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"Come le mosche d'autunno" di di Irene Némirovsky

Edito da Garzanti

Piccola edizione di questa breve opera, all’origine pubblicata nel 1931, che rappresenta la ripresa e lo sviluppo della prima opera dell’autrice, la Niania, del 1924. La storia si concentra su Tatjana Ivanovna, la governante della famiglia Karin da diverse generazioni, durante il periodo della rivoluzione russa che li costrinse a fuggire dalla Russia fino a Parigi. Il racconto appare subito intriso di malinconia e tristezza: la partenza per la guerra dei due giovani maschi della famiglia, eventi tragici inevitabili, nostalgia di casa in seguito al trasferimento. Imbattersi in questo libro porta il lettore ad immedesimarsi nello stato d’animo dei personaggi durante uno dei periodi più difficili della storia, in particolare traspare l’inadeguatezza di Tatjana ad adattarsi alle nuove condizioni, la fragilità di una donna che è sempre stata dedita alla famiglia presso la quale presta servizio, ma che non può proteggere da quell’inferno che è morte e distruzione, la nostalgia di un tempo passato che non farà più ritorno. “Nel momento in cui perdeva coscienza, ogni volta vedeva in sogno la casa, a Karinovka, ma subito l’immagine svaniva e lei si affrettava a richiudere gli occhi per afferrarla di nuovo. Ogni volta mancava un dettaglio. Ora il giallo delicato della casa si trasformava in un rosso di sangue rappreso, un attimo dopo la casa era cieca, murata, le finestre erano scomparse. Eppure sentiva il flebile suono dei rami d’abete gelati, agitati dal vento, con il loro lieve tintinnio di vetro”. Tutto ciò porterà ad un drammatico epilogo che personalmente mi ha lasciato un’amara sensazione, soprattutto perché è l’unico fatto realmente accaduto nella vita della Némirovsky, questo contribuisce a dare più valore a tutta la storia.

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"Due racconti" di Carlo H De’ Medici

Edito da Cliquot

Oggi vi parlo di due brevi racconti scritti da Carlo H De’ Medici, giornalista, scrittore, illustratore e studioso di scienze occulte del quale si hanno scarse notizie. “I fedeli di Gesù” e “Pianura”, il loro nome, erano stati pubblicati per la prima volta all’interno del volume Scrittori giuliani, uscito per la casa editrice Moscheni e C. nel 1935.

“I fedeli di Gesù” si incentra sulla descrizione di figure umane all’interno di un santuario da parte di un narratore esterno che scruta con minuziosità la condizione di miseria e di quasi rassegnazione, i contorni e il contesto in cui questi si trovano e ai quali sono strettamente legati, la cieca fede a cui si abbandonano, in un modo che personalmente mi ha portato ad immaginare la scena e ad immedesimarmi, quasi a percepirne la vita e gli stenti.

“A fianco dell’altar maggiore una donna spettrale, senza età, prega con gli occhi mentre dondola, avvolto in uno scialle di lana sbrindellata, una specie di bimbo verdastro, lentigginoso, intirizzito che urla da morirne: e invano ella porge a quella larva, per farla tacere, una mammella illusoria, raggrinzita e vuota”.

 

“Pianura” rappresenta l’immagine di un ambiente naturale di novembre, viene descritto un territorio sofferente e malridotto, nel quale difficilmente qualcosa può crescere rigogliosa ma al contrario viene spezzata dal volere della natura. Anche questa narrazione porta in sé la minuziosità della descrizione in maniera attenta e diretta, quasi catastrofica per l’uso di un’ adeguata terminologia.

“Sperduti, terrorizzati, come naufraghi alla deriva sul mare morto, i casolari affondano nella terra grassa, e sembrano implorare con gli occhi vitrei delle loro finestre socchiuse un po' di luce […] mentre tutto, all’intorno, tutto annega nel grigio opaco torbidume”.

