Cloth, Furia della Montagna - Episodio Settimo

Il frastuono causato dal terribile urlo riecheggia ancora per le pareti della caverna, quando il rumore di un corpo massiccio lanciato in corsa prende a rimbombare nell’aria. I due lumicini rossi avanzano a gran velocità verso il piccolo gruppo diventando sempre più spessi, fino a quando, a pochi metri di distanza da Sayf e gli altri due soldati, che sono davanti, si materializza un enorme orso, grigio come una nuvola scura. La belva si alza sulle zampe posteriori e grida ancora una volta la sua rabbia, agli incauti e temerari invasori. I soldati sono atterriti e retrocedono di qualche passo, tuttavia non fuggono e stringono le armi in pugno. Nessuno di loro, a parte Cloth, ha mai affrontato un orso, sono indecisi su come combatterlo, quest’ultimo inoltre è gigantesco. La bestia rompe gli indugi prima dei suoi avversari e cala una possente zampata sul primo soldato a tiro, quasi gli strappa un braccio e lo manda, insieme a quello che gli sta vicino, a schiantarsi sulla parete del corridoio.

Cloth non esita, memore del suo ultimo scontro con l’orso che ha ucciso suo padre, ululando come una fiera inferocita si lancia in avanti, brandendo alta la sua ascia. Colpisce la belva sulla zampa e questa ringhia di dolore, Kidlat la segue un istante dopo, attacca, ma manca il bersaglio, gli altri soldati si scuotono dal torpore della paura e prendono a combattere la bestia, agitando le loro torce per distrarla. I colpi sembrano avere poco effetto sull’orso, se non quello di farlo infuriare sempre di più, il gruppo di esploratori deve schivare per forza i fendenti delle sue enormi zampe, per paura di perdere le proprie armi, la belva ne approfitta e con un balzo in avanti afferra fra le sue fauci la testa di uno dei soldati, con tanto di elmo. Solleva il malcapitato e scuote l’enorme capo un paio di volte, finché la testa dell’uomo non si stacca con uno schiocco, spruzzando un lungo getto di sangue tutto intorno. Alla vista della fine del suo commilitone Sayf grida di rabbia e proietta la sua lancia verso il petto dell’orso, infiggendovi la punta acuminata. La bestia strappa l’arma dalle sue mani e il capitano è costretto a sguainare la sua spada.

L’uomo ferito per primo intanto è ormai morto, mentre l’altro soldato caduto si rialza e riprende torcia e lancia. Adesso sono solo in quattro contro la bestia. Cloth continua a colpire l’animale furiosamente, ma questi non da segno di arretrare, anzi all’improvviso con una zampata fa volare l’ascia dalle mani della ragazza e lei cade a terra, sbattendo la schiena. L’orso non ha il tempo di finirla perché gli altri tre lo incalzano, con lance e sciabola. Cloth dolorante si rialza a fatica, ha appena un momento per guardarsi intorno e individuare l’asta di una delle armi lasciate cadere dai soldati, cerca di afferrarla. Nel frattempo l’orso, apparentemente indenne dalle ferite, si getta di peso sul soldato rimasto, schiacciandolo con la sua massa, mentre gli altri inutilmente continuano a colpirlo sulla schiena. Il guerriero muore con la cassa toracica schiacciata dal peso immane della bestia, che ruggendo si rialza per completare la carneficina.

Kidlat e Sayf arretrano di qualche passo, il terrore è dipinto nei loro occhi, il ragazzo si sente perduto e rimpiange la sua ultima avventura, durata molto meno di quello che si aspettava, e finita molto peggio di come avrebbe voluto. Cloth è in piedi, lancia in pugno, la schiena le duole parecchio ma in questo momento non sente niente, neanche il ruggito dell’orso. Sa che ormai ha una sola possibilità di uscire viva da qui e salvare il suo amico, non può sbagliare il colpo. Con un ultimo grido disperato si getta contro l’immenso animale, salta e scaglia la lancia dritta verso il cuore della bestia, tenendola forte, con entrambe le mani. La lama trafigge il petto dell’orso e penetra in fondo, dentro alle carni, fino a trapassare il grande cuore della feroce belva. Un urlo strozzato esplode dai polmoni dell’animale, che indietreggia incespicando, con la lancia conficcata nel petto e dopo pochi secondi stramazza al suolo, stecchito.

Kidlat e Sayf restano fermi, increduli con le armi in pugno, non riescono a credere che quella ragazza sia riuscita a sconfiggere la bestia con un solo colpo. Cloth piega un ginocchio esausta e riprende fiato, il ragazzo si avvicina a lei e le poggia una mano sulla spalla. “Sembra che nonostante tutto io ti abbia sottovalutato parecchio…adesso sono io ad avere un debito con te!” Cloth lo guarda e sorride, scuote la testa e risponde piano: “Abbiamo combattuto l’orso insieme, io gli ho solo dato il colpo di grazia, il merito è anche tuo!” Kidlat ricambia il sorriso e sta per replicare quando Sayf li interrompe. “Zitti”, sussurra, “Guardate là!” Più avanti lungo il corridoio si intravede il bagliore di una luce, delle ombre si muovono furtive intorno al suo alone. La ragazza è subito in piedi e sfodera il suo lungo pugnale, Kidlat e Sayf sono ai due lati, scrutano a lungo verso la luminescenza, ma questa non sembra avanzare e non si muove. All’improvviso un sibilio rompe il silenzio del cunicolo, come di un insetto che vola veloce. Cloth sente un pizzico sul collo e si porta la mano al punto dove ha sentito dolore. Stacca un piccolissimo dardo piumato dalla sua pelle e lo osserva incuriosita.

Altri due sibili saettano nell’aria stantia della grotta, Sayf e Kidlat vengono entrambi punti, uno sulla spalla, l’altro sulla mano. Mentre si staccano i dardi di dosso, Cloth cade a terra addormentata, senza un lamento o un suono. Dopo pochi secondi anche gli altri due crollano a terra come sacchi di patate, svenuti. Il chiarore dal fondo del corridoio si avvicina lentamente, una decina di uomini, ricoperti fino alla testa di pelli d’orso, arrivano lentamente illuminati da una torcia. I loro volti sono segnati da marchi di fuliggine scura, non dicono una parola, raccolgono le armi e le torce e cominciano a trascinare i corpi dei morti e dei sopravvissuti in fondo al corridoio, verso le profondità della montagna.

