuova casa. nessuno qui ti farà del male, nessuno ti torcerà un capello, ma dovrai comportarti bene e ubbidire a tutti gli ordini, questa è un accademia militare e tu studiando potrai diventare qualcuno e praticare la tua passione, potrai allenarti quanto vuoi insieme alla squadra dell’istituto, ti verrà fornita una divisa che dovrai indossare sempre, tranne in allenamento per il quale sarai dotato di tutto il necessario. In camera non sarai solo, sarete in tre e dovrete andare d’accordo, questo è tutto per adesso, segui il caporale che ti accompagnerà al tuo alloggio, noi ci rivedremo prossimamente, ti auguro una buona permanenza.” Pato lo ringraziò e lo salutò dopodiché seguì il soldato che gli fece strada fino alla porta della sua stanza dormitorio. Bussò ed entrò, i due si misero sull’attenti, erano due ragazzini come lui: Alan e Francesco. Il soldato ordinò loro che gli spiegassero tutto ciò che doveva sapere e poi uscì chiudendosi la porta alle spalle. Rimasti soli, dopo un primo momento di imbarazzo, i tre iniziarono a parlare, Pato si meravigliò del fatto che anche loro parlassero la sua lingua. Gli mostrarono il suo letto e gli dissero che ogni giorno avrebbe dovuto rifarselo alla perfezione, poi gli fecero vedere il bagno dove a turno dovevano lavarsi sistemarsi e indossare la divisa, prima dell’ispezione mattutina, ovviamente anche tutta la stanza doveva essere in ordine altrimenti ci sarebbe stata la punizione. Erano le nove e mezzo di sera e presto avrebbero dovuto spegnere le luci e dormire, ma Pato non aveva messo nulla nello stomaco, se non la sbobba del campo di concentramento, a quell’ora purtroppo non c’era più possibilità di mangiare, ma Alan e Francesco gli cedettero volentieri una mela per uno che si erano portati su dopo la cena. Con quei due ragazzi che non aveva mai visto prima e che erano stati con lui così gentili, strinse giorno dopo giorno un forte legame di amicizia e dalla prima volta da che era arrivato si sentì meno solo.

Cap. VIII

La vita non era facile nemmeno lì, in quella specie di collegio, ma almeno non si sentivano prigionieri e quando erano in campo per gli allenamenti, correndo verso rete si sentivano finalmente liberi. Pato ripensava ai suoi genitori ogni singolo giorno della sua vita, non aveva più nulla di loro, nessuna foto nessun oggetto, nulla che potesse portare sempre con sé, al campo di concentramento purtroppo le guardie tedesche toglievano tutto specialmente le cose che potevano avere valore. A Pato rimaneva solo l’immagine dei suoi stampata nel suo cuore e la speranza che un giorno li avrebbe resi fieri di lui, per questo, nonostante la scuola militare fosse veramente dura e che le punizioni fossero veramente pesanti, lui si impegnò sempre al massimo in ogni cosa, così come si impegnò duramente sul campo di calcio insieme ai suoi compagni. Loro tre si capivano alla perfezione e l’allenatore della squadra, Franz Becker, questo lo aveva notato da subito, ma purtroppo il posto nella nazionale era uno solo e sarebbe toccato a lui scegliere chi mandare. Pato aveva una tecnica e una fantasia innate, ma era ancora un po’ immaturo, dal canto loro gli altri due non erano al suo livello. Bravi giocatori si, ma non campioni dal talento cristallino. Era veramente una decisione difficile, per fortuna c’era ancora del tempo per pensare.

Cap. IX

La Germania stava quasi per assoggettare tutta l’Europa sotto il dominio del Fuhrer. Alan, Francesco e Pato non sentivano il peso dei campi di concentramento da cui provenivano, ormai non lo sentivano più, il loro unico pensiero era giocare a calcio insieme. Una domenica mattina invernale, era il 15 dicembre del 1944, dalla finestra filtrava un pallido sole, Pato aprì gli occhi e, dopo alcuni minuti per risvegliarsi, si accorse di essere completamente solo nella stanza, pensò allora che fosse tardi e che gli altri due fossero già scesi a far colazione per dopo allenarsi, ma stranamente non vedeva nessuno dei loro vestiti e delle loro cose in giro, allora si preparò e scese deciso ad andare a chiedere dove fossero i suoi compagni di stanza. Fritz Schaumann era giù ad attenderlo e lui se ne meravigliò, dato che era passato un bel po’ di tempo dall’ultima volta che si erano visti. Pato non attese oltre e subito chiese dove fossero Alan e Francesco, Fritz gli mise la mano sulla spalla e stava per iniziare a parlare, ma questa cosa al ragazzo non piacque. “Cosa gli è successo? Dove sono?” Chiese di nuovo molto arrabbiato. “Mi dispiace ragazzo che tu lo venga a sapere cosi, ma loro non ci sono più. Probabilmente tu non te ne sei accorto perché dormivi profondamente. Durante la notte sono usciti nel cortile, non sappiamo che intenzioni avessero. Purtroppo gli ordini sono chiari: durante la notte non si può uscire dal dormitorio per nessun motivo. Pato ripensando alla sera prima si ricordò che i suoi amici erano un po’ strani rispetto al solito, ma nulla che potesse far pensare che sarebbero usciti senza permesso. Riferì questa cosa al suo interlocutore dicendo che se si fosse accorto li avrebbe certamente fermati Fritz riprese a parlare: “Non sono stati uccisi volontariamente, le guardie hanno ordine di sparare a chiunque non rispetti l‘ALT e loro forse non lo hanno sentito, non se ne sono accorti e non lo hanno rispettato. E’ stato un brutto incidente e non doveva accadere, ma non si può fare più nulla adesso!” Pato rimase un attimo in silenzio e poi disse: “Dove sono i corpi? Vi prego almeno fatemeli vedere!” Fritz, cercando di consolarlo gli disse che erano stati portati via nella notte e che sarebbero stati seppelliti nelle loro città di origine, poi prese una pausa per cambiare discorso e disse:”Pato devo dirti una cosa importante, quella per cui in realtà sono venuto qui oggi, vieni con me che devo presentarti delle persone.” Pato acconsentì e insieme si avviarono verso la palestra dove li attendevano tutti i componenti della nazionale tedesca. Appena li vide rimase come impietrito per l’emozione di vedere davanti a se tutti quei campioni. Fritz lo redarguì un attimo perché era volato con il pensiero fra le nuvole e poi gli disse:”Ecco, questa è la squadra della quale da adesso in poi farai parte anche tu, di solito non accettano ragazzi così giovani, ma ti hanno visto giocare in mezzo a loro e per te hanno fatto una eccezione.” Pato incuriosito chiese quando lo avevano visto giocare e Fritz gli rispose:” Ti ricordi quel giorno a Buchenwald, prima che ti portassi via?” “Erano loro?” Domandò il ragazzo rosso di vergogna! “Si erano loro!”Confermò Schaumann. “E ci piacesti tantissimo!”, aggiunse il capitano della squadra e continuò poi: “Quindi ti diamo il benvenuto fra noi e ti anticipiamo che giocherai la tua prima partita in uno stadio vero pieno di persone molto presto.” Pato non ci credeva, era lì sveglio, ma non ci credeva, si era anche momentaneamente dimenticato dei suoi sfortunati amici e compagni di stanza, tant’era l’emozione di quell’incontro e di quella notizia. L’allenatore gli disse di andare a preparare la sua roba perché sarebbe andato via con loro e lui non se lo fece ripetere due volte. Mentre faceva alla rinfusa la sua borsa, nell’alloggio che stava vedendo per l’ultima volta, pensò a quei mesi, con Alan e Francesco, al fatto che avrebbero potuto vivere insieme questo sogno, se solo non fossero stati così avventati da uscire quando era proibito. Si sentì anche in colpa ad un certo punto, gli venne da pensare che fossero usciti per colpa sua, perché, in qualche modo, si sentivano traditi dal loro compagno di squadra. Mentre pensava a tutto questo le lacrime gli scendevano sul viso, non aveva più pianto dal giorno in cui le guardie tedesche lo avevano separato da sua madre, ma ora, ora non ce la faceva più, doveva sfogarsi. Franz Becker gli mise una mano sulla spalla. “Pato ascoltami, la morte di Alan e Francesco non è stata colpa tua, casomai puoi prendertela con me! Poche ore prima gli avevo riferito che non erano stati scelti per giocare con la nazionale, erano dispiaciuti, delusi, ma non erano arrabbiati con te, anzi loro ti volevano molto bene ed erano felici. Non so veramente il perché poi abbiano deciso di uscire, contravvenendo alle regole. Tu non devi sentirti in colpa, tu sei un fuoriclasse, loro erano solo dei buoni giocatori, ottima corsa ottima ripresa ma nulla più di questo.” “Ma come posso andare avanti sapendo che loro non avranno questa possibilità!” “Non l’avrebbero avuta comunque, nemmeno se non fossi arrivato tu, quindi stai tranquillo e da ora in poi pensa solo al tuo avvenire, magari se vorrai potrai dedicare loro qualche goal!” “Lo farò di certo mister e penserò anche a lei e ai miei genitori.” “Ok Pato adesso vai ti stanno aspettando e rendimi fiero di te!” Pato scese all’ingresso dell’accademia dove, appena fuori, lo aspettava il pullman della nazionale, salutò per l’ultima volta il suo allenatore e il suo “scopritore” e partì. Arrivò il giorno della partita. Lo stadio di Monaco era fitto di gente, Pato entrò dal tunnel degli spogliatoi con indosso i colori della Nazionale tedesca, insieme ai suoi compagni varcò il cancello del campo e in tutto lo stadio si sentì un ovazione enorme, ogni fila, ogni ordine di posto era occupato e sventolavano bandiere ovunque, ma al momento dell’inno il silenzio più assoluto in segno di rispetto, poi la partita iniziò. Pato si muoveva in campo con tanta naturalezza nonostante la sua giovane età, aveva solo 16 anni, ma la classe di un campione. Il pubblico se ne accorse e iniziò ad esultare e a gridare:”BABYGOAL BABYGOAL!” a ritmo battendo le mani, acclamavano lui, Pato Guzmann nato a Buenos Aires, ma con il cuore tedesco. Iniziò a correre sempre più velocemente e quando il suo compagno di squadra gli passò la palla, proprio quasi davanti al portiere, lui non ci pensò su due volte e in mezza rovesciata la piazzò in rete alle spalle del portiere. Dalle gradinate il grido del suo nome iniziò a risuonare ancora più potente:”BABYGOAL BABYGOAL UBER ALLES BABYGOAL!!!!” Non fu l’unico goal che segnò, la partita fin’ col risultato di 2-0 per la nazionale tedesca e Pato fu portato in trionfo da tutto il resto della squadra. Ovunque si sentì il suo nome gridato, inneggiato, osannato. Quando tornarono giù negli spogliatoi l’allenatore lo elogiò tantissimo e anche tutti i compagni.

CONTINUA...

 

Baby goal - ultima parte

Cap. X

Dal momento che era ancora minorenne e che non aveva più nessuno, fu ospitato dalla famiglia di uno dei suoi compagni di squadra, rimase li a vivere finché non incontrò la ragazza di cui si innamorò perdutamente. Si chiamava Elisa Schilling, era di Berlino e l’aveva conosciuta frequentando l’istituto superiore di educazione fisica, (aveva deciso di riprendere gli studi, interrotti quando insieme ai suoi era stato deportato in Germania da prigioniero), lei era una ginnasta, faceva parte della squadra di ginnastica artistica del liceo e voleva diventare atleta olimpica, aveva già disputato delle gare con ottimi risultati. Finirono il liceo con ottimi voti nonostante gli impegni sportivi di entrambi, proseguendo la carriera sportiva decisero di non frequentare l’università. Pato riceveva ovazioni ovunque in ogni partita, a parte qualche ammaccatura ogni tanto, ebbe la fortuna di non subire mai infortuni gravi. Elisa, invece, durante una gara importante cadde dalle parallele procurandosi una frattura alla spalla destra. Nonostante i molti tentativi di recupero, fu costretta a lasciare l’attività agonistica. Questa cosa colpì molto la ragazza, durante la riabilitazione il suo rapporto con Pato si fece difficile anche per una sorta gelosia che le era nata dentro. Stettero qualche mese lontani uno dall’altra ma poi tornarono insieme e finalmente si sposarono in una chiesa tedesca. Pato aveva lasciato la religione ebraica e abbracciato quella cattolica ed entrambi erano divenuti ormai maggiorenni. Quasi subito dopo il matrimonio nacque Pato Junior e dopo appena un anno arrivò la bambina a cui Pato decise di dare il nome di sua madre: Sonne ovvero Sole.

