Cloth, Furia della Montagna - Episodio Terzo

La ragazza si rialza e prima che lo straniero possa parlare scatta verso l’ascia e l’afferra. È provata dalla lotta e dalla tensione, tuttavia tiene alta la guardia e ammonisce il cavaliere: “Farai la stessa fine se tenterai di affrontarmi!”. Il viso dell’uomo è coperto da un cappuccio e da un velo del colore della sabbia, porta larghe vesti grigie di tessuto, non ha corazza né scudo, solo due lunghi bracciali di pelle, neri come i suoi stivali. Invece della sella, sotto di sé ha una coperta ricamata. La sua mano va sotto il cappuccio e si sfila la maschera e il copricapo. È giovane, non deve essere molto più vecchio di Cloth, la sua pelle è bronzea e intricati segni misteriosi gli coprono le mani e il collo di rosso. Ha gli occhi e i capelli molto scuri e il suo viso è bello e aperto. Un caloroso sorriso gli illumina il volto e Cloth si sente improvvisamente in imbarazzo, nuda davanti a lui. Non lascia la sua arma e lo guarda accigliata. “Chi sei?”, domanda brusca.

“Un grazie sarebbe bastato!”, scherza lo straniero scendendo da cavallo, e si avvicina ai cadaveri per recuperare le sue armi. Cloth si tiene a distanza e continua a stare in guardia, non sa se fidarsi del ragazzo anche se la ha appena salvata. Il cavaliere appoggia la sua lancia su un albero e ripulisce la sua scimitarra con un panno. Guarda Cloth, che lo osserva spaurita e sorride di nuovo: “Il mio nome è Kidlat, sono un nomade dei deserti del sud”. Rinfodera la sua arma e allarga le braccia in segno di pace, “Non hai bisogno di quella, non ho intenzione di usarti violenza!”. Cloth abbassa piano l’ascia e rimangono a fissarsi per qualche secondo. “Forse ti sentiresti più a tuo agio con qualcosa addosso?”, fa lui con tono pacato e Cloth si guarda il corpo, per un attimo ha dimenticato di essere completamente nuda. Kidlat si volta e va verso il cavallo, “Ho cacciato due conigli, se ti va puoi favorire!”. Cloth si affretta verso la roccia dove giacciono le sue cose e si riveste velocemente, senza mai distogliere lo sguardo da Kidlat, che armeggia con le bisacce.

Il fuoco scoppietta allegramente e i due ragazzi sono uno di fronte all’altro, addentando i conigli arrostiti. “Grazie”, dice lei a un certo punto e abbassa lo sguardo verso le fiamme. Kidlat sorride e osserva: “Dovere. Hai fatto un bel macello prima che arrivassi, sembra che tu ti sappia difendere piuttosto bene, da dove vieni se posso chiedertelo?“. Lei risponde a bassa voce, il ricordo le fa ancora male: “Vengo da uno dei villaggi sotto la Madre di Pietra. Mi chiamo Cloth, sono la figlia di Shuq il capo tribù. La montagna ha scatenato la sua furia sulla terra e mio padre era malato, sono rimasta con lui fino all’ultimo e poi sono fuggita. Il mio villaggio è distrutto!“.

Cloth fissa di nuovo lo sguardo nelle fiamme e non dice più niente, il ragazzo la guarda un po’ addolorato e interloquisce: “Mi dispiace… non ho mai conosciuto i miei genitori, sono morti poco dopo la mia nascita, mi hanno cresciuto i miei nonni…”. Cloth lo guarda incuriosita, il ragazzo sembra diverso dagli altri che ha conosciuto, non solo per i strani segni che ha sul corpo e per la pelle scura, c’è qualcosa di misterioso in lui. “Sto andando verso la Città delle Luci”, dice poi Kidlat, “Dicono che sia un posto strabiliante, su a nord. Mi sono stancato della vita del deserto e ho deciso di cercare fortuna per conto mio, penso che si possano vivere molte avventure interessanti dove sono diretto. Se vuoi puoi venire con me!”. La ragazza lo fissa negli occhi e per un po’ non risponde, alla fine dice molto seriamente: “Non ho mai sentito parlare di questa Città delle Luci, ma so per certo una cosa. Mi hai salvato la vita, ho un debito di morte con te, ti seguirò fino a quando non avrò ripagato il mio debito, l’onore lo richiede!” Kidlat sorride e in tono scherzoso replica: “Va bene, va bene, se l’onore lo richiede è deciso! Sarà bello avere un po’ di compagnia lungo la strada! Ma ti avverto, potrebbe volerci un po’ di tempo perché tu riesca a ricambiarmi il favore, sono piuttosto abile a combattere anch’io!”. Cloth abbozza un sorriso e finiscono di mangiare il loro pasto.

Dopo il pranzo Kidlat perquisisce i cadaveri dei predoni e prende tutto il denaro che trova, Cloth non ha quasi mai visto monete in vita sua, nel suo villaggio capitavano di rado ed è un po’ stupita. Quando Kidlat gliene offre la metà accetta senza sapere bene cosa farci. Il ragazzo nota il suo disappunto e spiega: “Quando saremo in città ci serviranno, potremmo pagarci un tetto e letti su cui dormire!”. Raccolgono le armi dei predoni e le caricano sui loro cavalli, Kidlat ne lega tre al suo destriero e offre l’ultimo a Cloth. Lei resta immobile. “Sai cavalcare?”, le chiede. “No”, risponde lei imbarazzata, ma Kidlat non si scoraggia affatto, “Allora è meglio che impari subito!”, dice sorridendo e la aiuta a salire in sella. “Non essere nervosa e non avere paura di lui! Tieni le redini e stringi le gambe per partire, andrò avanti io, vedrai che è più facile di quanto sembra!”. Il ragazzo monta in groppa alla sua cavalcatura e si girà verso di lei: “Pronta?”. Cloth annuisce e lui sorride, “Andiamo!”, dice Kidlat spronando il cavallo.

Cloth stringe le cosce e il suo destriero immediatamente comincia a trottare seguendo quello di Kidlat. Un sorriso tradisce l’emozione della giovane e il grande animale sembra essere molto più felice di trasportare lei, piuttosto che il brigante che lo montava prima. Il sole sta scomparendo dietro la coltre degli alberi, la Bianca Signora e le prime stelle splendono luminose nel cielo del crepuscolo. Viaggiando col buio non dovranno soffrire l’arsura estiva e Cloth osserva il mondo circostante piena di speranza. In silenzio ringrazia gli dei, per il dono del provvidenziale salvatore, il misterioso ragazzo che ora la incuriosisce molto. Non ha mai visto una città, ma ne ha sentito molto parlare; case alte come alberi, fonti d’acqua in mezzo alle abitazioni, guerrieri in armature scintillanti di metallo e chissà quali altre meraviglie. L’idea di scoprire le incredibili stranezze della città la affascina profondamente ed è davvero bello non essere sola più sola. Cloth dimentica i suoi dolori per il momento e spera, in cuor suo, che la Madre di Pietra continui a proteggerla nel suo cammino.

Cloth, Furia della Montagna - Episodio Secondo

La notte sta per finire e Cloth cammina ormai da ore verso gli alberi che è riuscita ad avvistare in cima alla collina. La Madre di Pietra è ormai una macchia rosseggiante lontana nell’orizzonte dietro di lei, la fatica della frenetica fuga dalla furia del vulcano le pesa addosso come un mantello di piombo. Cloth non intende fermarsi però, non prima di aver raggiunto il fiume che sta cercando. Non vuole riposare in mezzo alle colline o nella vasta pianura, il riparo degli alberi le darà un minimo di sicurezza contro i pericoli di sentieri sconosciuti. Non ha paura di combattere per difendersi ma ha un gran bisogno di una tregua adesso.