Cloth, Furia della Montagna - Episodio Sesto

I guerrieri assembrati cominciano ad abbandonare la sala e vengono ricondotti ai loro cavalli o alle porte del palazzo. Cloth e Kidlat sono un poco frastornati da quanto è accaduto, il ragazzo si chiede come dei barbari incivili abbiano potuto superare le difese della città, Cloth sta pensando al Re Dorato, pensa che ci sia qualcosa di molto sbagliato a suo proposito. Non parlano mentre una guardia li riporta ai loro cavalli nel cortile centrale, poi Cloth rompe il silenzio imbarazzato che li accompagna. A bassa voce per non farsi sentire dalla guardia che li precede di qualche metro dice: “Non mi piace affatto questo re, mi ha guardata come se fossi una capra al mercato!”. Kidlat sopprime a stento una risata improvvisa, lei lo fulmina con lo sguardo e non dice altro, non poco offesa dal suo atteggiamento, il ragazzo notando la sua occhiata indignata corre ai ripari e sempre sottovoce risponde: “Ti chiedo scusa, non fraintendermi, non ho riso perché trovo divertente guardare una donna in quel modo! Mi ha fatto ridere il fatto che ti stupisca della cosa, non sai di essere attraente? Alcuni uomini purtroppo sono fatti così, e i nobili spesso non sono da meno. È un atteggiamento rozzo e maleducato, ma non dovresti rimuginarci troppo sopra!” Cloth annuisce pensierosa, quell’uomo non le piace affatto, ma in fondo Kidlat ha ragione, non vale pena starci a riflettere ancora.

Certo, darebbe volentieri al re una lezione di buone maniere, ma adesso deve pensare alla missione che le è stata affidata ed è meglio lasciar sorvolare questo spiacevole particolare. I ragazzi riprendono i loro cavalli ed escono dal palazzo, la città è in piena attività, si dirigono verso la locanda dove hanno alloggiato e passano la giornata a discutere su come meglio prepararsi per la partenza. Decidono di essere sufficientemente equipaggiati e, anche se Kidlat insiste perché Cloth compri una nuova corazza di cuoio, la ragazza rifiuta, dicendo che le sue vesti sono quelle che le sono state regalate dagli abitanti del suo villaggio, è abituata a combattere così e non intende cambiare abitudine adesso. Il ragazzo continua a insistere fino a quando non raggiungono un compromesso. Compreranno un paio di bracciali di cuoio e un paio di stivali per migliorare l’attrezzatura della ragazza. È sera ormai quando vanno al mercato e in poco tempo riescono a trovare quello che serve, Cloth, nonostante le sue resistenze, è felice degli acquisti, gli stivali sono molto comodi e non la smette di rimirare i nuovi bracciali che le coprono entrambi gli avambracci. Kidlat la prende un po’ in giro per questo e sulla strada del ritorno i due scherzano senza pensare a quello che succederà l’indomani. Vanno presto a coricarsi e l’alba giunge rapida e improvvisa.

In pochi minuti i due ragazzi sono per strada, il tempo è cambiato e una pioggia continua e fitta cade dal cielo. Si dirigono alle porte della città, alcuni dei guerrieri convocati sono già lì e gli altri fanno presto ad arrivare, i soldati e il loro capitano se ne stanno davanti ai cancelli in formazione, apparentemente indisturbati dalla pioggia. Non appena tutti i membri della spedizione sono arrivati Sayf da l’ordine di partire, le porte della città vengono aperte e i guerrieri partono verso le montagne, alcuni a cavallo e altri marciando. Il viaggio verso le montagne è monotono, soltanto all’inizio incrociano dei viaggiatori in direzione contraria, diretti verso la città, ma ben presto la strada rimane deserta, intorno ai membri della spedizione rimangono solo i profili delle rocce e la terra, rossa e bagnata. Verso la metà del mattino la truppa giunge ai piedi delle montagne a nord e i guerrieri sostano brevemente per rifocillarsi. Il tempo è ancora ostile e, se ci sono segni di cambiamento, questi sembrano volgere per il peggio.

Cominciano ad inerpicarsi per i sentieri che portano in alto sulle montagne e nel frattempo la pioggia si trasforma in un diluvio, continua così fino a quando non giungono nei pressi di un piccolo pianoro, dove sorgono delle tende, simili a capanne, fatte di legna e pelli. Si trovano di fronte un piccolo villaggio, all’apparenza disabitato, i soldati svolgono una breve perquisizione ma non trovano nessuno, nel frattempo ha smesso di piovere, ma il cielo rimane plumbeo. Cloth sbadiglia, ancora un po’ assonnata, si guarda intorno e nota che uno stormo di corvi sta planando su un albero spoglio, erto su un picco a un centinaio di metri di distanza. La ragazza pensa che non sia un buon presagio, gli uccelli neri sono guardiani del mondo degli spiriti, le sembra che li stiano osservando come se stessero commettendo qualcosa di contrario al volere degli dei; Kidlat è lì vicino e lei gli confida il suo presagio, il ragazzo questa volta non se la sente di scherzarci sopra, ma le risponde che forse si tratta solo di una coincidenza, comunque sia meglio tenere gli occhi aperti.

La marcia continua e la spedizione si inoltra ancora di più fra le vette, sul sentiero incontrano altri villaggi abbandonati, alcuni dei guerrieri mercenari cominciano a lamentarsi, i soldati invece non fanno un fiato. “Dove sono questi Uomini Orso? Se li è mangiati la montagna?”, si sente borbottare e Sayf fa presto a riportare l’ordine gridando severi ammonimenti ai pochi che esprimono il loro malcontento. Nessuno replica, il gigantesco soldato incute un profondo timore che seda ogni ulteriore protesta. Ormai sta facendo buio e il sentiero si incunea fra le rocce fino a terminare di fronte a un grande apertura. Sono arrivati all’imboccatura di una caverna, nessuna traccia degli Uomini Orso finora, a parte i piccoli villaggi abbandonati. Sayf ordina l’alt e dice che dovranno entrare a perlustrare le grotte, a quel punto alcuni dei mercenari ricominciano a protestare vigorosamente, tra poco sarà notte e non è affatto il momento migliore per intraprendere una simile iniziativa.

Sayf risponde beffardo che lì fuori sarà tanto buio quanto dentro le caverne, la paura di scontrarsi con le belve delle montagne e con i selvaggi sta cominciando a far cambiare idea agli intrepidi guerrieri, dice pungolandoli. I mercenari protestano ancora, ma il soldato è inamovibile, sei guardie rimarranno lì fuori a guardia dei cavalli e per sorvegliare l’entrata, il resto della truppa entrerà con lui nella montagna per stanare gli Uomini Orso dal loro nascondiglio. Cloth e Kidlat fino ad ora non hanno detto una parola, l’idea di infilarsi nella caverna non è particolarmente allettante, ma non vedono altri modi per riuscire a trovare i ladri dell’oggetto che sono stati mandati a recuperare. Alla fine le proteste cessano, i soldati distribuiscono delle torce a quelli che ne sono sprovvisti e ventiquattro uomini, di cui tre donne, si inoltrano nella grotta.