Cap. XI

Pato non giocò solo con i colori della nazionale, dopo quella partita fu ingaggiato da una squadra tedesca dove rimase fino alla fine della sua carriera. Dieci anni dopo la Germania vinse il mondiale, Pato era diventato un giovane uomo di 26 anni, era titolare fisso e aveva conquistato la fascia di capitano indiscusso della squadra. Durante quella finale, che al 93esimo era ancora sullo 0-0, ebbe uno scontro in area con un difensore, l’arbitro indicò immediatamente il dischetto del rigore. Pato prese un grosso respiro, guardando dritto davanti a se. Calciò il pallone mandandolo ad infilarsi nell’angolo alto e spiazzando completamente il portiere. Dopo pochi attimi l’arbitro emise il triplo fischio finale, la Germania era campione del mondo, ma dagli spalti si sentì ancora gridare BABY GOAL BABY GOAL UBER ALLES BABY GOAL! Proprio come dieci anni prima, proprio come il primo goal che aveva segnato con quella maglia indosso. Era cresciuto, si era sposato e aveva messo su famiglia, ma per tutti era rimasto Baby Goal: il ragazzino salvato dal campo di concentramento grazie al suo talento e a quella guardia che istintivamente gli aveva lasciato tenere il suo pallone. Pato continuò a giocare ancora molto e quando decise di attaccare gli scarpini al chiodo divenne allenatore delle giovanili della nazionale, in cui allenò anche suo figlio Pato Junior, mentre sua figlia Sole si laureò in legge all’università di Berlino con il risultato di 110 e lode. Aveva 90 anni quando se ne andò, tenendo fra le mani quel suo vecchio pallone, che ormai non aveva più forma, ma che per lui era stato la salvezza.

A cosa serve la poesia?

A cosa serve la poesia? 

La poesia serve a più cose di quante uno possa immaginare, ma prima di tutto, la poesia fa bene al cuore. Parlando seriamente. La poesia serve ed è giusto studiarla fin dalle elementari.  La poesia ti trasporta in un mondo fatto di sensazioni e allegorie, fa si che il nostro cervello funzioni in maniera più dolce, ma allo stesso modo, anche più metodica. Quando eravamo piccoli, o almeno quando lo ero io, e vi parlo dei primi anni ottanta, quando frequentavo le elementari. C'era l'usanza, da parte delle maestre di allora, di insegnare alcune filastrocche o poesiole più semplici. In prima o in seconda imparavi quella dei mesi: "trenta dì conta novembre..". ecc ecc poi piano piano che andavi avanti passavi a cose più complesse come: "la donzelletta vien dalla campagna in sul calar del sole..." Si, lo ammetto, in quel momento impararle a memoria sembrava un ostacolo insormontabile e ci si metteva ben più di un giorno di studio per farlo, anche perchè poi la sorte era quella di recitarla di fronte a tutta la classe. Sono ricordi, ma queste poesie imparate a memoria mi hanno insegnato a ricordare, ovvero a tenere attiva la memoria. Adesso non c'è più questa usanza, e dico purtroppo perchè era veramente utile alla mente, perchè è proprio in quell'età che si sviluppa il più possibile, la mente di un bambino. La poesia però non la puoi ingabbiare, la poesia deve essere libera di nascere dal cuore, da un sentimento, che non per forza deve essere l'amore. Una poesia può nascere dal risentimento, o dalla paura o anche dalla nostalgia, ma ti arriva con un battito fino alle labbra perchè tu la possa declamare e poi svanisce. Nonostante possa sembrare una affermazione egoistica, la poesia non è per tutti e di conseguenza non è apprezzata da tutti. La poesia è per chi ha il cuore leggero e per leggero non intendo superficiale perchè ci vuole tanta profondità interiore per scrivere versi. Mi riferisco a quelle persone che non credono che la vita sia solo una cosa che puoi toccare e quindi pensano che la poesia, ma anche la scrittura in generale, sia una perdita di tempo ed energie. Non la ameranno, perchè non la sapranno capire. La poesia la puoi misurare, dividere in metrica e rime, ma la sua essenza rimane libera nelle note dell'universo.

Chi fa da se... eccetera eccetera

 

Questo non è un racconto come potete notare, è più un articolo (che parolone!) ma a me piace scrivere anche su questo genere e quindi qua, ogni tanto oltre ai racconti troverete articoli incentrati sul mondo della scrittura e ciò che gli ruota intorno.

 

È vero, e lo dicono tutti, ci sono passaggi nel controllo di un manoscritto, che non dovrebbe essere lo scrittore stesso a compierli, ma una figura specifica nominata: editor e un altra figura, non meno importante, nominata: correttore di bozze. Il fatto è che quando ti ritrovi ad aver letteralmente buttato al vento, con il primo libro, più soldi di quanti ne guadagni in sei mesi di duro e faticoso lavoro, l’unica scelta che ti resta, salvo trovare una Ce competente e giudiziosa, ma soprattutto gratuita, è fare da te. E quando dico “fare da te” intendo letteralmente dall’inizio alla fine, leggendo e rileggendo, impaginando e maledicendoti ad ogni riga per aver buttato nel cesso tutti quei soldi. Perché se magari non lo avessi fatto adesso non ti ritroveresti a perderci diottrie ad ogni capitolo. Le scelte sbagliate signori miei si pagano, e si pagano anche care nel mondo dell’editoria, quindi prima di mettere mano al portafogli pensateci e pensateci molto bene, non una, due o tre volte, ma almeno mille e poi richiudete il salvadanaio e convincetevi che quella non sarà MAI la soluzione giusta.

Una melodia per Kay

Parte prima

Il semaforo divenne verde e Jacob attraversò, senza nemmeno alzare lo sguardo. I suoi occhi avevano perso la luce da molto tempo, ma il suo udito era perfetto, i suoni erano il suo unico mondo. Percorse la strada fino all’ingresso di Central Park e poi andò a sistemarsi nel solito posto. Jacob Martin non aveva sempre vissuto così. Da piccolo aveva sviluppato una particolare propensione per la musica, così, finite le primarie, lo avevano indirizzato verso un istituto musicale.

Aveva appena finito di imparare le basi quando una retini- te lo rese completamente e definitivamente cieco a soli sedici anni.

Accettare questa condizione fu molto difficile, nonostante i tentativi dei suoi per non farlo emarginare, lui si chiuse in un mondo fatto solo di suoni. Quello che preferiva era il suono della sua armonica, po- teva suonare ogni cosa gli passasse per la mente, dalla musica country/folk a quella classica. Jacob teneva la finestra della sua camera aperta, non vedeva con gli occhi, ma poteva percepire ogni cosa con il resto dei sensi. Si metteva vicino al davanzale dove i raggi del sole potessero toccargli il viso, poi iniziava a suonare e andava avanti per ore, finché non si sentiva le labbra intorpidite. Questo lo faceva sentire meno solo. Dalla strada, il suono del suo strumento, si espandeva come un canto di disperazione, come quei gospel in cui il testo recita parole di solitudine e rassegnazione. Fosse stato per lui sarebbe rimasto lì per sempre.

Parte seconda

Erano trascorsi otto anni. Jacob si era rifiutato varie volte di uscire dal suo nido sicuro, fino a quel giorno, quando dovette per forza cedere al volere dei genitori. Malcom e Gloria Martin, consigliati dal vecchio dottore di Jacob, avevano cercato una guida psicologica per il figlio, qualcuno che lo potesse aiutare a ricongiungersi con il mondo esterno.

Kaytleen Gardner si presentò a casa Martin alle tre e mezza di un pomeriggio di ottobre, fu Gloria ad aprirle. Kay era una ragazza di circa venticinque anni, studentessa in psicologia, molto vicina alla laurea. Quando Gloria la vide rimase stupita, Kay era completamente cieca, proprio come Jacob e, ciò che era più curioso, lo era diventata proprio nello stesso modo di suo figlio, ovvero a causa di una retinite.

“Salve, signori Martin, io sono Kaytleen, ma potete chiamarmi Kay. Forse non vi aspettavate la mia condizione, ma ho preferito non rivelarlo al telefono: temevo vi sareste fatti idee sbagliate.”

“A essere sinceri un po’ di perplessità le abbiamo: sei così giovane! Però, vedendo con quanta facilità ti muovi, siamo sicuri che potrai essere molto di aiuto per nostro figlio.”

“Grazie per la fiducia. È ciò che cercherò di fare nel miglior modo possibile!” Jacob migliorò veramente, giorno dopo giorno; lui e Kay si avvicinarono, un passo alla volta. Lui insegnava cose a lei e lei insegnava cose a lui. Kay non avrebbe voluto che accadesse, ma, alla fine si re- se conto di provare del sentimento verso Jacob. Si dette della stupida perché in un rapporto professionale questo non sarebbe mai dovuto accadere, allo stesso tempo però fu felice quando scoprì che anche lui provava gli stessi sentimenti, anzi, il suo amore era così profondo che con la sua armonica le aveva dedicato una canzone. Jacob decise che quel giorno le avrebbe fatto ascoltare la canzone e le avrebbe chiesto di sposarlo.

Purtroppo Kay quel giorno non arrivò, lui era molto preoccupato, non aveva mai tardato nemmeno qualche minuto, invece erano passate alcune ore e lei non si era fatta sentire. Lui iniziò a pensare di averle detto qualcosa che l’aveva ferita, invece la realtà era molto diversa. Gloria, telefonando al consultorio dove Kay prestava servizio prima di venire da Jacob, scoprì che aveva avuto un incidente la sera prima e che purtroppo non ce l’aveva fatta. A causa di un semaforo mal funzionante aveva attraversato la strada fuori tempo ed era stata investita da un’auto. Sul primo Malcom e Gloria furono molto combattuti sulla possibilità di dire al figlio ciò che era accaduto, ma alla fine si resero conto che dire la verità, se pure dolorosa, era la cosa migliore. Jacob pretese di sapere il punto esatto dove era accaduto l’incidente e poi da quel giorno iniziò a uscire di casa alla stessa ora e ad andare proprio lì, dove la sua Kay era volata via. C’era una panchina vicino a quel semaforo, all’entrata di Central Park, lui decise che da quel giorno in poi quella sarebbe stata la sua panchina, il suo posto. Portava la sua armonica e le dedicava la sua canzone e di nuovo si era chiuso nel suo vecchio mondo fatto di suoni. Oggi, però, il suono di quell’armonica é cambiato, perché gli anni sono trascorsi, anche Jacob é invecchiato, i suoi non ci sono più e adesso quella panchina é diventata la sua casa.

Anche questo racconto, come "il carrello di Caterina", è tratto dalla mia raccolta intitolata "Anna e le altre" edita da Calibano editore

Il ciondolo d'oro di Cleotassis - prima parte

Cap.1

“Il giovane Atur”

In Egitto, nel 2500 ac regnava un faraone molto amato dal popolo perché era severo, ma giusto. Il suo nome era Atur II Quello del suo regno era stato un periodo florido, poche condanne a morte, niente fame ne povertà, nemmeno gli schiavi si lamentavano perché venivano trattati quasi al pari degli uomini liberi. Atur era salito al trono dopo la morte di suo padre, il faraone Atourak I a sua volta molto amato, e lo dimostrava il fatto che la sua tomba nella valle dei re, a differenza di altre, non era mai stata profanata. Quando Atur era soltanto un ragazzo, il faraone e la regina si prodigarono per trovargli una moglie sana da cui avere figli in grado di proseguire la dinastia. Un giorno, camminando per le vie di Tebe, Atur vide una giovane, molto bella, una ragazza che non aveva mai visto prima, i suoi occhi e il suo sorriso lo colpirono immediatamente. Tornato a palazzo, il giovane pensò subito di parlarne con suo padre e sua madre, descrisse la ragazza con così tanti particolari che a loro sembrò di averla proprio lì davanti. Dopo tutta quella descrizione così meticolosa, Atourak gli chiese come si chiamasse la ragazza, ma Atur non seppe rispondere perché non aveva avuto il coraggio di rivolgerle la parola.

Il faraone scoppiò a ridere di gusto.

” Ma come? L’hai descritta così bene, hai detto di sentirti innamorato e non le hai chiesto il nome?”

“Padre, mi è mancato il coraggio di parlare, non volevo che lei mi giudicasse uno sfacciato!”, mentre parlava provava dentro di se una sorta di rimorso per non aver nemmeno tentato di avvicinarla.

Il faraone parlò con la moglie, in privato, di questo fatto. Loro avevano immaginato per il figlio, una moglie che fosse dal sangue nobile, poi, dato che la religione lo permetteva, lui avrebbe potuto tenersi la “popolana” tra le concubine e farne addirittura la preferita, ma la moglie doveva essere di famiglia nobile e facoltosa.

La regina suggerì al marito di mandare qualcuno di cui loro potevano fidarsi a cercare informazioni sulla ragazza “senza nome”, ovviamente di nascosto dal figlio.