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"La vita involontaria" di Brianna Carafa

Edito da Cliquot

Oggi vi parlo di questo libro, opera di Brianna Carafa e pubblicato per la prima volta da Einaudi nel 1975. Si concentra sulle vicissitudini di Paolo Pintus, protagonista e narratore, ragazzo orfano di entrambi i genitori che cresce con la zia a Oblenz, città natale. Paolo fin dall’inizio della sua narrazione sente il bisogno di descrivere la sua città, col mare e i Tetti Rossi, motivo ricorrente nella vicenda, ma tuttavia non abbastanza attrattivi da permettergli di rimanere ancora. Infatti ad un certo punto sente il bisogno di andare via e farsi strada altrove, in parte per influenza di una persona amica, in parte per riflessioni dovute a delle consapevolezze legate alla famiglia. “Avevo bisogno di odiare quello che lasciavo o meglio, di non lasciare nulla. Nulla di importante almeno. E il caso volle che anche i rosai di zia Beatrice venissero distrutti in quel periodo dagli afidi verdi e insidiosi, che ne divorarono tutte le gemme”. Questo è il passo secondo me più significativo per capire lo stato d’animo di Paolo, la necessità di andarsene, di lasciarsi alle spalle qualcosa che forse non gli appartiene del tutto e cercare nuova vita. Tuttavia non si può non notare il continuo accostamento tra la vecchia e la nuova città, tra le persone del passato e quelle del presente, traspare quasi una velata nostalgia che forse Paolo fatica ad ammettere a se stesso. Ad un certo punto il protagonista scopre di non amare la sua vita e vari incontri e frequentazioni lo porteranno ad imboccare una nuova strada. Ciò che più mi ha colpito della storia è l’assoluta necessità di abbandonare il luogo natale divenuto lentamente estraneo, quasi un posto privo di legami affettivi. Questo sentirsi stranieri a casa propria porta inevitabilmente ad intraprendere qualsiasi strada percorribile pur di scappare, per trovare una propria identità, a costo anche di perdere in parte la ragione. Il finale mi ha colpito non poco, trovo che sia abbastanza significativo per via di ciò che l’intera storia rappresenta.

La lettura risulta scorrevole e piacevole, il linguaggio è ricercato ed elegante ma non di difficile comprensione, c’è quell’ introspezione che fa immedesimare il lettore col protagonista, perché dentro ognuno di noi c’è un Paolo Pintus che è in conflitto con se stesso e con tutto ciò che lo tocca da vicino.

“Io, te e il mare” di Marzia Sicignano

Edito da Mondadori

Ho appena terminato di leggere questo libro e volevo condividere i miei pensieri con voi qui.

“Io, te e il mare” parla dell’amore tra due ragazzi adolescenti che sembra subito apparire travolgente e allo stesso tempo non privo di quei dubbi e incertezze che stanno alla base di un sentimento puro e spontaneo. Si alterna tra prosa e poesia e questa è una caratteristica che nella mia esperienza di lettrice non avevo ancora incontrato. L’autrice, Marzia Sicignano, è una giovane donna così come il punto di vista di chi parla, è proprio una lei che con estrema passione racconta questo amore all’apparenza forte come una roccia verso un ragazzo coetaneo. Non si fa riferimento a nomi, come se i protagonisti fossero due concetti astratti in cui identificarsi, in cui per ogni frase e pensiero rivedersi e sorridere o emozionarsi. Io non ho la loro età, così come molti altri lettori che sicuramente avranno avuti il piacere di leggerlo, ma questo secondo me non si rivela un problema perché certe emozioni che vengono dirette dal cuore ognuno di noi, che sia ragazzo o che sia adulto, può provarle in qualunque periodo della propria vita, anche in età tarda, ed il bello forse è proprio questo, che non c’è limite nel viversi qualcosa di unico ed irripetibile con un’altra persona. A me è piaciuto perché ti colpisce dentro, sebbene io preferisca veri e propri romanzi più articolati, ma anche qui c’è una storia che viene raccontata e che ha una sua evoluzione, c’è una descrizione in parte indiretta dei due personaggi che fa intendere il carattere ed il modo di fare, quella debolezza del tutto umana che fa soffrire ma anche quella piccola attitudine al legame e all’affetto che prima o poi tutti sperimentiamo e che una volta avuta sentiamo il bisogno di tenerci stretta.

Vi lascio con delle frasi bellissime che non a caso si trovano nella copertina posteriore, che per la mia esperienza personale rappresentano emozione pura, che quando le leggi vorresti ancora leggerle e vorresti avere accanto almeno una volta nella vita qualcuno che te le sussurrasse o te le scrivesse: “Ti rubo, per un pomeriggio, ti rubo un pomeriggio perché pensi troppo e ti porto dove, ne sono certo, non penserai più”. E ancora: “Non ci portare chiunque a vedere il mare, che è una cosa importante, non è mica una cosa da niente. Portaci a vedere il mare, chi ti sa capire senza parlare, chi ti viene a prendere se ti allontani, chi se guarda nei tuoi occhi, incredibilmente, vede un po' di mare”.