L’apertura è alta due metri e larga un metro e mezzo, la roccia è irregolare ma riescono a passarci due uomini affiancati, è umido e freddo e sul terreno si notano le tracce del passaggio di numerosi piedi umani, e anche di altri animali. Sayf è convinto che tutta la tribù degli Uomini Orso si sia nascosta negli anfratti delle caverne e che li potranno cogliere di sorpresa. Gli uomini hanno le armi in pugno e cercano di fare il minimo rumore possibile, la luce delle torce li tradisce, ma sono pronti a gettarsi furiosamente sui loro nemici non appena li scorgeranno. Cloth continua ad avere una brutta sensazione, continua a pensare che ci sia qualcosa di sbagliato in quello che stanno facendo, lancia un’occhiata a Kidlat che intuisce il senso dei suoi pensieri, ma continuano a camminare nella penombra delle torce. Il ragazzo pensa che potrebbero cadere facilmente preda di un’imboscata e non ha torto.

Dopo un centinaio di metri il corridoio si allarga all’improvviso e i guerrieri si ritrovano in un grosso spazio aperto nella caverna. Quattro cunicoli si aprono nelle pareti della grotta in cui sono giunti, a parte quello da cui vi sono arrivati. Sayf divide gli uomini in quattro squadre da sei persone, Kidlat e Cloth finiscono nel gruppo del capitano e ogni squadra entra in uno dei passaggi. Se non troveranno niente hanno l’ordine di aspettare nella grotta fino a quando le altre squadre non siano ritornate o qualcuno non li richiami, se incontreranno il nemico dovranno affrontarlo e sconfiggerlo. Dividere le forze è sicuramente pericoloso, ma il capitano è convinto che riusciranno facilmente a sopraffare i barbari anche così divisi, i ragazzi non la pensano affatto così e Cloth stringe forte la sua ascia, aspettandosi che qualcosa o qualcuno le piovano addosso da un momento all’altro. Kidlat è distratto, i cunicoli delle caverne lo affascinano, non esistono molti luoghi simili nei deserti da cui proviene e gli sembra di essersi addentrato in un mondo quasi magico. La ragazza si accorge del suo stupore e gli da un colpo col gomito, lui si riprende immediatamente e continuano ad avanzare.

Il cunicolo in cui sono entrati è molto lungo e stretto, ma sarebbe facile per un aggressore restare nascosto dietro una delle sporgenze o in uno degli incavi della roccia e sorprenderli alle spalle, tuttavia per una quindicina di minuti abbondanti non succede niente e il gruppetto di sei guerrieri continua ad avanzare lungo il corridoio, che sinuosamente si inoltra sempre più a fondo nel ventre della montagna. Cloth pensa alla Madre di Pietra e si chiede se anche queste rocce nascondano un cuore di fuoco, silenziosamente ripete una veloce preghiera, perché lei e Kidlat escano vivi da quest’avventura. Il corridoio si allarga piano intorno a loro, fino a diventare grande almeno due metri, improvvisamente davanti a loro due piccoli puntini luminosi appaiono nel buio, come due occhi scintillanti. Un profondo, terribile ruggito squarcia l’aria fredda e umida della grotta, che sembra vibrare attorno a loro.

L'essere Umano, uno strano animale - Storia di un terribile equivoco

Interrompo la narrazione della storia di Cloth per parlare di argomenti che mi stanno molto a cuore. In una società civile questo articolo non avrebbe senso, ma data l'urgente situazione che stiamo vivendo mi sembra il caso di affrontarne quelle che, secondo me e secondo molti altri, ne sono le cause basilari.

In natura ogni animale si inserisce spontaneamente nel corso della sua evoluzione all’interno di una propria nicchia ecologica, in cui svolge il suo ruolo nell’equilibrio dell’ecosistema complessivo. Il ciclo di vita e morte di ogni animale o vegetale è connesso nel perpetuarsi e alternarsi di comportamenti predatori, riproduttivi e più in generale di atti volti alla sopravvivenza, che garantiscono nelle loro sottili interconnessioni il prosperare di tutti gli attori del teatro vitale che la natura rappresenta.

Persino gli elementi più basilari come l’acqua e l’aria concorrono, nelle loro trasformazioni, al concatenarsi delle relazioni fondamentali di questa incessante melodia. L’empatia, capacità comune a tutti gli esseri viventi, è una delle chiavi principali attraverso la quale questo sistema si perpetua. Non solo l’essere vivente riconosce i propri simili, o prossimi, e si relaziona a loro nella condivisione emotiva, ma questo legame unisce in maniere diverse esseri diversi tra loro. Relazioni simbiontiche o antagonistiche finalizzate alla sopravvivenza. Persino la preda e il predatore sono vincolati da una comunione di sensazioni, testimoniate da comportamenti apparentemente inspiegabili di cacciatori e cacciati.

Nella volontaria mancata finalizzazione dell’atto predatorio, il lupo dà prova di una misericordia difficilmente ipotizzabile da rigide teorie evoluzionistiche, inscenando, fra inseguimenti con scambi di ruolo e lunghi, intensi scambi di sguardi col suo antagonista, un ballo che ha del ritualistico. Un sofisticato disegno divino alla base dei meccanismi che regolano questi perfetti equilibri naturali è, a mio modesto avviso, imprescindibilmente postulato. Ma trascendendo dalle implicazioni spirituali e metafisiche, voglio solo sottolineare delle derivazioni logiche della situazione attuale.

L’uomo, predatore oggi all’apice della catena alimentare terrestre, ha abbandonato il cammino naturale della necessaria preservazione degli equilibri ecosistemici con una crescente e tragica esponenzialità, per un bieco, cieco, insensato e totale sfruttamento di ogni risorsa, dotata di vita animata o meno. Una perfidia pari solo a quella che è riuscito a perpetrare nello stesso tempo verso i suoi stessi simili, d’intralcio più o meno intenzionale nella sua inesorabile, complessiva avanzata. L’empatia dell’essere umano, testimoniata nella sua formidabile alleanza evolutiva con la specie canis familiaris, è divenuta, da retaggio necessario di un predatore apicale, un comodo ed efficace strumento usa e getta per ottenere egoisticamente altro spazio e risorse, spesso anche dilapidato in costrutti non fondamentali per la sopravvivenza complessiva della specie.

La fantasia dei cosiddetti “cacciatori”, che lamentano azioni predatorie di altri animali (l’uomo è, nonostante qualsiasi cosa ci si possa inventare in contrario, comunque un animale) dipinti come sfrenati nella loro malefica sete di prezioso sangue, delle costose greggi (un tempo il sangue bramato era persino quello umano), inarrestabili se lasciati espandere, fino al punto di costituire un' insopportabile minaccia per la specie umana, sarebbe persino risibile per quanto ridicola, se non fosse così tragica. Non che il lupo sia un bonaccione, o la tigre, o il ghiottone. Più volte uomini poco accorti, temerari o sfortunati hanno perso la vita incontrandoli. Ma nessun altro animale mostra l’odio e il disprezzo per gli equilibri ecosistemici quanto l’essere umano.