Fin da subito non si rivelò un compito facile, con così poche informazioni, ma l’uomo del faraone ci riuscì in un tempo relativamente breve ed andò subito a riferirlo. Si trattava della giovane Namir, figlia del contabile di palazzo. Purtroppo non aveva nobili origini e non avrebbe potuto, in ogni caso, divenire moglie di un faraone.

Atourak mandò a chiamare il figlio per dargli la notizia, sapeva bene che gli avrebbe dato un dolore, ma non c’era altra scelta.

“Figlio devo dirti una cosa, ma temo che non ti piacerà”, esordì.

” Padre, di cosa si tratta?” chiese il ragazzo, che ancora non immaginava nulla.

“Vedi, caro Atur, quando mi parlasti di quella giovane che avevi visto e di cui non sapevi il nome, io mi sono un po’ preoccupato e ho fatto fare delle ricerche, dalle quali ho scoperto che la ragazza si chiama Namir ed è la figlia del contabile del nostro palazzo e…”, Atur, che a stento tratteneva la contentezza per ciò che aveva sentito, interruppe il padre.

“Grazie per aver fatto questa ricerca, sono contento che sia una ragazza molto vicina alla nostra famiglia!”

” Atur, mi dispiace dirtelo, ma tu non puoi sposare questa fanciulla. E’ benestante, d’accordo, ma non è di stirpe nobile, se vuoi puoi fare di lei la tua preferita, la legge lo permette, ma dovrai sposarne un altra!”

“No, ti prego, padre, io voglio lei! Oppure non diventerò mai faraone!”, disse cercando di sembrare autorevole.

“Atur, tu non puoi rifiutarti, sei l’unico figlio maschio di questa famiglia e la dinastia dovrà continuare con te, tua madre non può avere altri figli quindi devi rassegnarti! Ho già dato disposizioni perché venga iniziata la tua piramide, mentre non manca poi molto ormai al giorno in cui mi dovrai succedere!”

“Padre, ma che state dicendo? Il vostro regno durerà ancora molti e molti anni, poi io non sono pronto a diventare faraone, sono troppo giovane e inesperto! D’accordo, sposerò chiunque mi ordinerete di sposare, ma dovete assicurarmi che il vostro regno durerà ancora tanto”.

 

Cap. 2

La fine di Atourak

Anche un faraone amato come Atourak aveva i suoi nemici, e lui non ne aveva idea, ma proprio nel suo palazzo c’era chi lo voleva morto per prenderne il posto.

Il suo collaboratore più fidato, il suo braccio destro, l’uomo a cui avrebbe affidato l’intero regno in caso di bisogno, in realtà tramava da molto alle sue spalle.

Malik (questo era il suo nome) aveva pianificato da tempo tutto quanto nei minimi dettagli.

L’idea prevedeva che dovesse perire tutta quanta la famiglia, per questo aveva fatto versare il veleno di tre aspidi, nelle bevande della cena. In questo modo, non ci sarebbe stata salvezza per nessuno dei tre.

Nel palazzo di Atourak la cena era un momento solenne, il faraone invitava a partecipare a turno anche uno dei suoi collaboratori, Malik fu informato che quella sera sarebbe stato il suo turno, da un lato era soddisfatto perché avrebbe assistito al suo trionfo, dall’altro provava terrore di venire scoperto e condannato a morte.

All’ora concordata si presentò e fu invitato a sedersi, i servitori iniziarono a portare i cibi e le bevande, Atourak e la regina consumarono senza sospettare di nulla, ma ad un certo punto furono colpiti da terribili dolori all’addome e mancanza di respiro, fino a che non caddero entrambi per terra, esanimi.

Atur, che era arrivato in ritardo e aveva iniziato appena a mangiare, si precipitò a tentare di rianimare i suoi genitori, ma senza riuscirvi.

Si rese conto che il cibo non poteva essere stato perché lui stava benissimo, allora annusò le bevande e si rese conto che qualcosa non andava, ne ebbe la certezza soprattutto dopo essersi accorto che uno dei bicchieri, oltre al suo, non era stato toccato, sebbene riempito come gli altri.

Atur chiamò allora uno di quelli che avevano servito a tavola e lo interrogò.

“Avete assaggiato i piatti e le bevande prima di servirle?”

“Si, signore!”, rispose lo schiavo.

“Ed era tutto in ordine? Nessuna pietanza o bevanda avariata?”

“No signore!”, ribadì lo schiavo.

“Per favore, dimmi, chi dei collaboratori di mio padre, era invitato questa sera?”

“Si tratta di Malik!”, rispose con sicurezza.

“Grazie, mi sei stato utile, puoi andare!”

Lo schiavo si congedò.

Atur ne chiamò un altro.

“Per favore vai a cercare Malik e digli di presentarsi a me prima possibile!”

“Va bene signore, vado subitò!”

Malik si presentò poco dopo, per non destare sospetti, Atur iniziò subito con le domande.

“Malik, tu eri invitato alla cena questa sera?”

“Si signore?”

“Dimmi, allora: perché non c’eri quando io sono arrivato?”

Malik iniziò a sudare e innervosirsi, qualcosa stava andando storto e doveva mettersi al riparo dai sospetti.

“Mi ero ricordato di una cosa che dovevo assolutamente fare per il faraone, sarei tornato comunque, poi…”

“Malik. Il faraone, mio padre e la regina, mia madre, sono stati assassinati. Mi auguro che tu mi stia dicendo tutta la verità!”

“Ma si, certo signore!”, rispose sempre più nervoso.

A quel punto, Atur si ricordò del calice ancora pieno, sapeva che quello era stato il posto di Malik e volle metterlo ancora alla prova.

“Malik vedo che il tuo bicchiere è pieno, non avevi sete durante la cena?”

“Non capisco signore! Cosa vuol dire?”

“Malik, il tuo bicchiere contiene ancora tutto il vino che vi era stato versato, le pietanze erano saporite, possibile che tu non abbia avuto voglia di bere?”, lo incalzò, vedendo che stava entrando in difficoltà.

“Signore, mi perdoni, ma neanche voi avete bevuto, nemmeno voi avevate sete?”, disse tentando di togliersi dall’impiccio.

“Malik, mi sorprendi! Mi hai visto crescere e non ti ricordi che io sono allergico a qualsiasi bevanda contenente succo d’uva? Io sono arrivato in ritardo e ho a malapena fatto in tempo ad iniziare a mangiare, prima di vedere i miei iniziare a contorcersi e poi a finire per terra senza vita, ma non avrei comunque bevuto ciò che era sul tavolo, questo ha mandato all’aria i tuoi piani, non è così?”

“Signore, può anche essere, ma potete accusarmi senza prove?”, disse allora spavaldo.

Atur prese il calice di Malik e glielo porse.

“Bevi! Se sei innocente non ti accadrà nulla!”

“Signore, non posso adesso, ciò che è accaduto mi ha profondamente scosso, sa quanto ero legato a vostro padre e…”, Atur non lo fece terminare e spazientito lo costrinse.

“Bevi! Oppure devo pensare che c’è qualche altro motivo per cui non vuoi farlo!”

L’uomo prese il calice e lo portò alla bocca, ma si guardò bene dal bere davvero. Sapeva che il veleno era stato mescolato nella brocca e che quindi se avesse bevuto sarebbe morto anche lui, “ma come potersi togliere d’impiccio?”, pensò fra se. Mentre pensava Atur lo incalzò nuovamente.

“Malik bevi oppure ti farò rinchiudere nelle prigioni del palazzo per avermi disobbedito!”

L’uomo si vide costretto a mandare giù il liquido avvelenato e dopo poche gocce anche lui iniziò ad avere gli stessi sintomi di avvelenamento. Mentre moriva tentò di pronunciare una maledizione, ma il tempo non gli bastò e cadde a terra esanime come gli altri.

Atur lo guardò contorcersi e poi morire.

“In questo modo paghi per l’assassinio del faraone, mio padre e per mia madre, che tu sia maledetto, traditore!”

Fece portare via il cadavere e ordinò che fosse gettato in pasto ai coccodrilli, cosicché la sua anima non potesse riscattarsi.

Per un egiziano credente quella era la morte peggiore e non dava diritto a una sepoltura dignitosa.

CONTINUA...

 

Il ciondolo d'oro di Cleotassis - seconda parte

Cap. 3 Il faraone Atur II

Erano trascorsi dieci giorni durante i quali, la città di Tebe aveva vissuto il lutto per la morte del faraone Atourak e della regina Ashani. I loro corpi erano stati mummificati e deposti nelle rispettive tombe con tutti gli onori possibili, con moltissimi oggetti in oro e pietre preziose. I loro organi erano stati posti nei vasi canopi.

Adesso la vita doveva proseguire, adesso era tempo che Atur diventasse faraone dell’alto e basso Egitto, ma in seguito a tutti gli avvenimenti, non aveva ancora preso moglie, non c’era stato il tempo, per i suoi genitori, di completare la ricerca della sposa adatta. Atur decise di rivedere la ragazza di cui si era innamorato a prima vista; chiamò due dei suoi servitori e ordinò loro di andarla a prendere. Non appena gli fu davanti, pensò che fosse ancora più bella della prima volta.

“Ragazza avvicinati per favore!”, le disse e lei si avvicinò impaurita.

“Non temere, non voglio farti alcun male! Ti prego dimmi come ti chiami!”

Lei prese un briciolo di coraggio e iniziò a parlare.

” Mi chiamo Namir, signore”.

“Sei figlia del contabile di palazzo, vero?”, le domandò allora.

“No, mio signore, il contabile e sua moglie mi hanno allevata come fossi figlia loro, ma in realtà i miei genitori sono altri e io non so chi siano. Ho solo questo medaglione, che portavo quando mi hanno trovata davanti alla loro porta di casa. Dei miei veri genitori mi resta soltanto questo e spero che voi non vogliate portarmelo via!”, Atur le sorrise.

“Ma no, che dici! Non mi permetterei mai di farti questo torto, io vorrei solo…”

“Solo cosa, mio signore?”

“Vorrei solo che diventassi mia moglie e la mia regina!”

“Ma, mio signore, la legge è chiara, io non posso. Non sono nobile!”, rispose dispiaciuta.

“Mia dolce Namir, la legge dice che io devo sposare una nobile, tu dici di non esserlo, ma questo medaglione che porti racconta un altra storia. Per me tu sei nobile, solo che non sapevi di esserlo, faremo delle ricerche e vedrai che scopriremo da dove provieni. Quindi adesso vuoi rendermi felice diventando mia moglie?”

“Mio signore, ne sono onorata e accetto con gioia, vi amerò con tutto il cuore e vi donerò una discendenza sana e forte!”.

Il matrimonio fu celebrato circa quindici giorni più tardi e nella stessa cerimonia Atur e Namir furono proclamati: faraone e regina dell’alto e basso Egitto. Malik e i suoi complotti erano ormai alle spalle, nessuno avrebbe interferito ancora.

 

Cap. 4 La nascita di Cleotassis

Dopo sei mesi dalla proclamazione a faraone e dal matrimonio con Namir, il regno di Atur era fiorente e le finanze non mancavano, così decise di far costruire dei templi in onore di Osiride Iside e Orus, incontrando ancora di più il favore del suo popolo. Nel frattempo il suo amore verso la regina era andato aumentando giorno dopo giorno. Ancora non avevano scoperto la provenienza del medaglione, ma c’era un fatto molto più importante adesso. Namir, dopo giorni in cui non era stata bene, aveva scoperto di aspettare il loro primo figlio. La regina era preoccupata, se fosse nata una femmina forse il faraone ne sarebbe rimasto deluso. Per tutta la gravidanza, che per altro trascorse senza particolari problemi, sperò che il nascituro fosse un maschio forte e in grado di proseguire la dinastia. Gli dei però, avevano voluto diversamente e quella che nacque dopo un lungo travaglio, fu una splendida bambina.

“Atur mi dispiace tanto!”, gli disse, mentre teneva la piccola in braccio, “ti capirei se decidessi di lasciarmi!”

“Namir, ma che stai dicendo?”, rispose prendendole la mano. “Amo te e questa bellissima bimba, ma come possiamo chiamarla?”

“Veramente non sei arrabbiato perché non ti ho dato un maschio?”

“Non posso negare che mi avrebbe fatto piacere, ma avremo altri figli e la discendenza proseguirà! Che ne pensi di chiamare questa piccola principessa, Cleotassis?”

“Atur, è un nome bellissimo!”, rispose.

“Allora è deciso, benvenuta fra noi, principessa Cleotassis!”, la baciò in fronte e diede un bacio a sua moglie, dopodiché la lasciò riposare, il parto le aveva tolto molte energie.