Quando il sole comincia a fare la sua comparsa lontano a oriente, Cloth giunge finalmente in vista del bosco che sta cercando, con un ultimo sforzo raggiunge i suoi margini e si inoltra fra gli alberi. I canti dei piccoli uccelli delle selve sono già numerosi intorno a lei e Cloth per un attimo dimentica la sua stanchezza, e rimane intenta ad ascoltare le loro melodie. Un crampo di fame le attraversa lo stomaco e prende della carne di cervo essiccata dal suo sacco, che morde avidamente, il sapore forte la conforta un poco ma le sue forze sono quasi esaurite, se non riposa adesso rischia di svenire. Decide di addentrarsi un po’ più a fondo nel bosco e dopo qualche centinaio di metri nota una grande quercia, le cui possenti radici creano un incavo, grande più o meno come un uomo. Esausta si posa fra le estremità dell’albero, appoggia l’ascia e il suo sacco accanto a sé e cade addormentata, prima ancora di rendersene conto.

Nel sonno Cloth si trova di nuovo sulla montagna, è sdraiata dentro la sua capanna. Si alza ed esce fuori, il sole splende alto e Il suo villaggio è ancora intatto, la gente cammina fra le tende e le casupole portando cesti colmi di cibo e i bambini rincorrono i cani con grandi risa. I suoi fratelli sono seduti a poca distanza e se ne stanno sereni intorno a un piccolo fuoco, mangiando una capra arrostita. Ci sono anche Shuq e Bulut e stanno dicendo ai loro figli che hanno condotto una buona caccia e che hanno provviste abbastanza per tutto il mese. Bulut vede Cloth e le sorride con dolcezza, facendole cenno di sedersi accanto a loro. Cloth osserva la madre e si stupisce per la sua incredibile bellezza. Prima che riesca a muoversi per sedersi con la sua famiglia un boato scuote tutto quanto intorno a lei e tutti si voltano verso la cima della montagna. L’immagine scompare e tutto si fa improvvisamente scuro, come avvolto dal fumo, il sogno si trasforma in un fastidioso senso di pericolo e Cloth si sveglia di soprassalto.

Apre gli occhi e si drizza a sedere di scatto, il sole è alto nel cielo e sta incominciando a calare verso ovest. Deve essere passato mezzogiorno da un po’ ed è rimasta addormentata per parecchie ore, fruga nel sacco per prendere un sorso d’acqua dalla borraccia e ne beve una lunga sorsata. La sacchetta è quasi vuota, Cloth deve assolutamente trovare un fiume, si alza, raccoglie l’ascia e il suo magro bagaglio e s’incammina ancora più a fondo negli alberi, cercando una fonte o un ruscello che possa rifornirla del prezioso ed essenziale liquido. Segue le tracce degli zoccoli di diversi animali per circa un’ora, fino a quando nell’aria non riesce a percepire il suono gorgogliante di acqua che scorre. Dopo qualche decina di metri Cloth si trova davanti un piccolo fiume, largo una trentina di braccia, che scorre pigro e tortuoso tagliando in due i margini della foresta.

Tira un profondo sospiro di sollievo e si avvicina sollevata ai margini sassosi del torrente. Si china per riempire la borraccia, beve a lungo e la riempie di nuovo per poi rimetterla nel suo sacco. Fa molto caldo, la stagione estiva è ora al suo momento più forte e Cloth è ancora ricoperta di fuliggine. Sente il desiderio di farsi un bagno e di sentire la frescura ristoratrice dell’acqua e ripulirsi di tutto lo sporco e il dolore della sua precipitosa fuga. La sua mente la ammonisce contro il pericolo di essere sorpresa disarmata, mentre si concede questo lusso, ma alla fine il desiderio ha la meglio e Cloth poggia il suo sacco e la sua ascia su una grande roccia che sta sulla riva insieme a molte altre. Si sfila la cintura e il pugnale, li poggia accanto al resto delle sue cose e si toglie i vestiti e i semplici calzari di pelle. Prima di immergersi nel fiume prende i suoi indumenti e li sciacqua a lungo, mentre una striscia nera si forma quando li mette a bagno.

Non appena finisce il lavoro lascia i vestiti ad asciugare sulle pietre e si inoltra piano nell’acqua. È molto fresca, Cloth rabbrividisce un poco e la sua pelle si increspa, ma la sensazione è piacevole e avanza fino a quando l’acqua non le arriva ai fianchi. Poi si tuffa e riemerge dopo qualche secondo con un sorriso che le riempie il viso. Sembra la cosa più bella che le sia capitata da tanto tempo e si mette a nuotare nel basso letto per qualche minuto. Comincia a lavarsi e strofinarsi con le mani e quando si è tolta tutte le macchie scure dal corpo, prende a pulire i suoi lunghi capelli neri, afferrandoli a ciocche e strizzandoli, rilasciando ancora la polvere nera nell’acqua cristallina. Cloth continua a lavarsi per qualche tempo e quando ha finito rimane ancora nell’acqua a godersi la frescura prima di riprendere il suo cammino, interrogandosi su quale possa essere la direzione migliore da prendere a questo punto.

Mentre se ne sta ancora nell’acqua, godendosi il refrigerio, il suono sgradevole di una voce gracchiante spezza l’incanto del suo ristoro e la fa balzare in piedi. “Guarda, guarda! Una giovane cerbiatta che si bagna tutta sola nel fiume! Oggi è il nostro giorno fortunato ragazzi!”. Si volta di scatto e vede quattro uomini a cavallo che la osservano con sguardi malevoli e ghignanti dal limitare degli alberi, avanzano verso di lei lentamente e Cloth si maledice per essersi lasciata incantare dal piacere del bagno e aver dimenticato la sua sicurezza.

Prima che gli uomini raggiungano la riva Cloth scatta verso la roccia e afferra l’ascia che aveva poggiato lì. Il suo corpo nudo è scosso da un brivido al soffio del vento sulla pelle bagnata, l’acqua le cinge ancora le caviglie, ma è pronta a battersi e ammonisce fieramente i quattro cavalieri; il suo viso, altrimenti affascinante, è cupo come quello di una tigre pronta ad attaccare, “Andatevene da qui o la mia ascia conoscerà il colore del vostro sangue!”. La sua voce è quasi un ringhio e nasconde la sua paura, gli uomini sono armati e sono troppi. I quattro cavalieri scoppiano in una fragorosa risata e la ragazza sente la rabbia infiammarla, di fronte alla loro perfida derisione, nonostante la sua momentanea immagine sia piuttosto ridicola.

Cloth ricorda le storie di suo padre sugli Uomini dei Cavalli. Sono una tribù che imperversa nelle terre che circondano la Madre di Pietra, predoni e saccheggiatori che razziano villaggi e viaggiatori sfruttando la velocità delle loro cavalcature e la sorpresa. Stuprano le donne e uccidono vecchi e bambini, mettono gli uomini abili in catene e ne fanno schiavi da vendere nei grandi villaggi e nelle città. Un profondo odio sorge nel cuore della giovane e dimentica per un momento il grave pericolo che corre.