Le chiacchiere su animali diversi dall’uomo, in competizione per la distruzione di tutti i potenziali rivali e l’accaparramento di tutte le risorse, sono bugie finalizzate alla giustificazione di ulteriori atrocità e prevaricazioni. Non volendo elencare una per una le malefatte umane versi i più “deboli” compatrioti terrestri, sottolineo che non tutti gli uomini sono così perfidi o insensibili. Ma i pochi che hanno guidato l’avanzamento recente del genere umano lo sono stati e lo sono per la maggior parte, e hanno sfruttato questa deficienza empatica della maggioranza homo sapiens, amplificandola, per tornaconti personali, scopi di lucro e profitto.

Il totale rifiuto di prendere in considerazione con occhio critico e pianificatorio le realtà storiche e gli enormi disastri ecologici che l’uomo ha causato nella sua espansione compulsiva, esponenziale e conseguentemente disastrosa negli ultimi due secoli, è la vera unica causa dei devastanti rivolgimenti ecosistemici alla base delle lamentazioni di tutti coloro che vorrebbero ulteriormente sottomettere, distruggere e forzare le risorse naturali del pianeta e i suoi abitanti. Animalisti e ambientalisti sono invece gli avidi orchi che sfruttano bugie commerciali per scopi economici. Come dar fuoco alla propria casa con un cerino e poi accusare i pompieri e la fabbrica di cerini per il danno e lo spreco. L’ignoranza, l’indigenza e la cultura di massa sono i cardini su cui l’abiezione emotiva e morale di alcuni umani, realmente crudeli e spietati, costruisce tanto le strutture di meccanismi economici di sostentamento, sfruttamento e ricreazione distruttivi per il pianeta, quanto l’esistenza di un sentimento di ingiustificata superiorità verso il resto dell’esistente, i diversi dall’essere umano.

Un problema di base infatti è che l’uomo si sente giustificato nelle sue azioni distruttive dall’adagio secondo cui la sua elezione divina consente un po’ di fare come forza italia negli anni novanta nella nostra sventurata, benedetta Italia, nelle satire serali di Raitre. Un po’ come cazzo ci pare. Una preghierina qua, un predicozzo lì, qualche lacrima, un paio di scuse postume, dichiarazioni di intenti e si ricomincia. Alcune sfortunate razze ed etnie della specie umana sanno bene di cosa si parla. Qui bisogna mangiare tutti. E sono guai. Senza entrare nelle diatribe alimentari pseudoscientifiche, voglio fermamente affermare un concetto in cui credo profondamente. L’uomo non ha nessun diritto di dilapidare il patrimonio vitale del pianeta per garantirsi un’illimitata, temporanea ed illusoria, prosperità. Non è più degno o più abile di uno sciacallo perché sa suonare uno strumento musicale o costruire un automobile.

La complessa e impareggiabile multiforme intelligenza umana non è necessariamente superiore, eticamente e moralmente, e di sicuro non è più degna o sacra di quella altri animali, capaci singolarmente di prodezze che rivaleggiano e, nella quasi totalità delle performance fisiche, superano quella umana. Un intelligenza basata su sensi più sviluppati di quelli umani non è per questo inferiore, se non corrisponde a capacità di sofisticazione, che portano a costrutti che sopperiscono a carenze fisiche. E’ diversa. Ma ha una pari dignità. Esseri che cercano un equilibrio nella coesistenza in un progetto globale. Non una totalitaria sanguisuga collettiva che prosciuga lentamente ciò che ha intorno.

Pensando alla fine misera che i cani spesso fanno nella nostra società dopo la scelta evolutiva compiuta millenni addietro e alla fedeltà che indefessamente ci dimostrano, il quadro appare chiaro e tetro. Se abbiamo impiegato millenni a consolidarci un posto in prima fila nello spettacolo meraviglioso della vita sulla terra, non significa che possiamo sputare in faccia a tutti gli altri che stavano attorno a noi e lottavano tanto quanto noi per la sopravvivenza

Abbiamo portato le balene, praticamente immutate da 50 milioni di anni nella loro perfetta connessione all’ambiente, ricca di vincoli così sottili con la realtà terrestre da farci ipotizzare capacità ben al di là dei meri sensi umani, anche in senso spirituale, alle soglie dell’estinzione nel loro habitat naturale nell’arco di meno di trecento anni. Cosa hanno fatto le balene? Ci hanno rubato il krill? Meditate gente, meditate. Vi prego. Sul serio.

Cloth, Furia della Montagna - Episodio Quinto

Dietro il cancello si apre una vasta piazza, circondata da un grande colonnato, alcuni soldati si fanno incontro ai due ragazzi e uno di loro domanda con fare imperioso: “Chi siete, quali affari vi portano qui?”. Kidlat sfodera un sorriso disarmante e risponde in tono amichevole: “Siamo due viaggiatori e siamo qui per partecipare all’udienza col Re Dorato! Siamo intenzionati a partecipare alla missione che sta organizzando!”. Il soldato si illumina in volto e cambia subito atteggiamento: “Bene! Molto bene! Siete molto giovani e non pensavo che foste interessati a imprese simili! Ma tanto meglio, sangue fresco! Seguitemi!”.

Il soldato guida Cloth e Kidlat verso una casupola con accanto delle grandi stalle dove lasciano i loro cavalli, poi s’incamminano verso un’entrata poco distante che conduce nei meandri del palazzo. Varcata la soglia Cloth è colpita dalla magnificenza dell’interno del palazzo, grandi statue di marmo e grosse anfore ricolme di fiori ne decorano i corridoi; arazzi e pitture murarie abbelliscono i muri, ritraendo scene di caccia, di guerra e immortalando momenti di grande importanza per la storia della città. In una di queste raffigurazioni Cloth scorge un uomo, circondato da molte donne, vestito di bianco e rappresentato come una sorta di divinità, con grandi cerchi di luce che partono dalla sua figura.