 

Cap. 5 Il ciondolo d’oro

Cleotassis adorava perlustrare in lungo e largo il grande palazzo in cui abitava, ogni giorno andava alla ricerca di passaggi segreti o porte magiche. Atur e Namir la lasciavano fare, era diventata una allegra e intraprendente ragazzina di tredici anni. Il paese aveva attraversato un periodo negativo, c’era stata una carestia e il Nilo non aveva certo reso le cose facili ai contadini, il poco limo depositato non era bastato per le coltivazioni e molte famiglie non avevano di che vivere e sfamarsi. Si era fatto avanti chi diceva di avere la soluzione ai problemi, cercando di mettere in cattiva luce il faraone; all’inizio il popolo non gli aveva dato alcun credito, ma dato che le cose non andavano migliorando, i primi dubbi avevano iniziato ad insinuarsi ed il trono di Atur a scricchiolare. Dopo Malik, un nuovo consigliere si era stabilito a palazzo ed aveva consigliato di costruire un nuovo tempio votivo per placare l’ira degli dei, perché forse questo era il motivo del poco limo depositato e della conseguente carestia. Atur lo ascoltò e diede ordine di costruire un nuovo tempio, ancora più imponente e maestoso, con statue e sfingi, ma non poteva immaginare che la causa non era l’ira di Osiride o Orus, ma un veleno gettato nelle acque del fiume per impedire la formazione del limo e rendere così i terreni aridi e incoltivabili. Atur era un buon re, forse troppo ingenuo, così ingenuo da non accorgersi che anche l’attuale consigliere, in realtà era un traditore come e peggio di Malik. Adali, (si chiamava così), si era messo d’accordo con un re Ittita per detronizzare Atur e consegnare il paese al nemico. Namir, in tutto questo tempo, dopo varie ricerche, aveva scoperto l’origine del ciondolo, una storia che mai si sarebbe aspettata di scoprire. Senza farsi scoprire, lo aveva nascosto in una teca e portato in un sotterraneo del palazzo, dove, ne era certa, nessuno lo avrebbe cercato mai. Per fare in modo che, in caso di invasione nemica, nessuno lo rubasse, aveva legato al ciondolo una maledizione fatta di indovinelli e un veleno che avrebbe ucciso qualunque uomo, non puro di cuore, avesse provato ad indossarlo. Su quel ciondolo c’era inciso un sole, Namir lo aveva fin da quando era piccola. Non glielo avevano donato i suoi, lo aveva trovato in una grotta sconosciuta, un giorno mentre esplorava, proprio come adesso amava fare sua figlia. Lo aveva indossato superando degli enigmi, questo poteva voler dire solo una cosa: era nobile e chi l’aveva cresciuta non era veramente la sua famiglia.

CONTINUA...

Il ciondolo d'oro di Cleotassis - terza parte

 

Cap. 6 Il passaggio segreto  

Il palazzo reale di Tebe era veramente immenso, una bambina ancora piccola come Cleotassis poteva anche perdersi fra le varie stanze, ma lei non aveva paura di nulla...o quasi. Amava troppo andarsene in giro ad esplorare, piuttosto che starsene a giocare in una sola stanza. Da tutta la mattina girava senza aver trovato nulla di interessante, quando ad un certo punto vide una porta seminascosta, non aveva la fattura classica di una porta, sembrava proprio un passaggio segreto. Cleo si guardò intorno per controllare che non vi fosse nessuno, provò a bussare e poi aprì girando la piccola maniglia. La porta dava su delle scale, ma era molto buio e non si vedeva niente al di là del terzo o quarto scalino. Decise di prendere una torcia e poi iniziò a scendere, dopo aver richiuso la porta dietro di sé. Man mano che scendeva, il buio si faceva sempre più fitto e la piccola torcia, non riusciva ad illuminare che un piccolo spazio intorno alla ragazzina. Cleotassis continuò a scendere, nonostante una vocina dentro le dicesse di tornare su a gran velocità, la paura la stava per sopraffare, ma decise di essere forte ed andare avanti. Dopo vari scalini, di cui aveva praticamente perso il conto, e molte curve, arrivò davanti ad un altra porta. Dopo aver provato inutilmente ad aprirla, si rese conto che c'erano dei geroglifici incisi sopra, una specie di indovinello a cui avrebbe dovuto rispondere per poter entrare.

"DA QUI PASSERAI SOLO SE LA VERITA' TU MI DIRAI: DIMMI QUANTI ANNI HAI!"

Cleotassis tracciò la risposta e la porta si aprì. Nulla poteva far pensare a quello che avrebbe trovato al di là di quella porta, una meraviglia, una stanza coperta da tanto oro che nemmeno la torcia serviva più. Al centro vi era un altare con una teca trasparente sopra, dentro la teca, incastonato in una pietra, c'era un ciondolo con un medaglione. Di fronte alla teca si leggeva un altra iscrizione, un altro indovinello.

"SEI ARRIVATA DA ME E POTERE TI DARO', MA PRIMA VOGLIO SCOPRIRE SE DI TE MI POSSO FIDARE!"

Una scarica elettrica colpì Cleotassis precisamente nel cuore e lei cadde svenuta, quasi morta. Trascorse un lasso di tempo, pochi minuti, mezz'ora, forse addirittura un ora, poi una voce femminile iniziò a chiamare il suo nome.

"Cleotassis! Cleotassis! Svegliati adesso!" Cleo si destò, era stordita e non sapeva rendersi conto se fosse viva o morta, sentì la voce e le rispose.

"Chi sei? Da dove stai parlando, io non ti vedo!"

La voce rispose: "non è importante che tu mi veda, ma che tu mi senta bene, si. Devo dirti una cosa importante, Cleotassis, quindi ascoltami molto bene!", la ragazzina si mise seduta su una specie di muretto e poi rispose di nuovo alla voce.

"Va bene, ti ascolto, parla!"

La voce ricominciò a parlare. "Io sono la dea del tempo e posso donarti un potere, quello di viaggiare negli anni. Non devi aver paura, non ti accadrà nulla di male, ma devi indossare il ciondolo e non separartene mai per nessun motivo!"

Dopo aver ascoltato quelle parole, Cleo rimase qualche minuto in silenzio a pensare, poi fece di nuovo una domanda.

"Ma se io vado avanti nel tempo, come farò poi a tornare dalla mia famiglia? Se non mi vedranno tornare si preoccuperanno tantissimo!" La ragazzina non sapeva che quella voce nascondesse un segreto e che in realtà fosse di una persona, a lei,  molto vicina. Era confusa e non sapeva cosa fare, come comportarsi. L'unica cosa che desiderava era di non dare un dispiacere a sua madre. Sentendola insicura, la voce le dette coraggio per proseguire.

"Vai, Cleo, non ti preoccupare, quando avrai indossato il medaglione, mettici una mano sopra e lui ti porterà dove il tuo cuore desidera andare. Potrai farlo ogni volta che vorrai, ma ogni volta che viaggerai nel tempo, la tua età cambierà e...", la ragazzina la interruppe.

"Un momento! Allora potrò farlo ben poche volte!"

"No, Cleo, il medaglione ti donerà l'immortalità, fintanto che lo terrai indosso, ecco perché è fondamentale che tu non lo tolga mai! Ci sarà chi tenterà di rubartelo, dovrai stare molto attenta, ma, se questo dovesse accadere, chi lo indosserà morirà entro pochi secondi, a causa del veleno che il medaglione contiene, e tu avrai cinque minuti per recuperarlo e indossarlo di nuovo. Bada bene, Cleo, solo cinque minuti! Se ne trascorrerà uno solo di più, anche per te non ci sarà più salvezza perché il tuo corpo invecchierà velocemente fino alla morte!"

Cleotassis era sempre più spaventata, ma sentiva che della voce poteva fidarsi e che aveva qualcosa di familiare, prese il medaglione dalla teca e lo indossò, poi fece un ultima domanda alla dea del tempo: "posso andare solo avanti oppure posso tornare anche indietro?"

La dea fece un attimo di pausa e poi rispose. "Cleo, perché vuoi tornare indietro?"

"Perché se nel futuro trovassi dei pericoli per i miei genitori potrei tornare ad avvertirli, se mia madre si ammalasse potrei andare nel futuro, cercare una cura e poi tornare a guarirla!"

"Cleo, ascoltami bene: potrai viaggiare nel tempo, ma non ti sarà permesso di alterare il corso degli eventi, quindi, qualunque cosa dovesse succedere tu dovrai lasciarla accadere, anche se riguardasse la tua famiglia!" L'ultimo ammonimento le mise addosso altre paure, ma decise comunque di fidarsi e tenere il medaglione. Stava quasi per andarsene quando la voce la chiamò di nuovo. " Cleo, dove stai andando?"

"Torno da mia madre, è trascorso molto tempo e si starà preoccupando!"

"No, tranquilla, tua madre non ti sta cercando. Usa il medaglione adesso!" La ragazzina iniziò ad essere sospettosa. "Perché hai tanta fretta che io lo usi? Dimmelo altrimenti lo rimetterò a posto, anche se questo significasse morire!"

"Bambina, mi spiace ma non posso dirtelo, devi fidarti di me, per favore Cleo, fidati, non farei mai nulla che ti facesse soffrire! Fai il primo viaggio!"

"Va bene, mi hai convinta, lo farò, ma poi tornerò subito qui e dovrai darmi delle spiegazioni!", rispose decisa.

"E sia! Ti aspetterò qui, dove mi hai trovata!", rispose la voce, sentendosi in colpa.

Cleo toccò il cuore del medaglione e sparì in un vortice creatosi intorno a lei. "Addio Cleo, scusa se ti ho mentito, ma non avrei mai voluto che tu assistessi a ciò che accadrà, tra poco, ai tuoi genitori! Lo so, tornerai e ti arrabbierai molto perché non troverai più nulla di familiare, ma poi proseguirai nel tuo viaggio!", la voce pronunciò queste ultime parole.

Cap. 7 Metethos, il nemico.

Quello che la ragazzina non doveva vedere era la morte violenta di suo padre e sua madre per opera del tiranno re delle terre vicine, che più volte aveva cercato di sconfiggere Atur e impossessarsi del suo palazzo e dei suoi possedimenti e questa volta era riuscito nel suo intento. Atur era stato ucciso subito, mentre Namir era riuscita a nascondersi quel tanto che bastava per poter aiutare Cleotassis, che era nei sotterranei, e quindi non sospettava assolutamente niente di ciò che stava accadendo, a trovare il medaglione e salvarsi e questo le era costato una morte atroce. Una morte che per nulla al mondo sua figlia avrebbe dovuto vedere. Il nemico si era insediato dopo aver ucciso tutti quelli che avrebbero potuto mettergli il bastone fra le ruote, ormai del fiorente palazzo di Atur c’era rimasto ben poco. Metethos aveva dato ordine agli uomini, tornati schiavi sotto di lui, di ricostruire tutto e che fosse ancora più imponente, aveva fatto distruggere le tombe di Atur e Namir e li aveva fatti gettare in una fossa comune. Metethos non immaginava che la loro unica figlia era riuscita a salvarsi dal massacro.

Cap. 8 Il primo viaggio

Cleotassis aveva messo la mano al centro del medaglione, come le aveva detto sua madre. Improvvisamente si era sentita mancare la terra sotto ai piedi e aveva provato un senso di nausea.

“Che mi sta succedendo? Mi sembra di non avere più le gambe, anzi mi sembra di non avere più tutto il corpo!”, disse fra se spaventata. Quella sensazione durò molto di più di quanto potesse immaginare, alla fine, quando si rese conto che il viaggio era finito e che un immagine più nitida le stava apparendo di nuovo davanti agli occhi, non riuscì a trattenersi e appena i suoi piedi toccarono di nuovo saldo il terreno, si accucciò e dette di stomaco. Come prima esperienza non era stata per niente piacevole.

“Non appena mi riprendo chiamo la voce e la obbligo a riprendersi il suo medaglione!”, esclamò con rabbia. Quando fu lucida abbastanza da rendersi conto di dove fosse, fu felice di constatare che si trovava proprio nell’esatto punto dal quale era partita. Rimase stupita da questo, tanto che le venne il dubbio di aver realmente viaggiato in una dimensione diversa. Si dette un pizzicotto e poi se ne lamentò.

“Allora sono ancora viva!”, ammise con gioia. “Dea del tempo! Dea del tempo dove sei?”, nessuno le rispose. “Dea del tempo, ti prego rispondi, dove sei?”, vedendo che non succedeva niente, Cleotassis iniziò a preoccuparsi un po’, ma continuò a chiamare la voce. “Dea del tempo, per favore riprenditi il medaglione, non mi importa di morire ma non voglio più indossarlo!”, detto ciò se lo tolse dal collo, ma improvvisamente sentì un dolore lancinante e se lo rimise. Dato che la voce non le rispondeva, decise di dare un occhiata in giro. Il posto era il medesimo, ma sentiva in se che qualcosa non era andato come previsto.