Uno di loro, un uomo alto e grosso, è vestito di una corazza di pelli lavorate, porta al fianco una lunga spada e sulle spalle un grande scudo di legno rotondo, la guarda con un sorriso inquietante e con un tono esageratamente flautato le chiede: “Cosa ci fa una ragazza bella come te, da sola, nelle foreste, non sai che è pericoloso aggirarsi nelle terre selvagge?”. L’uomo sembra essere il capo del gruppo, le sue vesti sono ornate di metalli preziosi e la sella del suo cavallo è di fattura superiore a quelle degli altri. Cloth fissa l’uomo dritto negli occhi e risponde sprezzante: “I miei affari non ti riguardano, andatevene vi dico, o sarà peggio per voi!”.

L’uomo ride di nuovo sguaiatamente alle sue parole e gli altri lo seguono come iene intorno a una preda inerme. “Sembra che la cerbiatta abbia il fuoco che le scorre nelle vene, tanto meglio, ci divertiremo di più prima di venderla al mercato!”, l’uomo guarda Cloth con aria divertita e lasciva, “Sei sicura ragazzina che non preferisci lasciare la tua piccola ascia ed essere più carina con noi?”, le dice. Cloth risponde roteando l’ascia fra le mani, “Scendi da cavallo e affrontami da solo, se sei così sicuro di battermi!”

Il sorriso si spegne sul volto del capo dei predoni e la rabbia prende il suo posto, non cade nella trappola di Cloth e con un gesto imperioso della mano ordina ai suoi uomini: “Mi sono stancato di sentirti blaterale con quella tua bocca da sgualdrina. Prendetela!”. Due degli uomini scendono da cavallo e sguainano le loro spade, avvicinandosi minacciosi alla ragazza. Cloth non si muove e li aspetta nell’acqua bassa stringendo la sua ascia e preparandosi ad attaccare. “Forza bambina”, dice uno di loro, “Vedrai che ti piacerà, non ti agitare!” Prima che gli uomini siano a portata di tiro con le loro armi, Cloth lancia un grido feroce e si getta di peso, brandendo alta la sua arma, addosso all’aggressore alla sua destra. Il predone spiazzato dalla sua furia arretra di un passo, abbassando la sua spada, creando giusto il varco che basta a Cloth per calare l’ascia e piantarla dritta nel suo cranio, che si spacca come un melone maturo.

Prima che il corpo esanime dell’uomo cada sulla riva Cloth attacca fulminea il suo compagno con eguale violenza, questo però è pronto e riesce a parare il colpo d’ascia con la spada. La ragazza grida furibonda brandendo l’arma con due mani e continua ad incalzare l’uomo con una fitta serie di fendenti, l’uomo indietreggia, riuscendo a stento a fronteggiare il suo assalto. Gli altri due inizialmente paralizzati dallo stupore, scendono di fretta da cavallo per aiutare il compagno in difficoltà. Prima che gli altri riescano ad intervenire Cloth colpisce con violenza l’arma del suo assalitore e la fa volare dritto nel fiume. Subito raddoppia il suo attacco e, con un secondo rapido gesto, la lama dell’ascia squarcia il petto del predone proprio sotto il collo; con un rantolo di dolore l’uomo crolla a terra cospargendola di sangue. Cloth si gira di scatto, ma prima che possa muoversi ancora un fortissimo pugno guantato la colpisce in pieno viso, mandandola a schiantarsi sul terreno e facendole perdere la presa sull’arma.

In un attimo gli uomini rimasti sono su di lei, la afferrano e uno di loro la stringe per le braccia tenendola intrappolata. Cloth si contorce e cerca di divincolarsi, ma l’uomo è più forte di lei e non riesce a sfuggire alla sua presa. Il capo dei banditi le sta davanti, un ghigno sadico gli contorce il volto, la colpisce tre volte con i pugni sul ventre e Cloth si piega in due dal dolore. Crolla come un cencio nelle mani del predone e il capo le tira su la testa prendendola per i capelli, il naso le sanguina e il labbro inferiore si è spaccato.

“Ti piace combattere eh, ragazzina?”, le dice con la faccia a un centimetro dal suo viso, il suo alito puzza, i suoi occhi giallastri sono iniettati di sangue e Cloth sa che ormai è finita, non la lasceranno vivere dopo che ha ucciso i loro compagni, la violenteranno e quando si saranno stancati le taglieranno la gola. Il suo viaggio è stato molto breve, ma almeno non è caduta senza far conoscere al nemico il taglio della sua lama. “Vedremo quanto sarai aggressiva quando avremo finito con te! Tienila ferma!”, dice il capo dei predoni e prende a togliersi la cintura.

Con un sibilo che sembra quello di un serpente, una punta d’acciaio acuminata trapassa la testa del capo e gli fuoriesce dalla bocca. I suoi occhi sono spalancati dallo sgomento, ma non ha neanche il tempo di rendersi conto di essere morto che crolla a terra con un tonfo, una lancia gli trapassa il cranio. Un cavaliere al galoppo sta arrivando velocemente sulla riva del fiume, Cloth non riesce a credere a quello che sta succedendo. L’altro bandito è preso dal panico e lascia cadere la ragazza, che rimane in ginocchio sulla riva del fiume, sbigottita. L’uomo corre verso i cavalli, ma prima che riesca a salire in sella il suo inseguitore scaglia come un dardo la sua spada ricurva, e la scimitarra si pianta roteando dritta nella schiena del predone. L’ultimo assalitore atterra con un urlo e il nuovo arrivato frena la corsa del suo cavallo, fino ad arrivare a pochi metri da Cloth.

Cloth, Furia della Montagna

L'ispirazione come si sa, non ha regole, e viaggia con venti che non possono essere controllati da nessuno se non dagli Dei. Così mentre andavo avanti, a sbalzi, nella stesura dei miei due libri, oggi è nata una nuova Eroina e sono già innamorato di lei; il suo nome è "Cloth, Furia della Montagna" e questo è l'inizio delle sue avventure. Non so bene come si evolveranno ma farò in modo che siano sempre avvincenti e vi terrò aggiornati. Spero che vi piaccia. Buona lettura.

Cloth, Furia della Montagna.

Piove nero. Piove nero da due settimane. La montagna non smette di vomitare fuoco e fumo. I villaggi sono deserti. Sono scappati tutti, solo i vecchi e i malati che non avevano la forza di viaggiare e portare le proprie cose hanno rinunciato a fuggire dalle pendici del monte. I campi coltivati sono ormai sepolti da colate di magma incandescente, poche capanne a valle sono sopravvissute alle eruzioni. La terra trema per ore ogni giorno.

Cloth se ne sta china dentro la sua capanna, una delle poche scampate al disastro, vicino al giaciglio di cenci dove suo padre, disteso e coperto di pelli nonostante il caldo infernale, respira a malapena scosso dai tremori della febbre. Poco prima che la montagna si risvegliasse Shuq, il capo tribù, è caduto preda di una violenta infezione, poco dopo che un orso che stava cacciando con gli uomini del villaggio gli ferì un braccio con una zampata. La guaritrice del villaggio aveva cominciato a curare l’uomo con erbe e suffumigi ma dopo pochi giorni il cuore della Madre di Pietra si era destato e la sua furia si era scatenata.

Nei tanti anni di esistenza del villaggio la grande montagna aveva sempre risparmiato gli uomini che vivevano ai suoi piedi, donando loro una terra fertile da coltivare. Ma questa volta la sua ira è inarrestabile, tutta la vallata è invasa dalla lava e i villaggi sono un ammasso di rovine. Anche le poche casupole di pietra sono state distrutte, così come le tende e le capanne.