Una corona di fiori dorati gli cinge il capo e nelle mani porta uno scettro dello stesso materiale che tiene in alto come una fiaccola, diverse decine di differenti animali lo attorniano adoranti. Il tragitto per la sala delle udienze non è breve e i due ragazzi passano per una lunga serie di scale e corridoi, che ogni tanto si aprono su altre sale di uguale ricchezza e splendore. Finalmente giungono al terzo piano del palazzo e dopo aver percorso per metà un lungo passaggio, si ritrovano davanti ad un bronzeo portone di metallo lavorato. Senza bussare la guardia spinge avanti una delle porte e i tre entrano in una grande sala, riccamente arredata, che ha un trono dorato al suo apice, sopra una piccola scalinata. Dodici avventurieri stanno in piedi davanti al trono, su cui è assiso un uomo che veste una tunica molto elaborata, completamente bianca. Nella mano destra tiene uno scettro dorato e sulla testa una corona di fiori d’oro, nella sinistra ha una coppa di vino. La sua pelle è bianca come quella di un giovane, ma i suoi lineamenti tradiscono un’età matura, forse anche superiore ai cinquant’anni. Ha gli occhi azzurri e i capelli biondo cenere, l’aspetto è bello e nobile, accanto a lui stanno sedute su diversi scranni al lato del trono sei dame bellissime che sembrano trovarsi lì più come soprammobili che per vera partecipazione.

Alcune guardie sono disposte ai due lati della sala rettangolare e quella che ha accompagnato Cloth e Kidlat li porta alla fine della fila davanti allo scranno, saluta impettita il suo signore e se ne va dalla sala. Gli avventurieri accanto a loro sembrano provenire da i quattro angoli della terra, ci sono due donne delle montagne, armate fino ai denti, gli altri dovrebbero essere pirati, nomadi del deserto e appartenenti ad altre e più misteriose etnie. Il sovrano osserva per un poco i nuovi venuti e poi riprende a parlare da dove era stato evidentemente interrotto.

“Ora che siamo tutti qui”, comincia a dire il sovrano, “Posso finalmente svelarvi il motivo per cui siete stati invitati a presentarvi qui a palazzo!”. “Per quelli fra di voi che sono arrivati in ritardo…”, dice scoccando un’occhiata significativa e carica di ambivalenze diretta a Cloth, “…Io sono il Re Dorato, unico monarca e benefattore della Città delle Luci, perla degli altipiani del nord!”. Detto questo il re si alza, beve un sorso di vino dalla coppa che ha in mano, la poggia su un tavolino e prende a passeggiare sul piccolo palco dove sta il suo trono, un odore di balsami e oli essenziali si diffonde leggero nell’aria. “La dinastia di re che governa questa città è vecchia quanto le montagne, da più di cinquanta generazioni i miei avi regnarono con sapienza e clemenza nell’altopiano!” “In tutti questi anni la città ha conosciuto momenti di guerra e di lunga pace, essendo stato il commercio la nostra più spiccata vocazione, ma dovendo costantemente proteggerci dagli assalti di predoni e banditi. In queste ultime settimane un evento nefasto ci ha colpiti e siete stati chiamati qui proprio per porre rimedio a questa sciagura!”.

Il re fa una pausa nel discorso e scende i pochi gradini del palco fino a trovarsi davanti agli avventurieri radunati sotto di lui, prende a camminare avanti e indietro esaminando attentamente gli uomini e le donne che ha di fronte. “Durante la scorsa falce di luna, mentre eravamo intenti nei riti propiziatori…”, riprende a dire con tono accusatorio, “…dei ladri sono riusciti a introdursi nel palazzo e hanno rubato una delle mie preziose reliquie”. Il Re Dorato risale i gradini e si risiede sul suo trono, beve un altro sorso dalla sua coppa e poi riprende a parlare: “La Lancia del Cielo è un artefatto molto prezioso, di grande potere e valore incommensurabile, si narra che sia stata scagliata giù dai cieli dagli stessi dei quando il mondo era ancora giovane, in molti hanno tentato di sottrarla a questa città, dove ha garantito prosperità e ricchezza per molti secoli, la vostra missione è di recuperare questo artefatto!”.

Uno degli uomini assembrati da voce al pensiero che sta correndo adesso per le menti di tutti i presenti, è di aspetto fiero e forte, ricoperto di una corazza di cuoio, porta un lungo mantello di pelli e una lunga spada al fianco: “Nobile signore, come possiamo cominciare questa ricerca? Chi sono i sospettati di un simile affronto?”. Il volto del Re Dorato è attraversato da un sorriso feroce e il suo bell’aspetto è per un attimo distorto in quello di un demone ghignante: “Nessun sospetto, intrepido viandante, la certezza della colpa di cui vi sto parlando è evidente come il sole nel cielo!”. Il Re Dorato prende un oggetto dal tavolino accanto a lui e lo getta ai piedi dell’uomo che ha appena parlato, quello si china e lo raccoglie mentre gli altri lo osservano curiosi, egli lo esamina e poi lo tiene davanti a sé di modo che tutti possano vederlo; è una zampa d’orso, lavorata in modo tale che possa essere utilizzata come guanto ed arma da chi la indossa.

“Gli Uomini Orso!”, quasi urla il re senza nascondere il suo odio, “Gli abitanti delle montagne a nord della città, hanno lasciato questo pegno del loro apprezzamento quando hanno sottratto la lancia dalle sacre stanze!”. L’uomo sembra pensieroso e anche gli altri avventurieri paiono colpiti dall’affermazione del re. “Gli uomini orso sono guerrieri formidabili!”, fa una delle altre due donne presenti fra gli avventurieri, “Vivono vite solitarie in mezzo alle montagne ed è raro riuscire a vederli…”. Il re non si scompone alle parole della guerriera, ma rincara la dose, “Evidentemente hanno deciso di porre fine alla loro reclusione negli antri desolati e hanno deciso di ficcare il naso in faccende che non li riguardano affatto! La vostra missione è di recuperare la Lancia del Cielo! Sarete accompagnati da una truppa di soldati scelti fra la mia guardia, altre sedici spade per l’impresa! Un plotone di trenta uomini sarà certamente sufficiente a togliere dalle luride grinfie di quei barbari il prezioso strumento! Per coloro che torneranno attendono gloria e ricchezze, per quelli che non ce la faranno la memoria eterna! Qualcuno fra di voi potrebbe persino aspirare a un posto al mio fianco!”, dicendo quest’ultima frase il Re Dorato lancia un’occhiata lasciva e alquanto esplicita a Cloth, che rabbrividisce al suo sguardo, non le piace quell’uomo, attorniato da donne che sembra considerare come oggetti, tuttavia non dice niente e attende le sue ultime parole.