Cap. 9 Nulla è più come prima

Cleotassis fece un giro in tutta la grotta, cercando di scoprire cosa poteva essere successo, poi si fece coraggio e riprese la stessa scala che aveva usato per scendere in quel posto. Quando fu di nuovo nel palazzo si rese conto che nulla di ciò che ricordava corrispondeva a ciò che stava vedendo. Tutto era cambiato, le sembrava di stare in un posto del tutto nuovo, un luogo dove non aveva mai messo piede prima di quel momento. Proseguendo nella sua esplorazione, vide passare dei servitori ma non riconobbe nessuno di loro, le venne in mente di chiedere, ma ebbe paura e lasciò perdere. Le stanze erano decorate in modo del tutto diverso da come le ricordava, ma considerò che poteva essere possibile se sua madre avesse avuto l’idea di farle ridecorare. Dopo aver percorso vari corridoi, decise di recarsi nella sua stanza, o, almeno in quella che ricordava come la sua stanza. Quando vi entrò si rese conto che tutte le sue cose erano state tolte, ma come poteva essere possibile, perché sua madre e suo padre avevano cancellato ogni traccia della sua presenza? Cleo scoppiò in un pianto dirotto, ora più che mai avrebbe voluto non aver mai dato retta a quella voce, ora più che mai avrebbe voluto non essere mai scesa in quella grotta maledetta! Adesso sarebbe felice insieme ai suoi genitori.

“Chi sei?”, disse all’improvviso una voce femminile.

“Chi sei tu!”, rispose Cleo con la voce ancora alterata dal pianto.

“Io sono Alihas, figlia del re! Che ci fai nel mio palazzo? Come sei entrata?”

” Ecco io … ero andata in giro a curiosare come facevo di solito poi…(Cleotassis pensò che non fosse buona cosa rivelare il segreto del medaglione ad una persona che non conosceva) sono tornata e ho trovato tutto diverso! In questa che era la mia stanza ho trovato te!”, raccontò, cercando di essere più convincente possibile.

“Ti ripeto che questo è il mio palazzo, non il tuo e io sono la figlia del re, non tu!”, tuonò Alihas indispettita.

“Perdonami non volevo offenderti, ma posso chiedere da quanto tempo risiedi nel palazzo?”

“Ti risponderò se anche tu poi mi dirai tutto di te!”, le propose e Cleo accettò.

“Sono nata qui e adesso ho quindici anni, mio padre, Metethos conquistò questo palazzo poco prima che io nascessi, non so che fine abbiano fatto i tuoi genitori, magari saranno servi di mio padre! Tu invece, vorrei diventassi la mia schiava personale, mi sei simpatica!”

“Non sono una schiava, ti ripeto che sono figlia di un re e una regina! Mio padre é il faraone Atur e mia madre la regina Namir e io ho tredici anni…o almeno, avevo tredici anni quando ho iniziato questo viaggio! Non sarò tua schiava, me ne andrò e riuscirò a ritrovare mio padre e mia madre!”, disse Cleo tutto d’un fiato.

“Contenta te! Ma ricordati che prima o poi ti costringerò a diventare mia schiava, adesso non mi servi, ne ho già a sufficienza!”

CONTINUA...

Il ciondolo d'oro di Cleotassis - parte finale

Cap. 10 Il ritorno

Cleotassis uscì dalla stanza della ragazza e tornò nel sotterraneo da dove era venuta, doveva, a tutti i costi, capire come ritrovare i suoi genitori. Strinse il medaglione fra le mani e desiderò di fare un altro viaggio. Sapeva bene che la voce le aveva detto di non tornare mai indietro, ma lei cercò in tutti i modi di tornare al giorno in cui tutto era cominciato. Anche questo viaggio, come il precedente, la lasciò momentaneamente stordita e con la nausea. Quando si riprese le sembrò di essere riuscita nel suo scopo.

“Voce? Voce rispondimi!”, gridò. “Chi parla?” “Voce, sono io, mi conosci bene, lo sai chi sono!”

“Cleotassis?”

“Sì, sono io, sono tornata indietro, ne ho abbastanza di questi viaggi del tempo, voglio che tu riprenda il medaglione, voglio tornare dai miei genitori!”

“Non puoi! Lo sai bene, ormai l’hai indossato e se te lo togli ti cadranno addosso tutti gli anni insieme e morirai!”, la redarguì la voce.

“Non credo proprio che andrà così. E’ vero, può essere che mi ritroverò più vecchia, ma ho fatto un solo viaggio e gli anni trascorsi non sono tanti, quindi non morirò, posso togliermelo quando voglio!”

“No, non importa, puoi anche tenerlo non succederà più nulla te lo assicuro, il suo potere si è esaurito”.

“Che significa che si è esaurito? Adesso mi siedo qua e dovrai raccontarmi tutta quanta la verità!”, Cleo era determinata a scoprire tutto, non sarebbe andata da nessun altra parte e non avrebbe fatto nient’altro ordinato da quella voce, se prima non le avesse detto tutto. La voce sospirò, sapeva bene con chi aveva a che fare.

“Ascoltami bene: su quel medaglione che stai indossando, c’era stato fatto un incantesimo, poteva far viaggiare nel tempo la persona che lo avesse indossato, per un numero infinito di volte, a patto che andasse sempre avanti e non se lo togliesse mai. Il medaglione, inoltre, era in grado di rendere la persona, temporaneamente immortale. Significa che fintanto che lo avesse avuto addosso niente lo avrebbe ucciso, ma se per caso se lo fosse tolto o se qualcuno glielo avesse strappato di dosso, avrebbe avuto solo una manciata di minuti per indossarlo di nuovo prima di morire sotto il peso di tutti gli anni accumulati”.

“Voce, tutte queste cose già le sapevo, ma tu mi hai detto che il suo potere si è esaurito, perché si sarebbe esaurito?”

“Perché c’è una cosa che non ti avevo rivelato, o meglio, su cui avevo mentito: ti avevo detto che non saresti potuta tornare indietro, mai…” ,Cleo la interruppe.

“Come vedi sono tornata invece, sono qui! Spiegami!”

“Il motivo per cui sei tornata è che c’era un unica possibilità di farlo, ma se lo avessi fatto, tutta la magia del medaglione sarebbe svanita in una sola volta, compresa l’immortalità, per questo, prima ti ho detto di non toglierlo. Anche se era esaurita la protezione, fintanto che lo avessi indossato non sarebbe accaduto nulla, ma non immaginavo che tu lo avessi usato una sola volta!”

“Allora adesso posso anche toglierlo”, disse accennando il gesto.

“No, ti prego, ti sta così bene!”, stava mentendo di nuovo, ma per il suo bene.

“Voce adesso manca l’ultima cosa, devi dirmi chi sei!”

“Certo, bambina mia, te lo dirò!”, rispose.

“Bambina mia? Voce, io ho già una madre e voglio ritrovarla! Sono tornata indietro solo per questo motivo, per riabbracciare mia madre!” Cleotassis non si era accorta della figura femminile che si stava piano piano avvicinando a lei.

“Cleo, bambina mia, eccomi! Puoi abbracciarmi!”

“Mamma? Sei tu la voce che mi ha guidato?”

“Si sono io!”

“Ma perché hai voluto che mi allontanassi?”, le domandò, piangendo.

“Perché stavi per correre un grave pericolo, non volevo che quell’invasore uccidesse anche te, come è successo a…”, Namir non riusciva più a parlare.

“A mio padre vuoi dire? Mio padre è morto?”

“Sì, piccola, mi dispiace tanto, non ho potuto fare niente per salvarlo e tu sei in pericolo, devi andare via di qui!”, la pregò sua madre.

“No, mamma io non me ne vado, non senza di te!”

“Non possiamo, il medaglione può salvare una sola persona e devi essere tu!”, Cleo non riusciva a capire.

“Mamma, ma il medaglione non ha più poteri, me lo hai detto prima!”

“Lo so! Cleo per favore resta dietro di me!”

“Mamma, ma che sta succedendo?” Namir si era accorta di un altra presenza nella grotta, doveva fare qualcosa per salvare la figlia, si era lasciata l’ultimo segreto del medaglione per poterla salvare.

L’uomo si avvicinò gridando. “Adesso uccido anche te così il regno sarà mio!” Mentre stava per trafiggere Namir, lei fece appena in tempo a pronunciare una frase toccando il medaglione al collo della ragazzina.

“Il cerchio si chiuda!”, Namir sentì la spada dell’uomo trapassarle il ventre, sentì il sangue uscire, le gambe perdere consistenza. Cadde a terra e l’ultima cosa che vide fu sua figlia svanire in un vortice. L’uomo la colpì ancora due volte e lei morì, con l’ultimo grido rimasto fra le labbra. Cleo non poté fare nulla, se non vedere sua madre morire in quel modo. Era furibonda con lei perché le aveva mentito di nuovo, ma alla fine lo aveva fatto per salvarle la vita per la seconda volta. Voleva vendicarsi, voleva che chi le aveva ucciso i genitori, provasse lo stesso dolore mentre moriva, ma sapeva bene che sua madre non ne sarebbe stata orgogliosa.

 

Cap. 11 Il viaggio è finito

“Professoressa, come è finita la storia della ragazzina Cleotassis? Ieri è suonata la campanella e non ha terminato la storia!”, domandò Ginevra, studentessa della III A.

“Ve lo racconto più tardi, adesso dovete fare il compito in classe!”, rispose, portandosi una mano al collo. Mentre i ragazzi andavano, via via, consegnando i fogli sulla cattedra, Ginevra si avvicinò a lei.

“Professoressa, il medaglione che ha al collo somiglia molto a quello della storia che deve finire di raccontarci, vogliamo sapere cosa ha fatto alla fine Cleotassis!”

“Beh, diciamo che alla fine si è fermata, non ha più viaggiato, si è sposata e ha tramandato il suo medaglione!”, Ginevra la guardò con occhi sgranati.

“Quindi lei è una sua discendente e quello è veramente il suo medaglione?”

“In un certo senso…”, la campanella suonò di nuovo e i ragazzi uscirono dalla classe, lei chiuse la porta, si avvicinò alla finestra aperta e prese il medaglione fra le mani.

“Adesso il mio viaggio è finito!”, si tolse il medaglione dal collo e piano piano lei si trasformò in polvere che il vento disperse nell’aria.

Il carrello di Caterina

Caterina entrò in stazione con la sua ormai abituale andatura claudicante e con il carrello che portava sempre con sé e dal quale non si separava mai, per nessuna ragione. Un carrello piccolo, con due ruote e una grande borsa dalle rifiniture in pelle applicata sopra. Insomma, uno di quei carrellini tipici per la spesa di ogni giorno, ma a lei serviva per altro. Caterina era una donna anziana. Non si sa di preciso quanti anni potesse avere, ma si presume intorno agli ottanta. Aveva lunghi capelli bianchi che portava acconciati sulle spalle, in un’enorme ‘cipolla’, e un vestito che andava bene sia per il caldo che per il freddo. La stazione le piaceva perché lì poteva ripararsi e riscaldarsi, tutti la conoscevano, la dolce Caterina Roversi. Quando era giovane, era stata una maestra elementare, molto buona, comprensiva, tutti i bambini le volevano un gran bene.

Verso i trent’anni si era sposata con un giovane di buona famiglia. Purtroppo la guerra con i suoi orrori, l’aveva privata del suo amato bene e lei era rimasta sola, dato che non avevano fatto in tempo ad avere figli. Caterina andò a sedersi in una delle panche della sala d’attesa, tenendo vicino a sé il suo carrello.

Sull’altro lato c’erano alcune persone: un uomo di circa quarantacinque o forse quarantotto anni, vestito di tutto punto con una ventiquattrore al fianco, poi c’era un’altra signora, un po’ più giovane di lei. Stava lavorando un centrino all’uncinetto. Ancora più avanti una mamma più o meno trentacinquenne, con due bambini irrequieti a fianco. Caterina, che amava molto conversare, provò a rompere il ghiaccio, ma nessuno dei presenti la degnò di una parola, allora si rannicchiò nel suo angolo e iniziò a togliere dalla borsa delle fotografie. Uno a uno, i presenti nella sala d’attesa iniziarono ad andarsene. Fu allora che Caterina notò un ragazzo, che sembrava tanto solo quanto lo era lei. Il ragazzo le si avvicinò e iniziarono a chiacchierare in modo molto naturale, come se si conoscessero da tempo.

“Qual è il tuo nome, ragazzo?”

“Io mi chiamo Simone, e lei come si chiama, signora?”

“Io sono semplicemente Caterina. Il cognome non lo ricordo: sai, ho qualche anno e la mia memoria fa i capricci, ogni tanto!”

“Perché vai in giro sempre con quel carrello consumato? Sto qui da molti giorni e ti ho notato: tu vieni ogni santo giorno e ti siedi qua, togli tutte le fotografie e ti metti a osservarle. A volte ti ho visto scendere una lacrima. Stai aspettando che qualcuno torni?”