Cloth sta pregando gli dei, chiede che la furia della montagna sia placata e che suo padre possa sopravvivere. I suoi tre fratelli sono ormai lontani, hanno lasciato la valle in cerca di salvezza nelle terre circostanti, nei boschi, sui monti, ovunque il terrore della rabbia della terra non li possa raggiungere. La loro madre morì tanti anni fa, quando Cloth era appena una bambina. Gli uomini dicevano che era bella come una stella e che Cloth le somiglia molto. Gli stessi capelli scuri come la notte, gli stessi occhi grigi come le nuvole invernali. Lo stesso viso dolce come la primavera.

Ma Cloth ormai ha ventidue inverni e non ha mai voluto scegliere un compagno, nonostante l’età. Tutti i giovani del villaggio hanno provato a corteggiarla, ma né doni, né audacia sono mai riusciti a conquistare il suo cuore indomito. Ai più insistenti lei proponeva un duello col bastone, se fossero riusciti a batterla lei avrebbe accettato il loro amore. Nessuno è mai riuscito a vincerla e alcuni sono tornati indietro con qualche osso rotto. Cloth è figlia di Shuq, il capo tribù, Mano della Bufera. Egli è il guerriero e il cacciatore più abile della valle e tutti i suoi figli hanno appreso da lui, anche Cloth che è arrivata per ultima ed è rimasta da sola con il padre ora che il destino sembra voler distruggere tutto intorno a lei.

Cloth prega la Luna, la grande sposa del Sole di intercedere presso gli dei per placare la montagna furiosa, ora che ella non le dà più ascolto. Ama suo padre più di ogni altro e il pensiero di perderlo la tormenta; per questo è rimasta indietro quando il caos si è scatenato. I suoi fratelli hanno provato a convincerla a fuggire con loro ma lei non ha voluto sentire ragioni, anche se il padre le ordinava di andare, prima di cadere nel suo sonno tormentato.

“Ti prego Bianca Signora, più bella fra tutti gli spiriti del cielo, calma la collera della Madre di Pietra, dille che il mio popolo è sconfitto, che non abbiamo mai osato sfidarla o recarle offesa. Ti prego signora aiutami! Non lasciare che mio padre muoia! Di agli dei che dedicherò la mia vita a servirli se lo risparmiano! Farò qualsiasi cosa! Non mi abbandonare!”

Una lacrima scende piano sulla guancia della ragazza, mentre stringe la mano del padre addormentato. Cloth è forte e coraggiosa, ha ucciso lei l’orso che ha ferito il padre, ha piantato una lancia dritta nel cranio della bestia e ha gridato forte la sua rabbia; ma non è abbastanza potente da poter fermare il furore della montagna. Mentre il monte continua a ruggire Shuq si scuote lentamente e apre appena gli occhi, “Padre!”, esclama lei preoccupata. Shuq muove appena le labbra riarse, sembra essere troppo debole per parlare e chiude di nuovo gli occhi con un’espressione di sofferenza nel volto e un gemito gli sfugge. Sua figlia prende in fretta una borraccia di pelle piena d’acqua e l’accosta alla bocca del padre. “Dell’acqua padre, bevi!”, mormora piano.

Shuq riapre leggermente gli occhi e beve qualche sorsata anche se la maggior parte del liquido rimane nella sacca. Le scorte sono agli sgoccioli, presto rimarranno senza viveri. Lo sguardo del capo tribù vaga stanco per qualche momento, infine i suoi occhi scuri si posano su quelli di lei. “Figlia mia, sei ancora qui!”, dice con voce debolissima, “Devi partire, il nostro tempo è finito, la Madre di Pietra ci ha chiamati al grande viaggio, non possiamo più vivere sotto il suo mantello. Devi andartene o morirai anche tu; la mia ora è giunta, il mio tempo è finito! Vado a rincontrare tua madre, Bulut la Bella, nelle Terre Celesti, lei mi sta chiamando, posso quasi sentirla!”

“No!”, grida Cloth, “Non ti lascerò morire qui da solo! Riacquisterai le tue forze! Partiremo insieme!” Shuq sorride debolmente e posa la mano su quelle di lei. “Cloth”, le dice ancora, “Il mio destino è compiuto, non ho nulla da rimpiangere, la vita mi ha dato ogni gioia che un uomo possa chiedere e la mia fine è giunta cacciando, è una morte onorevole per me. Lasciami andare incontro ai miei avi. Prendi le mie armi e lascia per sempre la montagna. La sua forza ti accompagnerà!”

Prima che Cloth riesca a rispondere un tremore fortissimo scuote la terna sotto di loro, un boato assordante spezza il ritmo incessante dei rumori della pioggia nera e del fuoco. La Madre di Pietra sta di nuovo urlando, la sua furia questa volta è senza limiti. Dal buco nel muro da cui soleva guardare il cielo notturno ora Cloth vede un immenso fiume di lava scendere veloce dalla montagna, in pochi minuti travolgerà quello che resta del suo villaggio. La terra continua a scuotersi con violenza, l’urlo del vulcano porta un oscuro terrore nel suo cuore. Suo padre ripete forte con le ultime forze, senza che quasi lo si possa udire: “Fuggi via, scappa! Questa è la fine, la Madre di Pietra mi chiama!”. Colpi di tosse spezzano le sue parole, del sangue gli macchia la bocca, ma Shuq riprende a parlare nonostante il dolore: “Tu devi andartene! Non odiare nostra Madre, il nostro tempo qui è finito, ci ha chiamati al grande viaggio! Essa ti donerà la sua forza quando camminerai per i sentieri sconosciuti del mondo! Molte battaglie ti aspettano, la Madre di Pietra ti proteggerà!”

Shuq chiude un ultima volta gli occhi e sembra che ormai la vita lo stia completamente abbandonando. Cloth stringe forte la figura immobile del padre e gli bacia dolcemente la fronte. Calde lacrime scorrono copiose sul suo viso, il ruggito della montagna si fa di nuovo fragoroso, se non fugge adesso morirà sicuramente. “Addio”, mormora al padre che ormai non può sentirla. Si alza in fretta e getta in una sacca i pochi viveri rimasti e la poca acqua. Afferra l’ascia e si allaccia il lungo pugnale alla cintola, le uniche armi rimaste, e con un ultimo sguardo a suo padre esce velocemente dalla capanna.

Fuori il cielo sta diventando completamente nero. La montagna vomita un fumo più nero della notte stessa, il suo alito è bollente e le fiamme avvolgono i suoi fianchi. La colata di magma è ormai a poche centinaia di metri dai resti del villaggio. Cloth comincia a correre verso la pianura alla base della montagna, che sorge solitaria nella vasta distesa, colline e valli si elevano e affondano davanti a lei, le foreste e i boschi sono lontani ma se Cloth riesce a fuggire dall’ira della montagna troverà rifugio dove potrà. Corre più velocemente che può, e il grido della Madre di Pietra continua a seguirla fino a quando le gambe le fanno troppo male per andare avanti. Lei continua a correre, mentre la nube scura la segue nel cielo, per un tempo che sembra non finire mai, fino a quando il tremore e il brontolio della terra non sono che un debole ritmo lontano e poi ancora, fino a quando non cade in ginocchio ansimante e butta le braccia a terra; riesce solo a sentire le sue gambe che bruciano.