“Partirete domattina alle prime luci”, continua il re, “Viaggerete fino alle montagne e da li dovrete incominciare la vostra ricerca, conosciamo la posizione di alcuni dei loro villaggi minori ma non sappiamo dove si nascondano. Dovrete scegliere un capo fra di voi o altrimenti accettare gli ordini del comandante delle mie truppe!”. Gli avventurieri cominciano a vociare, tutti a parte Cloth e Kidlat, ansiosi di avere riconosciuto l’onore di guidare la banda, vedendoli discutere il re alza il suo scettro e richiama l’attenzione. “Dato che siete discordi nell’assegnare questo onore il capo delle mie guardie sarà anche il vostro comandante: Sayf!”, al sentire pronunciare il suo nome una delle guardie stazionata ai lati della sala si avvicina con passo pesante e si mette di fronte ai viaggiatori. È un uomo enorme, armato di lancia e scudo e avvolto da un’armatura di pelle e metalli. “Sayf sarà il capo di questa spedizione! Ora potete tornare ai vostri alloggi, domattina vi ritroverete tutti davanti alle porte della città! Andate ora, avete la mia benedizione!”.

Cloth, Furia della Montagna - Quarto Episodio

Kidlat e Cloth stanno cavalcando ormai da tre giorni, hanno attraversato gran parte del territorio pianeggiante che separa la regione dagli altopiani del nord. Il viaggio è stato fino ad ora tranquillo, non hanno più incontrato uomini dei cavalli e si sono fermati a riposare sulle basse colline, abbeverando i loro destrieri ai ruscelli e montando la guardia a turno durante le soste. Il quarto giorno di viaggio, verso sera, raggiungono le vicinanze di una gola che si inerpica a una dozzina di chilometri di distanza su verso l’altopiano, fra le montagne; una lunga carovana di carri e di gente che cammina con grossi sacchi sulle spalle si snoda sulla pista che si inoltra nella gola. I due ragazzi fermano i cavalli e osservano la scena da lontano.

“Pellegrini”, dice Kidlat, “E commercianti che portano il proprio carico di beni alla Città delle Luci. Dobbiamo passare per forza per quella gola, i sentieri delle montagne sono troppo impervi per il passaggio a cavallo e la strada alternativa allungherebbe il viaggio di una settimana. Te la senti di condividere il cammino con qualche altra faccia nuova?”. Cloth osserva la pista che si snoda sinuosa in mezzo alle montagne, l’idea di vedere altre persone in realtà le fa piacere, ma l’incontro con gli uomini dei cavalli la rende guardinga, risponde con tono cauto: “Finché ho le mie armi con me, non ho problemi a condividere la strada con altri viandanti. Ma sarà bene continuare a montare i turni di guardia quando sostiamo”. Kidlat sorride, sprezzante dello scarso pericolo che la carovana rappresenta, la compagnia sarà un fattore di sicurezza, più che di pericolo. “Come vuoi tu”, replica, “Ma dubito che incontreremo dei rischi unendoci alla carovana!”.

I due spronano i cavalli e in un’ora scarsa raggiungono la lunga fila di carri e persone. Cloth osserva con curiosità i viaggiatori che compongono la carovana. Ci sono persone di ogni genere, mercanti vestiti di comodi abiti di lino e cotone in cima a carri trainati da buoi, abitanti dei villaggi della pianura, vestiti di pelli come lei, altri nomadi dei deserti, e un gran numero di contadini che trasportano grandi sacchi di semenze. Forse c’è anche qualche sopravvissuto dei villaggi sotto la Madre di Pietra, ma Cloth non riconosce nessun viso familiare attorno a lei. Kidlat si mostra a suo agio e attacca a conversare con un altro nomade in una lingua che non è quella comune. Cloth cerca di ascoltare ma non riesce a comprendere neanche una parola. Kidlat saluta con un gesto del capo il suo conterraneo e si rivolge a Cloth in tono eccitato: “Ho saputo che il Re Dorato, il sovrano della Città delle Luci, sta organizzando una missione di qualche tipo, fuori dalla città. Dicono che ci sia da recuperare un oggetto rubato, cercano persone in gamba e senza paura. Non voglio metterti in situazioni pericolose, ma penso che mi unirò alla spedizione, sembra proprio il genere di avventura che stavo cercando!”. Cloth non prende molto bene le parole di Kidlat, ha un debito di morte con lui ed è più che decisa a mantenere il suo onore, sta per rispondere duramente al ragazzo ma si rende contò all’improvviso che l’unico intento delle sue parole è quello di tenerla al sicuro e la rabbia si trasforma in riconoscenza. Lo fissa negli occhi e dice con tono provocatorio: “Se si tratta di una situazione pericolosa sarà meglio che venga con te, non vorrei che ti succedesse qualcosa prima che io possa saldare il mio debito!”. Kidlat sorride allegramente alla sua risposta, “Bene, immaginavo che avresti risposto così, quando arriveremo ci presenteremo a palazzo e faremo la nostra offerta!”.

Continuano il viaggio in fila nella carovana e quando ormai la notte è scesa nel cielo i pellegrini si fermano per riposare. I due ragazzi si accampano accanto a dei contadini che hanno acceso un piccolo fuoco, questi vedendoli in disparte offrono loro del cibo e del vino. Cloth e Kidlat accettano con gratitudine e i contadini chiedono da dove provengano. Quando Cloth racconta di venire dai villaggi sotto la Madre di Pietra gli occhi dei contadini si allargano per lo stupore. “Credevamo fossero tutti morti laggiù”, dice un uomo anziano, “Abbiamo visto la montagna eruttare fuoco per giorni e giorni in lontananza. Certo gli Dei ti sono propizi ragazza, ti sei salvata da una terribile distruzione!”. Cloth non risponde, pensa a quelli che sono fuggiti prima di lei, e si chiede se qualcuno sia sopravvissuto. Kidlat intuisce i pensieri della giovane e interloquisce cercando di darle un po’ di speranza. “Esistono centinaia di sentieri che si snodano tra le pianure, probabilmente gli abitanti del tuo villaggio hanno preso una strada diversa dalla nostra. Vedrai se ci sono notizie in città sicuramente ci arriveranno!”. Cloth sorride e annuisce senza replicare, forse c’è ancora speranza. Si accovaccia sulla coperta che gli ha regalato Kidlat e si addormenta mentre lui monta la guardia.

L’alba arriva presto e Cloth è già sveglia da due ore, si stiracchia e va a controllare i cavalli. Kidlat si sveglia poco dopo e insieme rimontano in groppa e si accodano alla carovana che intanto è già ripartita. Ormai si sono molto addentrati lungo il passaggio fra le montagne e in lontananza si scorge il termine della serpeggiante salita che conduce sull’altopiano. È già mezzogiorno quando finalmente raggiungono la cima e davanti a loro si estende il panorama montuoso dell’altopiano, la Città delle Luci è ancora lontana, la avverte Kidlat, ma da ora in poi la strada sarà più facile e scorrevole e potranno procedere spediti. Le ore passano e quando cala la sera i due giovani si sono ormai lasciati la carovana alle spalle. La pista è chiara e ampia ed è facile da seguire. Passano altri due giorni di viaggio, quasi in linea retta verso la prima fila di montagne, quando nel pomeriggio raggiungono la coda di un'altra carovana. In lontananza Cloth scorge delle grandi mura bianche che sorgono su di una vasta collina, alla cui sommità splendono delle fiamme, come piccole stelle. “Quella è la Città delle Luci?”, domanda al suo compagno di viaggio e Kidlat annuisce vigorosamente: “Proprio quella, siamo quasi arrivati!”.