L’anziana donna lo guardò e rispose: “Sto aspettando mia nipote. Mi ha promesso che sarebbe venuta a trovarmi, ma ogni giorno sono qui e lei non arriva. Tu invece chi stai aspet- tando?” Sembrava curiosa.

“Io aspetto la mia ragazza. Se solo tu la vedessi…! È bellissima!”, rispose il giovane, con gli occhi sognanti.

Dopo quello scambio di informazioni, tornò di nuovo il silenzio; ognuno era assorto nei suoi pensieri e continuò a fare ciò che stava facendo prima di parlare. Il controllore passò ed entrò nella saletta.

“Caterina, sei di nuovo qua?”

“Devo aspettare Maria, mia nipote. Tra poco arriva! Ne sono sicura, oggi é il giorno giusto e lei arriverà e rimarrà con me!”, replicò l’anziana donna con voce decisa e convinta.

“Caterina, Caterina, ma come bisogna fare con te? Devi tornare alla casa di riposo, solo lì potranno prendersi cura di te!”

Il controllore si avvicinò al ragazzo, che stava leggendo un libro. “Ti dispiace se mi siedo?” “No, faccia pure!”

“Ti ha chiesto qualcosa, quell’anziana signora?”

“No, ci siamo solo presentati. Lei mi ha detto che aspetta sua nipote. Mi é sembrata una donna molto sola, mi ha fatto tenerezza. Poi con quel carrello sempre vicino... chissà cosa ci tiene dentro!” 

“Caro ragazzo, là dentro Caterina ci tiene tutta quanta la sua vita! Non ha più casa, non ha nessuno e purtroppo, con gli anni, si é ammalata di demenza senile. Lei crede di aspettare sua nipote Maria, ma non si ricorda di non avere nessuna nipote: non ha avuto figli, il marito le é morto in guerra.”

Il ragazzo la guardò stranito. “Ma allora chi é la persona che dice di aspettare?”

“In realtà non é nemmeno sua parente: é un’infermiera della casa per anziani malati di Alzheimer, dove fino a poco fa era ricoverata.”

“E non può tornarci?”

“No, purtroppo non ha più un soldo e non può pagare la retta, così vive in strada e viene qui ogni giorno a cercare una nipote che non ha mai avuto. Sai, in passato era una maestra e i bambini le volevano bene. Adesso tutti la chiamano ‘La dolce Caterina’ perché é buona, non fa male a nessuno: vive solo con il suo carrello, che per lei conta più di qualunque cosa al mondo.”

“Se solo si potesse fare qualcosa per lei!”, rispose il ragazzo, intristito da quella figura così bisognosa di aiuto.

“L’unica cosa che si può fare é lasciarla libera di vivere come vuole e di sperare che un giorno, da uno di questi treni, scenda la ‘nipote’ che lei tanto cerca. Lasciandola riposare e riscaldare qui, nelle sale d’attesa, fintanto che non la troveremo addormentata… per sempre. Quel giorno sapremo che sarà tornata finalmente da suo marito.”

“Le farò compagnia io, che ogni giorno sono qui, ad attendere come lei, anche se io una speranza ancora ce l’ho!”

Lucius ed Hermione – La pozione proibita

Cap. I

Innegabile! Si era sentita abbandonata, tradita, proprio da lui! Non se lo sarebbe mai aspettato!

Pensava questo Hermione, mentre, nello studio del professor Silente attendeva la punizione per aver disobbedito alle regole di Hogwarts.

Non aveva idea di come avrebbe potuto più guardarlo in faccia, dopo che l’aveva così vilmente venduta. E per cosa poi? Un misero posto da ultima riserva nella squadra del Quidditch , tanto era stato il prezzo per tradirla e andare a spifferare, al professor Piton, della sua pozione proibita.

Avrebbe accettato qualunque punizione che Silente avesse deciso di darle, ma una cosa era chiara: non avrebbe mai più voluto condividere nulla con Ron Wesley!

Tanto aveva creduto di amarlo e tanto adesso era sicura di odiarlo.

La decisione era presa, se il preside le avesse concesso di rimanere nella scuola, lei lo avrebbe pregato in ogni modo di cambiare casa di appartenenza.

 

Cap. II

Silente entrò nella stanza con la sua solita aria calma e tranquilla, notò subito l’espressione preoccupata e contrita della ragazza e sorrise, sotto la sua folta barba, senza che lei se ne accorgesse, poi si schiarì la voce e iniziò a parlare.

“Senti Hermione, quello che hai fatto é grave, inutile negarlo e, ad essere sinceri, prevederebbe la tua espulsione dalla scuola”, detto ciò si fermò qualche secondo durante il quale la ragazza gli rispose.

“Professore siamo onesti, se le dicessi che ciò che é successo non é vero, che la pozione non é opera mia, io mentirei a le e a me stessa perché é opera mia e l’ho fatta di proposito, lei lo sa bene quanto io sia testarda e quanto io ami essere la prima della classe! Si chiede perché io abbia scelto proprio quella pozione e non un altra più semplice e consentita? Beh, una semplice poi avrebbero saputo farla tutti, mentre io volevo una cosa che nessun altro avrebbe osato tentare! Accetterò qualunque punizione e sapevo che prima o poi lo avreste scoperto, ma non così, non in questo modo!”, la ragazza iniziò improvvisamente a piangere.

Silente, allora, si avvicinò a lei: “benedetta figliola, calmati ora per favore, non mi hai fatto finire, anche se, come ti ripeto, la conseguenza sarebbe quella, io non voglio che tu venga espulsa, ma una punizione te la devo comunque dare, anche per essere giusto verso gli altri. La mia decisione, insindacabile e immutabile, é questa: perderai il tuo posto nella casa di Grifondoro e ricomincerai tutto da capo in un altra!”

Hermione fu felice ed enormemente sollevata da questa decisione, senza saperlo, il professore aveva soddisfatto il suo desiderio! O forse lo sapeva? Silente sapeva sempre tutto!

“Professore scusi, ma quale sarà la casa a cui sarò assegnata?”, domandò la ragazza.

” Lo scoprirai fra poco!”, in quello stesso momento qualcuno bussò alla porta.

“Entra pure!”

“Chi mai poteva essere? Agrid forse?”, Si domandava, ma quando vide chi stava per entrare, per poco non le prese un colpo.

“Lucius?, Lucius Malfoy della casa di Serpeverde era venuto a prenderla? E quindi da quel momento in poi sarebbe stata quella la sua casa di appartenenza?”

Certo, questo, nemmeno la geniale Hermione Granger avrebbe potuto prevederlo.

“Vieni Lucius, entra!”, gli disse Silente.

“Ti affido questa ragazza, so che la tratterai come si deve e che non permetterai che le accada nulla!”, sapeva a chi parlava e sapeva come parlargli, anche l’infido Malfoy, dinnanzi a Silente, diventava docile come un cagnolino.

“Va bene, se é questo che desideri, sarà così, non permetterò a nessuno di farle del male e io stesso non gliene farò mai, te lo garantisco con la mia vita!”, rispose.

La ragazza non riusciva a credere a ciò che aveva sentito, possibile che quello fosse lo stesso Lucius, quello che lei conosceva come arrogante e insopportabile padre di Draco?

“Hermione ascoltami bene!”, aggiunse poi Silente rivolto alla ragazza.

“Tu dovrai ascoltare tutto ciò che Lucius ti dirà di fare, non potrai avere più contatti con nessun Grifondoro , almeno per i primi tempi, poi si vedrà, non potrai incontrare né Harry né tantomeno Ron, anzi, con lui me la vedrò io stesso fra poco e non é detto che dopo che avremo parlato, lui sia ancora uno studente di questa scuola!”, la ragazza lo interruppe decisa.

” Professor Silente, a me non importa nulla di ciò che potrà accadere a Ron Wesley e le assicuro che, se anche me ne avesse data la facoltà, io non avrei comunque più voluto vederlo né sentirlo parlare, mi ha fatto troppo male! Ora professore, se é tutto, io vorrei andare a sistemarmi, per favore!”

“Si Hermione é tutto, vai pure. E tu Lucius, ricordati ciò che hai promesso!”

 

Cap. III

Hermione e Lucius uscirono insieme dalla stanza di Albus Silente, durante il tragitto fra loro non ci furono parole, c’era troppo imbarazzo, la logica voleva che le loro due case fossero rivali e contrapposte e che loro si odiassero, ma la realtà era che, alla fine, nemmeno si conoscevano bene.

La ragazza continuò ad osservarlo mentre camminavano per il lungo corridoio che portava alle stanze dei Serpeverde.

Il sole che filtrava dalle grandi vetrate illuminava i capelli di lui, lunghi e biondi, quasi bianchi, facendoli brillare. Non si era mai resa conto di quanto fosse bello e si stupì di se stessa.

Stava guardando un Serpeverde e addirittura lo stava trovando bellissimo.

Il fatto era però, che per quanto borioso e detestabile, Lucius aveva veramente dei lineamenti molto belli.

Hermione si promise che non l’avrebbe più odiato senza motivo, ma avrebbe provato a conoscerlo meglio e a capirlo.

“Ehi, cos’hai da guardare?”, le domandò ad un certo punto, poi continuò, “per tutto il tempo non hai fatto che guardarmi, per caso ho qualcosa che non ti va a genio?”

” No, no, non preoccuparti é tutto ok, solo…”

“Ma… senti un po’ ragazzina, non penserai mica, con le moine, di ottenere un trattamento di favore?”, disse lui ridendo.

” Ma no, ma che vai a pensare! Io dicevo sul serio!”, rispose.

“Beh grazie!”

Era la prima volta che Malfoy, tirapiedi di Voldemort, riceveva un complimento sincero. In effetti, da molto tempo, era stufo di come il signore oscuro lo trattava. Per lui era solo un inetto, un idiota, tanto che ultimamente gli aveva preferito suo figlio Draco, lasciando che andasse per la sua strada, tanto non sarebbe arrivato da nessuna parte, senza qualcuno che gli desse ordini.

Ma Lucius non era assolutamente né inetto né idiota, ma semplicemente un uomo solo che si era creato una corazza di arroganza per non far emergere il suo vero carattere.

Questo, Hermione, lo capì subito, era troppo intelligente per non arrivarci, voleva trattarlo con gentilezza e lo avrebbe fatto.

“E così tu hai composto una pozione proibita?”

“Beh, non é che sia completamente proibita, lo é solo per gli studenti del mio anno.”

”E’ stato quel vile di Ron! Ha fatto la spia in cambio di un misero posto da terza riserva nel quidditch , che poi lui é pure negato! Ovviamente Piton é andato subito a riferirlo a Silente e…” , Hermione si rattristò, non voleva che lui la vedesse piangere, ma non riuscì a trattenersi, troppa rabbia le ruggiva dentro.

Lucius si fermò davanti a quella che sarebbe stata la stanza della ragazza.

“Hermione ascolta, non ci devi più pensare, vedrai che insieme troveremo un modo per fargliela scontare, poi se davvero Silente decidesse di sbatterlo fuori avremo risolto senza nemmeno sporcarci le mani!”, le asciugò le lacrime e le sorrise.

Lei si sentì al sicuro, vicino a quell’uomo che iniziava ad apprezzare più di quanto lei stessa non si rendesse conto.

Lucius fece una cosa che con suo figlio forse non aveva mai fatto, la avvicinò a se e la abbracciò, per Hermione fu un abbraccio dolcissimo.

“Adesso va a riposarti, é tardi, spero tu abbia tutto ciò che ti serve, ma se ti dovesse servire qualcosa, chiamami pure, io sarò nella stanza vicina alla tua”, detto ciò la baciò in fronte e la salutò.

Continua...

 

Cap. IV

Hermione finì di sistemare le sue cose, quella di Serpeverde non era certo la reggia di Camelot, ma le andava bene lo stesso. Si distese sul letto a pensare. Pensò a tutta la giornata, alle parole di Silente, alla punizione più grave scampata e poi a questo, ovvero la sorpresa di scoprire un Lucius Malfoy così diverso da come pensava di conoscerlo e da come aveva imparato a detestarlo. Mentre adesso si stava pian piano avvicinando? Affezionando? O forse si stava più semplicemente innamorando di lui anche se lui era molto più grande. Nell’abbraccio che le aveva dato, lei aveva percepito la sua solitudine, il malessere e la voglia di essere diverso, di farsi vedere per ciò che realmente era: un uomo che voleva essere amato! “Eppure una famiglia Lucius ce l’aveva? Draco, suo figlio e Narcissa, sua moglie, perché doveva sentirsi così dannatamente solo?”, con quest’ultimo quesito fra le labbra, la stanchezza si fece sentire e lei si addormentò. Senza che lei se ne accorgesse, Lucius entrò nella stanza con la chiave di riserva, non voleva farle alcun male, solo verificare che stesse bene e che fosse tutto a posto. Si fermò pochi attimi a guardarla dormire, era così bella, così dolce e…troppo piccola! Non poteva, non doveva!