Esausta guarda dietro di se, la montagna è come una grande fiamma lontana che brucia il cielo notturno rendendolo nero e mortale. Una tristezza irresistibile le stritola il cuore, i ricordi felici della sua vita, le risa, i banchetti, la caccia, gli amici e la lotta, scorrono veloci nella sua mente. Cloth si accascia a terra e il pianto la travolge come un onda, non grida la sua rabbia, tiene stretti i denti, quasi spezzandoli, chiude gli occhi credendo di non volerli riaprire mai più. Resta così immobile per qualche istante, la minaccia ormai è lontana. Le parole di suo padre le ritornano all’improvviso nella mente. Deve vivere e non può tradire la sua fiducia, le ha donato le sue armi, il suo ultimo ricordo, lei è la figlia di Shuq, Mano della Bufera. È sopravvissuta al disastro e ora deve trovare una strada verso un nuovo futuro. Il dolore nel suo animo cede il posto alla risolutezza e Cloth apre gli occhi e alza lo sguardo verso il cielo.

Si vedono le stelle adesso e la Bianca Signora splende alta nel cielo. Lentamente si rialza e raccoglie il suo sacco e le sue armi. È ricoperta di fuliggine e i suoi calzoni corti e la sua casacca di pelle sono praticamente neri. I suoi capelli corvini sono arruffati e secchi come grano al sole, ma ora che è lontana dall’inferno di fuoco del vulcano, l’aria fresca la fa respirare di nuovo piacevolmente. Il suo corpo snello si è raffreddato dopo la corsa sfrenata e il calore bruciante del fuoco del monte. Si trova in un piccolo avvallamento fra alcune basse colline e decide di salirne una per vedere meglio ciò che la circonda. Dalla cima Cloth guarda a ovest verso la Madre di Pietra, che continua a eruttare devastazione sotto di se. La pianura è sterminata e molto lontano, a sud, una catena montuosa chiude come la linea di un ago l’orizzonte del cielo.

Cloth non è mai andata oltre le foreste della pianura, non ha la minima idea di cosa la attenda oltre le terre circostanti la Madre di Pietra. Il suo sguardo volge di nuovo alla montagna e Cloth osserva la sua casa bruciare. Una fredda determinazione scorre dentro di lei, come il sangue rosso della Madre, ma gelida come la lama della sua ascia. La furia della Madre di Pietra ha distrutto tutto ciò che aveva, ma ora vive in lei come una nuova nascita. Cloth prende il pugnale di suo padre e si incide un piccolo taglio sul palmo della mano sinistra, giura davanti alla Bianca Signora che finché avrà respiro non smetterà mai di combattere e porterà grande onore ai suoi avi nelle Terre Celesti.

Chiude gli occhi e il lontano brontolio della montagna sembra rispondere alla sua chiamata. Respira a fondo e scende dalla collina per cercare un corso d’acqua dove rifocillarsi. Più avanti, ad est, ha scorto degli alberi, lì dovrebbe scorrere un piccolo fiume e forse potrà trovare un luogo adatto per riposare. Senza voltarsi più indietro Cloth avanza nell’oscurità della notte, sotto la luce della Luna e delle stelle. Il suo futuro è ignoto e il pericolo sembra essere rimasto il suo unico compagno, ma il suo cuore è saldo, il suo sguardo è fermo, la sua mano impugna sicura la sua ascia. Pensa allo spirito di suo padre, ora ricongiunto con quello di sua moglie. Cloth cammina verso la sua sorte e non guarda mai indietro.

Sud Africa, un anno fa...

Di questi tempi, l'anno passato, ero in trepidante attesa di un evento che aspettavo da tanto tempo, il mio avventuroso viaggio nelle lande selvagge dell'Africa del Sud. Avevo preparato la partenza da mesi e sognavo di visitare quelle terre affascinanti fin da quando avevo visto, da bambino, i primi documentari sulle creature meravigliose che popolano quella parte del pianeta. E' tristemente noto a tutti ormai che l'avanzare della "civilizzazione" umana ha messo gravemente a rischio la sopravvivenza della flora e della fauna dei paesi africani, ma cercai di organizzare il viaggio in maniera tale da riuscire ad ottenere l'esperienza più naturale possibile. Scelsi quindi di partecipare ad un programma di volontariato nella riserva di Mkuzi, vicino alla costa orientale del Sud Africa.

Partii in ritardo, agli inizi d'autunno, ma riuscii a partire. Dopo aver passato mezza giornata nel chaos urbano e nella divorante e malsana atmosfera della zona aereoportuale di Johannesburgh, presi un piccola aereo che mi avrebbe trasportato finalmente nell'area della riserva. Fu il primo volo, fra centinaia, che riuscì a spaventarmi, il piccolo aereo non la smetteva di ballare violentemente, ma anche questa volta atterrai sano e salvo. Mi attendeva una macchina, che mi avrebbe condotto alla riserva e la prima cosa che notai guardando fuori dal finestrino, oltre ai rifiuti per strada, furono fitte foreste di alberi a dir poco improbabili, che già in volo spiccavano nettamente nel paesaggio. Scoprii che in quella zona il governo ha sostituito la flora locale con piante d'importazione, eucalipti che a tratti si potevano anche scorgere ordinatamente tagliati e ammonticchiati, per stimolare la produzione di legname e "rinverdire" il territorio. Al di là del beneficio economico, già questo è un grave danno agli ecosistemi locali, che si vedono privati della loro popolazione arborea naturale e sono mutilati del normale habitat per la fauna locale, causando gravi squilibri. Agli occhi sembrava di trovarsi in paradosso grottesco, migliaia di alberi alieni svettavano in alto come infinite torri di guardia di un esercito invasore.

Con il dubbio nel cuore arrivai finalmente alla riserva dove fui accolto dal responsabile di riferimento e da un altro volontario. Il cancello d'ingresso della riserva merita una menzione. Un gigantesco apparato super tecnologico con due guardie di sorveglianza e un sistema di sicurezza basato su password e codici. Sembra però incongruente che le recinzioni di protezione della riserva fossero poi dei banali reticolati metallici, alti un paio di metri scarsi, e neanche troppo spessi, da cui in svariati punti i bracconieri potevano bellamente entrare e uscire dalla riserva facendo razia degli animali lì rinchiusi. Non appena vidi la normale vegetazione sudafricana, le coriacee acace, e scorsi nella boscaglia alcune zebre e impala dimenticai ogni dubbio e cominciai a perdermi nella magica atmosfera africana. Qualcosa però non tornava.

La routine di un volontario è piuttosto regolare, sveglia prima dell'alba, giri di perlustrazione per monitorare gli animali con radiocollare che raramente si riescono a scorgere, pausa pomeridiana, ancora perlustrazioni e riposo non appena fa buio. Ogni tanto, ma raramente, qualche task alternativa come montare una videocamera trappola o in casi davvero eccezionali mettere e togliere i radiocollari. I giorni passano ad osservare dal retro di una jeep la natura intorno e le sue meraviglie. Dopo pochi giorni capii che cos'era che non andava. Tutte le attività vengono publicizzate come eco-friendly e improntate sul massimo rispetto degli altri animali e la promozione dei comportamenti virtuosi a favore dell'ambiente, sopra ogni cosa si ricorda sempre che lo scopo primario dell'iniziativa è la conservazione degli animali in pericolo e la loro sopravvivenza è paradigmatica.

Si scopre però vivendo nella riserva che tutto questo è per lo più pubblicità. La riserva è in realtà una game reserve, cioè una riserva di caccia, quasi ogni animale all'interno della riserva con i debiti permessi può essere cacciato (persino gli elefanti) in determinati periodi. Un arduo compromesso per tutelare ciò che si può, qualcuno argomenterà, ma la realtà è a mio avviso un'altra.  Lo scopo delle riserve, o perlomeno di questa riserva, è principalmente e biecamente economico. Infatti non solo i volontari sono ammessi per i sentieri e le strade del parco, ma anche un gran numero di campeggiatori (per lo più senza restrizioni) e turisti per i safari, oltre poi a cacciatori e bracconieri (illegali ma evidentemente tollerati) come abbiamo già visto. Tutto è organizzato e finalizzato a sfruttare al massimo le potenzialità economiche della riserva e persino il programma di volontariato, a posteriori, sembra piuttosto essere una campagna commerciale per promuovere dei safari a basso costo. C'è piuttosto poco di volontariato, a pensarci, nel passare giornate nel retro scoperto di una jeep ad ammirare e fotografare le bellezze naturali africane e ogni tanto accendere una radio per captare segnali vaganti, considerando anche che il "gravoso" compito è diviso fra quattro o cinque persone.