Quando la notte è appena calata i ragazzi giungono nei pressi delle mura. La pista si inerpica su per la collina fino ad un grande cancello di bronzo, aperto a metà, le mura intorno si alzano per decine di metri e sono intervallate da torri di guardia in cima alle quali splendono delle enormi torce erette su vasti piedistalli di pietra bianca. Arcieri e guerrieri armati di lance e grandi scudi sorvegliano le mura, mentre una piccola guardia di quattro soldati presidia il passaggio in città. Le mura si estendono per almeno quattro chilometri in entrambe le direzioni e una torre bianca svetta al di là di esse, la sua sommità è incoronata da un'altra gigantesca fiaccola che splende nell’aria scura.

I soldati al cancello controllano tutti i viandanti che tentano di entrare in città, domandano le ragioni del viaggio e la provenienza dei visitatori; Cloth e Kidlat riescono a passare senza grandi problemi e si ritrovano in una grande strada dal pavimento lastricato di ciottoli, costeggiata ai due lati da grandi palazzi di pietra, alti tre piani, su cui si aprono numerosi balconi e finestre. Le costruzioni sono adornate da colonne e piccole statue, raffiguranti corpi umani dal capo di animali; al centro della strada una lunga vasca di pietra rettangolare alta mezzo metro e larga un metro, si estende per quasi tutta la lunghezza della via, ricolma di acqua cristallina. Dei pali di metallo sorgono a intervalli regolari ai lati delle case, sormontati da globi di vetro incastonati in supporti di ferro; dentro queste sfere ardono torce scintillanti che illuminano quasi a giorno l’aria rinfrescante della sera.

Cloth non ha mai visto niente di simile e si avvicina stupefatta al lungo pozzo, dove dei ragazzi, più giovani di lei, stanno chiacchierando seduti. Quando si avvicina la scrutano con sguardi curiosi e divertiti, portano eleganti vestiti di seta azzurrina che contrastano nettamente con le vesti spartane di lei. Cloth non fa caso agli altri ragazzi e ritorna verso Kidlat che sta anche lui ammirando per la prima volta le meraviglie della città. I due ragazzi camminano per la città in cerca di una locanda in cui passare la notte. Le botteghe sulla strada stanno chiudendo e i negozianti ritirano all’interno le proprie merci. Gli abitanti della città sembrano essere tutti molto ricchi, indossano spesso abiti di seta che variano fra le tonalità del verde, dell’azzurro e dell’ocra. Le donne portano i capelli acconciati in elaborate pettinature ricche di trecce e hanno pendenti di pietre preziose e bracciali di bronzo. Gli uomini vestono tuniche diverse prive di maniche e quasi tutti hanno dei piccoli anelli di metallo alle orecchie. Piccole pattuglie di soldati percorrono le strade dissuadendo la circolazione di banditi e ladri. Ogni strada ha la sua vasca d’acqua, una fitta rete di canali sotterranei è connessa ad una grande sorgente ai piedi delle montagne, alle spalle della città.

Dopo aver vagato per una buona mezz’ora i ragazzi trovano un grande palazzo di mattoni bruni, al cui lato sorge una grande stalla, la locanda dove potranno passare la notte. Sistemati i cavalli entrano nell’edificio, che ha una grande sala principale dove sono disposti numerosi tavoli, per lo più occupati da viaggiatori intenti a consumare un pasto caldo. Kidlat paga per due stanze per la notte e ordina la cena, montone e patate accompagnati da birra fresca. I due consumano il pasto e Cloth assaggia per la prima volta il sapore amarognolo della birra, che la inebria leggermente. L’indomani mattina andranno a palazzo a presentarsi per partecipare alla missione del re. Dopocena il ragazzo la conduce alle loro stanze adiacenti e entrambi vanno a riposare. È la prima volta che Cloth dorme sotto un tetto di pietra e si sente molto piccola in mezzo ad una città così grande. Il letto però è molto comodo e si addormenta quasi subito, stanca dal lungo viaggio.

Poco dopo l’alba Kidlat bussa alla porta della sua stanza e insieme scendono nella sala principale a fare colazione. Ripresi i cavalli si incamminano alla volta del palazzo, la cui grande torre ne rende facile l’individuazione. In una ventina di minuti giungono alle porte del palazzo, dove una grande calca di postulanti si è già formata. Cloth e Kidlat si fanno largo tra la folla e arrivano davanti alle guardie del portone. Kidlat si presenta e indica Cloth e spiega che sono lì per offrirsi come volontari per la spedizione organizzata dal re. “Siete arrivati in tempo, il Re Dorato, sta per scegliere i volontari per la partenza”, dice loro la guardia, “Lasciate i vostri cavalli alla guardiola oltre il cancello e un soldato vi accompagnerà alla sala delle udienze”. La guardia li lascia passare senza altri commenti e i due entrano nel cortile esterno del palazzo del Re Dorato.

Cloth, Furia della Montagna - Episodio Terzo

La ragazza si rialza e prima che lo straniero possa parlare scatta verso l’ascia e l’afferra. È provata dalla lotta e dalla tensione, tuttavia tiene alta la guardia e ammonisce il cavaliere: “Farai la stessa fine se tenterai di affrontarmi!”. Il viso dell’uomo è coperto da un cappuccio e da un velo del colore della sabbia, porta larghe vesti grigie di tessuto, non ha corazza né scudo, solo due lunghi bracciali di pelle, neri come i suoi stivali. Invece della sella, sotto di sé ha una coperta ricamata. La sua mano va sotto il cappuccio e si sfila la maschera e il copricapo. È giovane, non deve essere molto più vecchio di Cloth, la sua pelle è bronzea e intricati segni misteriosi gli coprono le mani e il collo di rosso. Ha gli occhi e i capelli molto scuri e il suo viso è bello e aperto. Un caloroso sorriso gli illumina il volto e Cloth si sente improvvisamente in imbarazzo, nuda davanti a lui. Non lascia la sua arma e lo guarda accigliata. “Chi sei?”, domanda brusca.