Le avrebbe solo fatto del male innamorandosi di lei, ma non riusciva a dire di no, a scacciare quel pensiero dalla mente, ormai si era impadronito di lui e lui si era innamorato di lei, così in poco tempo, adesso la sua promessa a Silente non poteva essere più vera! Avrebbe fatto qualunque cosa per proteggerla, a costo della sua vita.

Uscì dalla stanza, non prima di averle rivolto l’ultimo sguardo. Lei era l’unica che lo aveva trattato con gentilezza, l’unica ad avergli fatto un complimento sincero.

 

Cap V

Il sole filtrava dalle finestre della scuola, Hermione si svegliò e le ci volle qualche secondo per rendersi conto di dove fosse e di cosa le era successo, poi sentendo un profumo che le era familiare si ricordò.

“Lucius é stato qui stanotte, ha vegliato il mio sonno, ha controllato che non mi accadesse nulla!”, in quel momento sentì bussare.

“Hermione sei sveglia, posso entrare?”, domandò prima di aprire.

“Si, certo, entra pure!”, rispose lei con la sua solita voce dolce e leggera. Aveva una gran voglia di vederlo.

Lucius entrò quasi in punta di piedi, per non far rumore..

“Hai dormito bene? Ti ricordi, vero, quello che é successo ieri?”, domandò, timoroso, per paura che lei lo potesse respingere di nuovo.

“Si, mi ricordo molto bene, Silente mi ha fatto un grande regalo affidandomi a te, non potrei sentirmi più sicura!”, disse prendendogli le mani fra le sue.

“Posso farti una domanda, Lucius?”

“Certo che puoi!”

“Perché tu passi tanto tempo con me e non con tua moglie e tuo figlio?”

Lui si rabbuiò e divenne cupo, cosicché lei pensò di aver commesso un terribile sbaglio ponendo quella domanda.

Ad un certo punto, la guardò dritto negli occhi e disse tutto d’un fiato: “Voldemort!”, poi proseguì, “lui mi ha allontanato da loro, convincendoli che sono uno stupido e un debole, un inetto!”

Hermione si accorse che lui stava tremando e lo rassicurò. ”No, tu non sei nulla di tutto questo e loro, se lo pensano, non hanno capito nulla! Non ti meritano, lasciali perdere”, continuò a tenergli le mani fra le sue e ad un certo punto le avvicinò al suo cuore.

In quel momento furono così vicini che le loro labbra poterono sfiorarsi. Si allontanarono fulmineamente, rendendosi conto di ciò che stava per succedere.

“Hermione non posso! Sei così giovane, rischio di farti del male, di farti soffrire!”

“No, Lucius non te ne andare, sono perfettamente cosciente di ciò che voglio e quello che voglio é che tu resti qui con me adesso!”, rispose decisa.

Lui si avvicinò di nuovo e ancora si trovarono sul punto di baciarsi.

“Io voglio che resti con me!”, disse lei con gli occhi lucidi.

Stava per risponderle, ma fu trascinato fuori contro la sua volontà, da una forza che non era in grado di contrastare.

“Portami Hermione! La voglio qua subito!”

“No, non lo farò!”

“Tu osi ribellarti a me? Ucciderò te e anche lei!”

“Uccidi pure me, ma lei non permetterò che tu la tocchi!”, rispose con tutta la rabbia che aveva dentro, accumulata da troppo tempo.

Draco e Narcissa rimasero lì, ammutoliti da quella reazione che per così tanto tempo avevano atteso e che ora era venuta fuori, ma non per merito loro. Hermione nel frattempo lo aveva seguito ed era arrivata nella sala dove si trovavano tutti.

Lucius la vide e la pregò di tornare indietro.

“No, io resto qua, non gli permetterò di farti del male!”

“Ma bene!”, disse il signore oscuro divertito, “adesso ti fai difendere da una ragazzina? Sei più stupido di quanto pensassi!”, gli puntò addosso la bacchetta e gli gettò una scarica che lo fece cadere a terra svenuto.

Hermione si avvicinò a lui e si rese conto di dover fare qualcosa subito, altrimenti lo avrebbe perso e non doveva succedere, non adesso che aveva capito di amarlo.

“Voldemort, tu lo hai ucciso e io ora ucciderò te!”, disse mentendo, mentre stava per puntare la sua bacchetta, anche Draco e Narcissa si avvicinarono a lei e puntarono la loro.

“Distruggiamolo insieme, con la forza delle nostre tre bacchette unite ce la possiamo fare!”, esclamò Narcissa, prendendo la mano di Hermione da un lato e quella di suo figlio dall’altra.

“Ma cosa credete di poter fare voi tre!”, rispose Voldemort ridendo.

“Non siete nulla in confronto a me e ora ve ne accorgerete!”, fece partire la scarica dalla sua bacchetta, ma prima che se ne rendesse conto, la forza unita delle tre liberò un tale raggio che lo dissolse.

L’unica cosa che risuonò nell’aria fu il suo “maledetti!!”, poi svanì.

Hermione si precipitò vicino a Lucius e così anche Draco e Narcissa.

“Puoi salvarlo Hermione?” “Spero di si, spero solo che non sia tardi!” Prese una pozione dalla sua borsa e con l’aiuto degli altri due gliela fece bere, trascorsero alcuni minuti, ma visto che Lucius non si svegliava, Hermione iniziò a scuoterlo.

“Lucius! Lucius! Forza svegliati, apri gli occhi! E’ finita, Voldemort é svanito. Non lasciarmi sola! Io ti amo dannato Serpeverde! Ti amo!”

Non finì la frase, lui la prese improvvisamente fra le braccia e la baciò, così intensamente da farle mancare il respiro. “Anche io ti amo dannata Grifondoro! Ti amo! Giuro che non ti lascio più!”

Draco e Narcissa rimasero stupiti da quella reazione, ma poi si misero a ridere.

“Diamine, ce ne hai messo di tempo per svegliarti!”, gli disse a quel punto la ragazza.

“Eh si, mi aveva dato una bella scossa! Ma come hai fatto?”

Hermione sorrise. “Ti ricordi la pozione proibita? Beh serviva proprio a questo e sono felice di averla usata per salvare te!”

“Amore mio, non mi ha salvato la tua pozione, ma tu! La tua dolcezza, la gentilezza con cui mi hai trattato, mi hanno fatto tornare quello che realmente sono!”

“E cosa sei?”

Lucius la prese in braccio e la fece volteggiare. “Sono un uomo che ti ama più della sua stessa vita e che non ti lascerà mai più se tu lo vorrai!”

“Certo che lo voglio! Lo voglio con tutto il mio cuore, Lucius!”

 

Epilogo

Il matrimonio con Narcissa era finito da tanto tempo ormai ed entrambi lo sapevano, quindi chiesero a Silente di poter sciogliere la loro unione. Il mago fu d’accordo e felice di celebrarne un altra, poco dopo, per amore. Quella fra Lucius Malfoy ed Hermione Granger che da quel giorno non si lasciarono veramente più. Silente lo sapeva… Silente sapeva sempre tutto prima degli altri!

NOTA: liberamente ispirato

La banda dei randagi di Castiglione

Prima parte

C’era una volta, in un paesino di montagna chiamato Castiglione, una banda di gatti, erano in quattro e tutti senza padrone. Il primo era nero e grosso, con il pelo lucidissimo, ma senza un occhio, ferita di battaglia contro altri gatti, il suo nome era Pantera. Pantera era un gatto adulto di cinque anni, era stato scacciato dalla sua casa quando era ancora molto piccolo perché la nuova proprietaria era superstiziosa e detestava tutti i gatti, specialmente quelli neri; così da quel giorno aveva dovuto iniziare a cavarsela. Il secondo gatto era un tigrato rosso di tre anni e mezzo con una zampa un po’ zoppa a causa di scorribande di paese e proprio per questo il suo nome era Zampetta. La sua storia era leggermente diversa da quella di Pantera perché lui era rimasto solo dopo la morte della sua anziana padrona e nessuno si era più preso cura di lui. Dopo un po’ di tempo si erano aggiunti a loro due gattini gemelli di appena un anno, un maschio tutto grigio e una femmina con il manto bianco e nero che sul dorso aveva la forma di un cuore, i loro nomi erano Puff e Stinky. I due gattini erano orfani perché la mamma era stata uccisa da un carretto mentre attraversava la piazza del paese. Indifesi e impauriti si erano rifugiati nel cimitero, Zampetta li aveva trovati e salvati appena in tempo da un altro randagio che voleva ucciderli. Pantera all’inizio era contrario alla loro presenza perché pensava che sarebbero stati di peso negli spostamenti , ma poi, vedendo l’attaccamento che Zampetta aveva verso di loro, si convinse, con la promessa che sarebbe stato sempre lui ad occuparsene. Stinky era una gattina calma e dolce, non creava mai guai e passava quasi tutta la giornata a leccarsi e pulirsi il pelo, Puff invece era un piccolo terremoto, un pasticcione combina guai e pure sfortunato perché succedevano tutte a lui. Pantera spesso perdeva la pazienza e magari gli veniva la tentazione di prenderlo a calci nel sedere e allora Zampetta doveva fare da mediatore fra i due. Un giorno, il sole brillava alto nel cielo, era veramente una bellissima giornata di primavera, i nostri quattro amici erano usciti dalla loro cuccia, posta in una vecchia casa dismessa nella parte alta del paese ed erano andati in giro in cerca di cibo ma anche di avventure. Mentre Pantera e Zampetta facevano scorta, Puff come al solito stava per cacciarsi in un guaio, ma sentendo il miagolio del gatto più anziano si era rimesso in fila con gli altri. Stinky lo guardava sorridendo pensando: “Ma guarda che fratello pasticcione e fifone che mi ritrovo!” Non erano trascorsi che soli cinque minuti e Puff stava di nuovo divagando, affacciandosi da una porta scardinata su una stanza buia, vide due lampi di luce venire verso di lui, man mano che si avvicinavano le luci diventavano sempre più grandi e intense, Puff iniziò a tremare di paura e faceva bene ad averne! Il gatto che gli si parò contro era un tigrato con due lunghe cicatrici che gli andavano dalle orecchie alla bocca. Il gattone era capo di un’altra banda di randagi che voleva avere il predominio sul paese, questa faccenda non stava affatto bene a Pantera perché lui pensava che tutti potessero convivere serenamente senza pestarsi le zampe a vicenda. Fra loro si tenne uno scontro in cui Pantera perse l’occhio destro e Tigro, (questo era il nome dell’altro gatto), si procurò le due cicatrici. Nessuno degli altri gatti presenti allo scontro aveva osato mettere zampa nella loro disputa. Dopo quel giorno non era più accaduto nulla, si era verificata come una specie di tregua dove ognuno era rimasto nella propria zona fino al momento in cui Puff come al solito era andato a ficcare il naso dove non doveva. Adesso si ritrovavano di nuovo a doversi scontrare. Per Tigro e Pantera un altra lotta poteva anche risultare fatale data la condizione in cui erano, Zampetta stava un po’ meglio ma quella zampa non lo rendeva certo un gatto agile nelle mosse, non restavano che Puff e Stinky ma così inesperti si sarebbero certo fatti uccidere dagli altri randagi, cosi Pantera chiamò Tigro da parte e iniziarono a miagolare su tutta la questione, gli altri gatti stettero ad aspettare, ogni tanto sentivano un miagolio più forte, ma non riuscivano a capire, Puff si stava annoiando e voleva andarsene di nuovo in giro per prati ma Zampetta lo richiamò all’ordine e lui si mise buono ad attendere. Dopo circa mezz’ora tutti i gatti videro Pantera e Tigro scambiarsi uno schiocco di zampa e che piano piano si stavano riavvicinando. Tigro miagolò per primo richiamando i suoi all’ordine, in breve gli spiegò che si erano riappacificati con Pantera e che tutti i gatti da adesso potevano girare indisturbati per il paese. Pantera fece lo stesso con Zampetta Stinky e Puff. Pantera credeva veramente a quella pace, non immaginava che Tigro avesse fatto solo finta. Non appena si furono allontanati, Tigro cominciò a confabulare con Straik , il suo braccio destro, un gatto di quasi sei anni con un orecchio solo, su come potevano chiudere definitivamente la faccenda divenendo così i padroni indisturbati del paese. Straik suggerì di rapire la piccola Stinky, tanto sarebbe stato facile perché lei non sapeva difendersi da sola, questo avrebbe costretto gli altri tre a cercarla e loro gli avrebbero teso un agguato togliendoli finalmente di mezzo. Per riuscire in questa impresa coinvolsero anche altri randagi solitari con la promessa di cibo abbondante. Dopo aver messo a puntino tutti i dettagli del piano, che avrebbe avuto luogo la notte seguente, se ne andarono a dormire nel loro covo. Pantera e gli altri nel frattempo se ne erano tornati nella loro zona e dopo aver consumato uno spuntino si erano messi a dormire anche loro per la notte. Di certo non avevano la minima idea del piano che avevano architettato gli altri, dormirono tranquilli fino al mattino dopo.