Girando per il parco notai subito che numerosi incendi erano stati appiccati in maniera sistematica. Mi fu detto che questo serviva ad aiutare la flora a riprodursi fertilizzando il terreno in maniera controllata. Dall'estensione delle zone bruciate mi sembra piuttosto che lo scopo fosse foraggiare gli erbivori, che sono la principale preda delle stagioni venatorie, di modo che questi fossero sempre (ed in effetti lo erano) in grande, e forse eccessivo, numero.  Quando una sera, al tramonto, avvistammo una coppia di giovani leoni questi mi sembrarono piuttosto abbattuti e tristi, camminavano lentamente in fila indiana costeggiando la macchina e, temo per cercare di dargli un tono, la guida a cui eravamo affidati prese a puntare in continuazione la sua torcia negli occhi dei due raminghi. In generale i predatori che incontraii mi sembrarono dei prigionieri più che ospiti di una riserva.

Un altro dettaglio che mi lasciò tristemente colpito fu la grande pubblicità che veniva fatta negli opuscoli per comportamenti e dieta ecosostenibili, quando per tutta la durata della permanenza l'unico cibo di cui ci si nutriva era principalmente costituito da carni di origine a dir poco dubbia, certamente industriali, e altri alimenti di infima o comunque bassa categoria. Si trattava di un'esperienza di volontariato è vero, ma perchè publicizzarne i risvolti di ecosostenibilità quando palesemente fasulli. La vicenda dei flash poi fu un altro strano paradosso. Ci fu vietato di utilizzare i flash delle nostre fotocamere per non disturbare gli altri animali che girovagavano per la riserva, sarebbe stato anche logico se le foto trappole sparse in ogni dove nel parco non avessero attivato a loro volta dei flash notturni talmente potenti da accecarmi per qualche secondo ogni qual volta che ne incrociai una.

Fu un bel viaggio dopotutto, in una terra che nonostante i suoi drammi esercita un grande fascino e possiede ancora un aura di profondo e forte mistero, oltre aver dato i natali al grande Tolkien. Ho visto immagini di bellezza impossibili da replicare altrove, e quella terra mi ha ispirato materiale per più di un libro. Ma ancora mi rincresce di non aver potuto vedere la tana dei licaoni dove il ranger e la guida, per supposte ragioni di sicurezza, non ci fecero arrivare, lasciandoci un'ora buona in macchina a meditare. Sarà forse per questo che scelsi di passare gli ultimi giorni a continuare a meditare, accompagnato da birra gelata. In quelle ultime ore una delle guide mi venne a cercare e intavolò con me una discussione, dal tono acceso ma quasi aziendale, credo fosse dotato di un apposito training e ricoprisse un ruolo di supervisione, sulla veracità degli sforzi e dell'impegno dell'associazione per tutelare il patrimonio naturalistico sudafricano. Mi vien solo da aggiungere: exucusatio non petita, accusatio manifesta.

La realtà come spesso succede è in questo caso controversa. Riuscire a tutelare il patrimonio naturale di un paese non è impresa da poco, anche se rappresenta un compito fondamentale e essenziale, ma credo che nel caso del Sud Africa, forse dell'Africa intera (a parte piccoli casi di eccellenza a me noti come i rescue), sicuramente a Mkuzi, il compromesso risultante penda terribilmente dalla parte dello sfruttamento economico, nudo e crudo. Conservare la natura significa proteggere, in tutto e per tutto. Non sfruttare economicamente. E se non lo capiremo al più presto sarà troppo tardi, per tutti gli altri animali e anche per noi.

Una notte, prima di ripartire, stavo fumando una sigaretta seduto sul patio della stanza che mi era stata assegnata. Ero solo, il resto del campo dormiva e i rumori notturni della savana formavano una grande, infinita sinfonia, tutto intorno. Stavo per rientrare e andarmene a letto quando un fruscio e un rumore di passi svelti si fece sentire a qualche metro di distanza, fra gli alberi, nel buio. Feci per alzarmi ma rimasi paralizzato quando sentii un grido acuto e graffiante provenire dall'ombra davanti a me. Alcuni babbuini, suppongo, si erano avvicinati e mi scrutavano dall'oscurità, lanciando grida di sfida o di minaccia. Lentamente, senza saper bene cosa avrei potuto fare presi il coltello nella mia tasca e lo tenni stretto in mano, senza nemmeno però sfoderare la lama. Un rumore assordante di grossi rami che si spezzano si interpose alle grida raggelanti dei babbuini, come a scoraggiare ogni ulteriore azione. Rimasi fermo, seduto, per interminabili minuti fino a quando le scimmie, avendomi ben redarguito, decisero di allontarsi con qualche sbuffo di derisione. Mi sentii molto sollevato. La sera successiva ritornarono, in gran numero, ma si tennero a lunga distanza e non mi spaventarono, almeno non molto. Fu un turbolento, commiato che non dimenticherò mai. L'Africa ferita, depredata, ma ancora forte e furiosa.

P.S.

L'organizzazione a cui mi rivolsi per organizzare il viaggio è Wildlife Act.

Scaglie di Drago: anteprima

In assoluta anteprima vi propongo un estratto dal nuovo libro che sto scrivendo: Scaglie di Drago. Si tratta di una saga che, se la fortuna mi assiste si articolerà in diversi libri, diversamente dal romanzo breve su cui è fondata questa pagina. Vi invito a commentare numerosi!!!🐉🐉🐉🐉

-La signora Madame era rimasta impassibile per tutto il racconto e adesso guardava Alex e Sarah con grande curiosità. Fece un respiro profondo e disse: “Mi dispiace per quello che ti è accaduto questa mattina. Immagino sia stata un esperienza davvero brutta. Ma sei stato fortunato e ne sei uscito incolume. Ora, vediamo cosa dicono le carte”. Allungò la mano sul tavolo e da una vecchia scatola in argento lavorato prese un grosso mazzo di tarocchi consunti, che prese a mischiare con gesti lenti ma sicuri. Mentre continuava a mescolare le carte annunciò: “Quello che ti è successo è una cosa molto rara, una visione dagli spiriti”.

Mescolò le carte ancora un po’, poi poso il mazzo alla sua destra e disse ancora: “Non so dirti se quello che hai visto è un evento realmente accaduto nel passato o un allegoria, ma credo che uno spirito collegato all’oggetto da cui è scaturita la visione voglia comunicare con te”. “Uno spirito?”, fece Sarah incredula. “Sì uno spirito”, rispose calma la donna, “Uno spirito è un entità che vive in una realtà diversa dalla vita come noi la conosciamo, ed esprime le sue intenzioni o, più in generale comunica, con mezzi diversi da quelli delle creature viventi. Per esempio la comunicazione attraverso visioni, che possono provenire da un oggetto, un luogo o anche semplicemente da un emozione o da un ricordo”.