Seconda parte

Nel paesino di Castiglione oramai non ci abitava quasi più nessuno, almeno nella parte più vecchia, alcuni erano morti, altri si erano spostati più in basso, il paese era in mano ai gatti randagi, c’era solo un vecchio cane che apparteneva al parroco di paese e se ne stava sempre accucciato sul sagrato della chiesa appena fuori della porta, troppo pigro per muoversi, osservava tutto da lì aiutato anche dal fatto che la chiesetta si trovava su una rialzatura del terreno. A Tom, questo era il suo nome, i gatti non andavano molto a genio, specialmente quelli prepotenti come Tigro e la sua banda, si era affezionato però molto alla piccola Stinky, mai avrebbe voluto che le accadesse qualcosa di brutto. Di solito le giornate passavano in tranquillità, relax e a volte anche noia in quel paese semi deserto, ma quella mattina Tom aveva visto degli strani movimenti da parte della banda di Tigro e questo lo aveva messo in allarme. Nel pomeriggio Straik e Giangi,un altro randagio senza padrone, si andarono a mettere vicino alla cuccia di Stinky pronti per passare all’azione. Quando il buio fu calato sul paese le saltarono addosso e le dettero una zampata in modo che lei perdesse i sensi, non potevano ucciderla perché doveva servire da esca per attirare gli altri tre quindi fecero in modo che svenisse soltanto, poi la presero ciascuno per una zampa e la trascinarono via. Pantera Zampetta e Puff dormivano profondamente perché avevano mangiato un bel po’ dunque non si accorsero della scomparsa della piccola gattina. Alcune ore dopo Puff si svegliò, quando vide che la cuccia di Stinky era vuota provò a cercarla nei dintorni e a chiamarla, ma la piccola non poteva rispondergli così lui iniziò a miagolare disperato, miagolava così forte che svegliò di soprassalto gli altri due. Si misero immediatamente a cercarla in tutti i posti che potevano, Puff che di solito combinava casini, questa volta non ci pensava nemmeno, cercò e ricercò senza un attimo di tregua senza fermarsi mai, la paura di perdere la sua sorellina gli stringeva la gola ma allo stesso tempo gli dava la forza di correre senza risparmiarsi. Alla fine però era talmente stremato nelle forze che si addormentò quasi svenendosi per la fatica. Dopo varie ore di ricerca la preoccupazione che per la piccola Stinky ormai non ci fosse più nulla da fare cominciò a farsi sempre più largo nei pensieri di Pantera e Zampetta, quando proprio a Zampetta venne l’idea che poteva essere stata rapita dalla banda di Tigro. Lì per lì Pantera aveva scartato l’ipotesi perché lui nella pace ci aveva creduto, pensava che più facilmente fosse caduta preda di un lupo (e nei boschi sopra il paese, in quella zona ce n’erano tanti). Pensando e ripensando anche Pantera si convinse che Tigro poteva non essere stato sincero e così elaborò un piano per andare a liberare la gattina senza coinvolgere Puff , non considerando che lui li aveva sentiti miagolare ed era corso istintivamente (come al solito) a mettersi nei guai. Facendo in modo che gli altri due gatti non lo vedessero, Puff era uscito dalla cuccia ed era sceso nella strada a cercare in tutti i buchi e in tutte le case diroccate la sua sorellina, stava quasi perdendo di nuovo le speranze quando sentì un debole miagolio provenire da una spaccatura nella parete di una casa, poi sentì ancora due miagoii disperati “miaoo miaooo!” Non c’erano dubbi questa era la voce della sua sorellina, adesso però veniva il difficile, liberarla dalle grinfie di Tigro e dei suoi gattacci. Entrò piano piano silenziosamente dalla spaccatura nel muro cercando di non svegliare i randagi, ma purtroppo a causa della sua sfortuna mise la zampa in una tagliola rimanendoci incastrato e ferito. Sentendo il grido di dolore di Puff tutti si svegliarono e gli andarono intorno con sguardo minaccioso. Tigro pensò che intanto potevano disfarsi di lui che, bloccato e ferito non poteva certo né difendere se stesso ne liberare la gattina, dopodiché avrebbero tolto di mezzo anche lei e alla fine anche gli altri due. In quel momento Pantera e Zampetta arrivarono di gran furia e si gettarono addosso agli altri gatti, lo scontro durò una mezz’ora e fu veramente violento tanto da richiamare anche il vecchio pastore tedesco e il parroco sul luogo della scena. Quando arrivarono trovarono i corpi di Tigro e della sua banda sparsi per tutta la stanza, uno in un angolo uno nell’altro, uno nel centro. Era ovvio che avevano avuto la peggio. Pantera stava sanguinando dall’altro occhio, purtroppo adesso era completamente cieco, Zampetta aveva perso la zampa zoppa, Stinky era debole ma stava bene, per il povero Puff invece non ci fu nulla da fare, era stato troppo bloccato dalla tagliola e aveva perso troppo sangue. Era morto così, con la sua sfortuna mentre cercava di fare l’eroe, ma forse alla fin fine ci era pure riuscito perché col suo lamento aveva fatto si che Pantera e Zampetta lo sentissero e trovassero l’entrata giusta. Stinky, che non aveva ancora capito che Puff era morto, provò a muoverlo e a scuoterlo con le zampe ma lui non rispose, allora capì e iniziò a miagolare disperata, il vecchio pastore tedesco la prese con la zampa la avvicinò a se e iniziò ad accarezzarla finché lei non si addormentò poi il parroco la prese in braccio e la adagiò in una cesta insieme agli altri tre e insieme a Tom tornarono verso la canonica. Dopo aver curato le ferite di Pantera e Zampetta fece una piccola tomba per il povero Puff in un area del cimitero del paese e siccome lui era un ottimo scultore di marmo ci fece una piccola statua che raffigurava il gattino sorridente. I tre gatti rimasti adesso non erano più soli perché avevano trovato chi gli voleva bene, ma che prezzo era stato pagato per un briciolo di affetto! Ogni giorno il vecchio Tom andava vicino alla tomba di Puff e Stinky ci si accucciava sopra come a voler proteggere il sonno del fratellino.

Foto elaborata con Canva

Libera di Amare

 Dani accese una sigaretta. -Adesso che fai? – passò una mano fra i capelli.

– Ci vediamo più tardi?

-Dani, no! Non farlo!

-Non fare cosa?

– Non parlare come se noi due fossimo qualcosa.

-Non lo siamo?

-Non lo siamo, non siamo niente noi due, non siamo neanche un noi! Lisa si rivestì e si fermò in piedi guardandolo. -Non siamo neanche un noi! Ribadí

-Peccato, io credevo… Non lo fece neanche finire.

-Cosa credevi? Che per due volte che ci siamo un po’ divertiti, fossimo diventati importanti uno per l’altra? Io non ti amo, non provo nulla, è stato solo sesso e basta! Dani la guardò per un attimo, poi abbassò il viso.

-Esci da qui Lisa! Esci, veloce per favore! Andò in bagno e senti sbattere la porta della camera. Lisa non rispose, non poteva, aveva gli occhi pieni di lacrime e la gola chiusa da un peso che non poteva esprimere a parole. Quello era il suo addio per sempre, preferiva farsi odiare e soffrire, lei soltanto. Da lì a pochi giorni lei e suo marito avrebbero preso un aereo per l’Australia. Non lo avrebbe visto più, allora a che pro dirgli che lo amava e che senza di lui non poteva neanche respirare. Aveva un contratto che la legava a suo marito, uno di quei contratti che rendono il matrimonio una prigione. Per lei questo era, il suo matrimonio con Giulio, una prigione. Dorata si, ma sempre con le sbarre e attraverso quelle sbarre poteva forse respirare qualche volta, ma scappare no! Non glielo avrebbe permesso.

Dani uscì dal bagno, l’atteggiamento di Lisa e poi tutta quella scena non lo avevano per niente convinto. Accese il cellulare, ma non c’era nessun messaggio, attese.

Lisa fermò l’auto sotto casa ed entrò, l’eco del vuoto le risuonó attorno, non la aspettava nessuno. Non aveva figli, ne un gatto, ne un cagnolino, Giulio non lo aveva permesso, anche questo era nell’accordo. Ma che razza di vita era la sua? Il display si accese. Rimase qualche secondo con il telefono fra le mani e la lettera chiusa che le ammiccava davanti.

Aprimi! Lo spense.

I bagagli erano già stati fatti, l’aereo partiva l’indomani, aveva dimenticato che fosse così presto. Prese di nuovo il telefono e, di nuovo lo rimise sul tavolo fingendo di avere da fare. Suo marito non sarebbe rientrato che a tarda sera.

Prese di nuovo il telefono, c’era ancora la busta sul display, visualizzava così i messaggi.

-Sono sotto casa tua. -Scendi, devi dirmelo guardandomi negli occhi che non mi ami e che noi due non siamo niente. Che non siamo stati niente quando ci siamo amati! Lisa, per me non è stato solo sesso, io ti amo! Chiuse il telefono, prese il primo blocco che gli capitó fra le mani. “Fai ciò che vuoi, la mia prigione è finita, non partirò con te!” furono le uniche parole per Giulio. Mise la pagina bene in vista, sul tavolo, lasciò le chiavi e tutto il resto, chiuse la porta dietro di se. La paura le attanagliava il cuore, ma almeno non era più legata a quella vita non sua.

-Dani io…

Dimmi solo cosa siamo noi due. Lisa si avvicinò a lui e lo baciò, a lungo, quasi fino a perdere fiato.

-Siamo questo.

-Questo è amore!

-Si

-Allora tu…

-Si, ti amo!

-E allora perché?

– Credevo che non fosse possibile, ma ce l’ho fatta, ho spezzato la mia catena e ora sono libera.

-Di amarmi?

-Si, se lo vuoi ancora.

-Lo voglio ancora, lo voglio per sempre.


Foto elaborata con canva

Mi chiamavo Rose Angelica

L’erba profumava di mattino, Rose colse i fiori appena sbocciati e li portò in casa. Il casale era silenzioso, qualunque rumore, anche il più piccolo, si sarebbe notato. Sentí la pelle aderire alle sue labbra e premere fino a toglierle la possibilità di emettere qualsiasi suono. Il guanto la soffocava, una scossa di taser, puntato contro il fianco, le provocò un dolore terribile. Provo a muoversi ma ne arrivò un altra e un altra ancora. Sentí il corpo cedere progressivamente. “Zitta! Stai zitta e forse ti lascerò vivere!” La voce era alterata, il viso nascosto da un passamontagna. Gli occhi non li riconosceva a causa dei suoi, annebbiati dal dolore. Rose cercò di liberarsi, ma la punta fredda di un coltello sotto la gola le fece cambiare idea. “Sai che posso ucciderti in qualsiasi momento, non mi sfidare!” Un altra scossa la paralizzó temporaneamente. L’uomo la trasportò, trainandola per le braccia. Rose sentiva sbattere le gambe e le braccia ovunque, ma senza poter reagire. “Dimmi dove sono i soldi! Dov’è la cassaforte?” Non c’è… non c’è nessuna cassaforte qui!”, riuscì a dire con difficoltà. “Non prendermi in giro, guarda che è peggio per te! Rose gridò, il sangue iniziò a fluire da una ferita vicino al seno sinistro, un taglio con quella lama che prima le aveva puntato sul collo. Riprese un po’ di forze, solo per dirgli che la cassaforte c’era e si trovava dietro lo specchio della camera. Finí appena la frase, l’uomo la prese e la trascinó di nuovo, questa volta stringendole il vestito dietro al collo e facendola quasi soffocare. La spinse sul letto e la tramortí ancora una volta con una scossa. “Adesso stai buona!”, senza smettere di sorvegliarla aprí la cassaforte dopo averla costretta a rivelare la combinazione. Rose speró che fosse finita. L’uomo le ordinò di spogliarsi poi, vedendo che non reagiva, iniziò a strapparle il vestito. Lei gridò appena sentí la lama del coltello affondare nel corpo all’altezza dello stomaco. Respirare si fece più difficile, credere nella vita, quasi impossibile. Il coltello le affondò di nuovo. Più su, vicino alla gola. Incredibilmente era ancora viva, debole ma viva, viva per sentire i gemiti di lui, mentre se ne approfittava. Non poteva, non doveva finire così Rose! Prese il coltello, con le sue ultime forze, lui non se n’era accorto, in preda al tremito. puntò il collo e il sangue uscì a fiotti. Gli aveva tagliato la gola, ma non era bastato a salvarla. Il coltello cadde, il suo braccio pure. Il respiro non si sentiva più. Il silenzio era sceso nel casale. Rose Angelica aveva perso la sua vita, ma non era morta invano.