Sarah rimase silenziosa, ancora presa dal suo scetticismo, ma doveva ammettere a se stessa che la donna, a una prima impressione, non sembrava essere una ciarlatana, o quantomeno pareva sana di mente. Alex rimaneva in silenzio anche lui, completamento preso dall’attesa di un responso più preciso, aspettando che Madame si esprimesse. Madame alzò il mazzo con la mano destra e poi ripose la parte inferiore di questo sopra quella superiore. Prese la prima carta e la voltò accanto al mazzo sul tavolo. Una figura umana incoronata guidava un imponente carro trainato da due possenti cavalli, la carta era orientata verso i tre ragazzi. “Il Carro rovesciato”, fece Madame pensosa, “Una grande forza è all’opera e non ti è propizia, forse un energia negativa da lontano, forse un viaggio pericoloso, probabilmente un ostacolo, difficile da superare” Madame prese un'altra carta e la posò accanto alla precedente.

Un demone stava ritto su un piedistallo con un mano rivolta verso l’alto e l’altra orientata verso il terreno, questa volta la carta era diritta. Madame disse: “Il Diavolo, non è una carta necessariamente infausta, c’è sicuramente una grande forza legata a quello che ti è successo, questa è una carta legata alle energie primordiali, agli istinti, si prepara un cambiamento importante”. Allungò di nuovo la mano sul mazzo e volto un ultima carta, che pose accanto alle due precedenti. Uno scheletro vestito di un imponente armatura cavalcava un cavallo nero, armato di una pesante falce, anche questa carta era rivolta verso la veggente. “La Morte”, fece Madame, “Anche in questo caso il significato della carta è meno inquietante della sua iconografia, questo tarocco simboleggia la forza del cambiamento, nella sua più profonda manifestazione.

Quanto ti è successo rappresenta un punto di passaggio verso una nuova situazione. Credo che gli eventi di cui sei stato testimone abbiano un importanza ben più ampia di quanto possa sembrare. Non voglio spaventarti, ma non voglio neanche che sottovaluti quanto è accaduto. Ci sono forze in gioco, in questo caso, che trascendono la normale, ordinaria, comprensione, credo che tu sia coinvolto in qualcosa che cambierà radicalmente la tua vita”. Di nuovo il silenzio si impadronì della stanza. Sarah era fremente. Ma Madame riprese a parlare prima che Sarah potesse sfogarsi: “Come vi accennavo prima quello che è successo ad Alessandro è qualcosa che riguarda il mondo degli spiriti. Una visione è un messaggio molto potente, se accade di riceverne una di solito vuol dire che gli spiriti stanno cercando di mandarci un messaggio, e per quanto posso vedere da questa lettura il messaggio che hai ricevuto è di grande importanza e riguarda un cambiamento che concerne forze molto potenti…”, fece una pausa e prese un'altra carta dal mazzo per metterla in fila accanto alle altre.

Una giovane donna stava al centro di una ghirlanda di fiori, incorniciata da quattro figure: un angelo, un aquila, un toro ed un leone. “Il mondo”, disse Madame con tono turbato, “Come pensavo quello che ti è accaduto ha un importanza più profonda di quello che potrebbe sembrare, ti trovi al centro di una vicenda che avrà conseguenze di estrema portata, il messaggio che hai ricevuto proviene da poteri che…” Sarah non seppe più trattenersi e sbottò: “Un momento! Spiriti? Messaggio? Conseguenze? Quali spiriti? E quali conseguenze? Tutto quello che ci ha detto suona molto drammatico signora Madame, ma mi sembra che lei si esprima in termini un tantino vaghi e molto altisonanti. Come fa a dire che quello che è accaduto abbia questa grande risonanza se non sa nemmeno da dove proviene questo messaggio?”-

Secondo estratto

Eccovi un altro estratto del libro, l'incontro fra la tigre e il cavaliere, protagonisti di questo racconto, spero vi piaccia:

"Il cavaliere continuava a percorrere il sentiero innevato nella foresta, sempre all'erta contro ogni pericolo. Mentre gli alberi continuavano a divenire meno fitti tutto intorno ebbe la netta sensazione che qualcuno lo seguisse. Si voltò di scatto, arma in pugno, ma dietro di lui non vide altro che le ombre del crepuscolo che si allungavano dai rami e dalle rocce sul terreno. Solo le sue orme formavano una lunga traccia fino al punto in cui si trovava, lentamente ricoperte dalla costante, seppur lieve, nevicata. D’un tratto gli parve di scorgere una grande ombra alla sua sinistra fra gli arbusti, ma di nuovo quando puntò lo sguardo in quella direzione non vide nulla. Si rimise in marcia e dopo po-chi passi ancora una volta scorse del movimento fra gli alberi al lato del sentiero, questa volta alla sua destra.

Fece finta di non accorgersi della cosa e continuò a camminare con la spada sguainata nella direzione indicata dal sentiero. I suoi occhi si spostavano preoccupati da una parte all’altra, un rivolo di sudore gli percorse la schiena per raffreddarsi pia-no sulla pelle e la sensazione di essere seguito da qualcuno si fece man mano sempre più intensa e inquietante. Il sentiero cominciò ad allargarsi e, dopo aver percorso po-che centinaia di metri, il cavaliere si trovo all’ingresso di una grande radura colma di neve incorniciata da abeti e faggi che formavano un recinto dalle larghe maglie intorno allo spiazzo. Al centro della spianata sorgeva una roccia nera gigantesca alta più di tre metri e larga altrettanto, parzialmente imbiancata dalla neve.

Il cavaliere ebbe l’impressione di averla già vista e si avvicino alla base del masso per esaminarlo. Alla radice del monolite, semicoperte dalla neve, il cavaliere notò delle incisioni fatte nella roccia e ricordò d’improvviso la visione del ragazzo chino sulla roccia di ossidiana che incideva qualcosa su di essa. Il cavaliere si inginocchio e tolse con la mano guantata la neve dalla superficie del masso per rivelare una serie di rune, incise in cerchi concentrici nella roccia, che avevano forme acumi-nate e contorte. Al centro della trama spiccava una runa dipinta di rosso scarlatto che ricordava l’immagine stilizzata di un cuore spezzato. Il cavaliere scosse la testa incredulo, l’incisione sembrava in apparenza essere un marchio dello stregone.

Sfiorò appena la runa centrale con le dita e, mentre il sole finalmente calava oltre le cime degli alberi, avvertì un basso ringhio provenire dalle sue spalle. Si volto in piedi, spada alla ma-no, per vedere un tigre nera che lentamente si avvicinava dagli alberi al centro della radura, muovendosi a passi felpati, scanditi da un basso e spaventoso brontolio. La tigre si fermò a una decina di metri da lui e immediata-mente ai due lati del cavaliere altre due fiere identiche fecero il loro ingresso nella radura ringhiando sommessamente con la testa bassa vicino al terreno. Raggiunta la stessa distanza dal cavaliere della prima tigre tutte e tre presero a camminare lentamente in circolo attorno alla roccia e al cavaliere, mantenendo sempre la stessa distanza da questo e dalla roccia.

La prima tigre, notò il cavaliere, doveva essere quella che lo aveva assalito sul sentiero poiché aveva una striscia rossa di sangue dove il cavaliere era riuscito a colpirla. Intrappolato fra le belve feroci, congelato da freddo e paura, il messaggero indietreggiò fino a sbattere con la schiena sulla roccia. All’improvviso un enorme ombra delineata dalle ultime luci del giorno, dietro di se, si proiettò sul cavaliere; egli si voltò di scatto, dimenticando per un attimo le tigri che lo circondavano e guardò verso l’alto. Sulla cima della roccia ricoperta dalla neve il cavaliere vide un immagine terrorizzante, un'altra tigre nera, grande quasi il doppio di quelle che lo avevano intrappolato, incombeva su di lui e sprigionò un basso ruggito.

Il cavaliere, in preda al panico, fece per colpire la tigre con un fendente di spada, ma questa scattò in avanti col muso mostrandogli le zanne affilate ed emettendo un ringhio ancora più profondo, lo fissò dritto negli occhi ed egli sentì tutta la sua aggressività svanire come portata via dal vento. Abbassò la ma-no della spada, ipnotizzato dallo sguardo profondo della belva e dai suoi occhi color ambra. La tigre alzò il capo ed emise un lungo e sonoro ruggito, guardò le altre tre fiere e queste presero ad allontanarsi lentamente dalla radura nella direzione da cui erano giunte."

Uno, tanti, cento virus

 

Di Simone Porcu

Comincio questo articolo con una considerazione di fatto. La crisi del corona virus è stata almeno stando a quanto i media vogliono farci intendere, e ricordiamo sempre il quarto potere, l'evento epidemico più grave nella storia dei media stessi.

Non voglio in nessun modo sminuirne le catastrofiche conseguenze ma già solo la copertura mediatica riservatagli sembra sintomo di una necessità che poco ha a che vedere con la tutela della salute pubblica.

Che cosa intendo? Recentemente la notizia che l'infettivologo scopritore dell'HIV ha affermato che il virus che sta affliggendo la popolazione umana è stato creato in laboratorio, ha scosso i nostri cervelli. Ma, se un uomo la cui parola ha tale credito spende questo, per fare un affermazione di portata così ampia, anche questo sembra sintomo di qualcosa di importante. Se è vero che questo virus è stato prpdotto in laboratorio, devono anche essere vere alcune teorie complottiste che tanto hanno in comune con le fake news ma ogni tanto ci azzeccano.

Sospetto che la reazione dei media, a questo punto, sia stata dettata dal fatto che la popolazione non avrebbe dovuto reagire come un branco di scimmie impazzite ad un virus più letale e aggressivo del solito. Questo considerando che un virus non puó, considerando probabilità e prudenza, rilasciarsi da solo da un laboratorio dove, a rigor di logica, esisteranno misure di sicurezza più che adeguate per prevenire eventi casuali, o saremmo tutti già trapassati da lungo tempo.

Il problema in realtà è che se abbiamo raggiunto numeri di popolazione di magnitudo tale, da non essere piú un peso sostenibile per il pianeta, in qualche modo i famosi poteri forti devono mettersi all opera, chiamatela se volete cabina di comando. Questo che ci piaccia o no, che noi siamo credenti o meno, si chiama, almeno per quanto mi riguarda, selezione naturale, processata, industrializzata, spietata, anche fittizia ma pur sempre necessitata.

E dal tenore dei discorsi da bar, che abbiamo il permesso di riprendere in massa nella nostra movida, sembra che questa necessitá sia tanto inascoltata quanto presente. Esistono molti corona virus ma il virus peggiore è l'avidità e finchè non capiremo che siamo altri animali su questo pianeta, bello o brutto, decitelo voi, e che come tutti gli altri sottostiamo alle leggi della natura, divina o meno essa voglia essere considerata, non basteranno tutte le mascherine del mondo a nascondere le nostre invidie.

Questo virus ha preso per lo piú persone anziane, tante, e dove le cure sono scarse probabilmente le cose sono andate anche peggio, i morti sono comunque tanti, cifre presunte, reali o sminuite. È triste, è davvero triste ma siamo stati molto fortunati, troppo se lo compariamo ai danni che apportiamo al pianeta in termini di equilibri ecosostemici. Il pianeta per adesso è solo uno e dobbiamo cavarcela da soli come umani, almeno fino a quando non vorremo essere altri animali.

Un'estratto dal mio libro: Mezzocuore

Eccovi una piccola anteprima del mondo di Mezzocuore. Voglio condividere con voi un frammento del mio libro, che non è la classica introduzione che viene proposta da Amazon. Si tratta di una delle mie parti preferite, forse quella che ho amato di più dell'intero libro. Spero davvero che vi piaccia e che vi invogli a leggerlo:

Nel sonno il cavaliere si trovò di nuovo nella foresta. Aprì gli occhi e si scoprì disteso in mezzo all’erba, lentamente cominciò a rialzarsi, intorno a lui la neve era sparita. Si trovava ancora in mezzo al sentiero, ma adesso non vi era segno dei rigori del freddo. Sembrava mezzo giorno e un lieve tepore irradiava dalla chioma degli alberi mentre una luce tenue e soffusa incorniciava piccoli vortici di polline nell’aria. La primavera aveva preso possesso della foresta e gli alberi che costeggiavano il sentiero sembravano animati di nuova vita, il ronzio degli insetti vibrava placido nell’atmosfera e il canto degli uccelli creava un morbido ricamo sonoro intessuto da un vento dolce che agitava le luminose foglie verdi sulle fronde.

All’improvviso il messaggero sentì un soave canto femminile venire dal sentiero davanti a sè, una voce calda e fresca, cristallina e sonora, una melodia affascinante che, senza che se ne rendesse conto, lo spinse a incamminarsi avanti sul sentiero, rapito dall’incanto dell’armonia che la musica creava in mezzo al bosco. Dopo poche decine di passi il cavaliere si voltò di lato e scorse una figura di donna china sulla riva di un laghetto sotto una piccola cascata, intenta a muovere la finissima sabbia sulla riva. La donna si voltò e il canto cessò mentre piano si alzava completamente per rivelare il sembiante di una bellezza senza paragoni, un immagine di perfezione tale da rendere il luogo intorno a sè un riflesso del suo aspetto, in una perfetta alchimia fra forme che risaltava sè stessa all’infinito. La foresta sembrava incarnarsi nella donna e viceversa.

Era vestita di un abito lungo del colore delle foglie primaverili dei sempreverdi, gli orli delle maniche cascanti sui polsi riccamente ricamati come quelli della casta scollatura e della lunga gonna, con spesso filo d’argento, ricco di motivi floreali di foglie d’edera, rose, garofani e peonie. Il centro del corsetto era intessuto con la forma di un magnifico albero di frassino, le cui fronde andavano ad abbracciare morbidamente i fianchi e il petto dell’ultraterrena bellezza della donna. Era alta, snella, ricca ma leggera nelle forme. I capelli, lunghi fino alla cintola, erano di un bruno tenue, simile alla terra scaldata dal sole, gli occhi del colore delle legno scuro. La carnagione di un chiaro rosato incorniciava un volto nobile che sembrava quasi elfico, con tratti così armoniosi da risultare quasi impossibili, fronte alta, guance floride, occhi e sopracciglia felini, naso perfetto, bocca carnosa e mento arrotondato.

Un diadema di legno bianco e di argento, costellato di piccoli diamanti, le incorniciava il capo di piccole punte per congiungersi sulla fronte in una piccola v, creando una corona lucente sulla sua testa. Sul suo petto un ciondolo sorreggeva una pietra di rubino che emetteva un bagliore etereo. La donna sorrise e il tempo sembrò fermarsi per il cavaliere. Si sentì riempito di calore materno, di amore, di gioia, di vigore e di forza e di una serenità e una calma che raramente prima di allora aveva potuto sperimentare. Il cavaliere fu sul punto di inginocchiarsi, ma la donna parlò prima che potesse completare il gesto. “Benvenuto viandante, ora ti prego riposa, il tuo viaggio si è fatto pericoloso e arduo come ti era stato predetto!”.