“Un grazie sarebbe bastato!”, scherza lo straniero scendendo da cavallo, e si avvicina ai cadaveri per recuperare le sue armi. Cloth si tiene a distanza e continua a stare in guardia, non sa se fidarsi del ragazzo anche se la ha appena salvata. Il cavaliere appoggia la sua lancia su un albero e ripulisce la sua scimitarra con un panno. Guarda Cloth, che lo osserva spaurita e sorride di nuovo: “Il mio nome è Kidlat, sono un nomade dei deserti del sud”. Rinfodera la sua arma e allarga le braccia in segno di pace, “Non hai bisogno di quella, non ho intenzione di usarti violenza!”. Cloth abbassa piano l’ascia e rimangono a fissarsi per qualche secondo. “Forse ti sentiresti più a tuo agio con qualcosa addosso?”, fa lui con tono pacato e Cloth si guarda il corpo, per un attimo ha dimenticato di essere completamente nuda. Kidlat si volta e va verso il cavallo, “Ho cacciato due conigli, se ti va puoi favorire!”. Cloth si affretta verso la roccia dove giacciono le sue cose e si riveste velocemente, senza mai distogliere lo sguardo da Kidlat, che armeggia con le bisacce.

Il fuoco scoppietta allegramente e i due ragazzi sono uno di fronte all’altro, addentando i conigli arrostiti. “Grazie”, dice lei a un certo punto e abbassa lo sguardo verso le fiamme. Kidlat sorride e osserva: “Dovere. Hai fatto un bel macello prima che arrivassi, sembra che tu ti sappia difendere piuttosto bene, da dove vieni se posso chiedertelo?“. Lei risponde a bassa voce, il ricordo le fa ancora male: “Vengo da uno dei villaggi sotto la Madre di Pietra. Mi chiamo Cloth, sono la figlia di Shuq il capo tribù. La montagna ha scatenato la sua furia sulla terra e mio padre era malato, sono rimasta con lui fino all’ultimo e poi sono fuggita. Il mio villaggio è distrutto!“.

Cloth fissa di nuovo lo sguardo nelle fiamme e non dice più niente, il ragazzo la guarda un po’ addolorato e interloquisce: “Mi dispiace… non ho mai conosciuto i miei genitori, sono morti poco dopo la mia nascita, mi hanno cresciuto i miei nonni…”. Cloth lo guarda incuriosita, il ragazzo sembra diverso dagli altri che ha conosciuto, non solo per i strani segni che ha sul corpo e per la pelle scura, c’è qualcosa di misterioso in lui. “Sto andando verso la Città delle Luci”, dice poi Kidlat, “Dicono che sia un posto strabiliante, su a nord. Mi sono stancato della vita del deserto e ho deciso di cercare fortuna per conto mio, penso che si possano vivere molte avventure interessanti dove sono diretto. Se vuoi puoi venire con me!”. La ragazza lo fissa negli occhi e per un po’ non risponde, alla fine dice molto seriamente: “Non ho mai sentito parlare di questa Città delle Luci, ma so per certo una cosa. Mi hai salvato la vita, ho un debito di morte con te, ti seguirò fino a quando non avrò ripagato il mio debito, l’onore lo richiede!” Kidlat sorride e in tono scherzoso replica: “Va bene, va bene, se l’onore lo richiede è deciso! Sarà bello avere un po’ di compagnia lungo la strada! Ma ti avverto, potrebbe volerci un po’ di tempo perché tu riesca a ricambiarmi il favore, sono piuttosto abile a combattere anch’io!”. Cloth abbozza un sorriso e finiscono di mangiare il loro pasto.

Dopo il pranzo Kidlat perquisisce i cadaveri dei predoni e prende tutto il denaro che trova, Cloth non ha quasi mai visto monete in vita sua, nel suo villaggio capitavano di rado ed è un po’ stupita. Quando Kidlat gliene offre la metà accetta senza sapere bene cosa farci. Il ragazzo nota il suo disappunto e spiega: “Quando saremo in città ci serviranno, potremmo pagarci un tetto e letti su cui dormire!”. Raccolgono le armi dei predoni e le caricano sui loro cavalli, Kidlat ne lega tre al suo destriero e offre l’ultimo a Cloth. Lei resta immobile. “Sai cavalcare?”, le chiede. “No”, risponde lei imbarazzata, ma Kidlat non si scoraggia affatto, “Allora è meglio che impari subito!”, dice sorridendo e la aiuta a salire in sella. “Non essere nervosa e non avere paura di lui! Tieni le redini e stringi le gambe per partire, andrò avanti io, vedrai che è più facile di quanto sembra!”. Il ragazzo monta in groppa alla sua cavalcatura e si girà verso di lei: “Pronta?”. Cloth annuisce e lui sorride, “Andiamo!”, dice Kidlat spronando il cavallo.

Cloth stringe le cosce e il suo destriero immediatamente comincia a trottare seguendo quello di Kidlat. Un sorriso tradisce l’emozione della giovane e il grande animale sembra essere molto più felice di trasportare lei, piuttosto che il brigante che lo montava prima. Il sole sta scomparendo dietro la coltre degli alberi, la Bianca Signora e le prime stelle splendono luminose nel cielo del crepuscolo. Viaggiando col buio non dovranno soffrire l’arsura estiva e Cloth osserva il mondo circostante piena di speranza. In silenzio ringrazia gli dei, per il dono del provvidenziale salvatore, il misterioso ragazzo che ora la incuriosisce molto. Non ha mai visto una città, ma ne ha sentito molto parlare; case alte come alberi, fonti d’acqua in mezzo alle abitazioni, guerrieri in armature scintillanti di metallo e chissà quali altre meraviglie. L’idea di scoprire le incredibili stranezze della città la affascina profondamente ed è davvero bello non essere sola più sola. Cloth dimentica i suoi dolori per il momento e spera, in cuor suo, che la Madre di Pietra continui a proteggerla nel suo cammino.

Cloth, Furia della Montagna - Episodio Secondo

La notte sta per finire e Cloth cammina ormai da ore verso gli alberi che è riuscita ad avvistare in cima alla collina. La Madre di Pietra è ormai una macchia rosseggiante lontana nell’orizzonte dietro di lei, la fatica della frenetica fuga dalla furia del vulcano le pesa addosso come un mantello di piombo. Cloth non intende fermarsi però, non prima di aver raggiunto il fiume che sta cercando. Non vuole riposare in mezzo alle colline o nella vasta pianura, il riparo degli alberi le darà un minimo di sicurezza contro i pericoli di sentieri sconosciuti. Non ha paura di combattere per difendersi ma ha un gran bisogno di una tregua adesso.

Quando il sole comincia a fare la sua comparsa lontano a oriente, Cloth giunge finalmente in vista del bosco che sta cercando, con un ultimo sforzo raggiunge i suoi margini e si inoltra fra gli alberi. I canti dei piccoli uccelli delle selve sono già numerosi intorno a lei e Cloth per un attimo dimentica la sua stanchezza, e rimane intenta ad ascoltare le loro melodie. Un crampo di fame le attraversa lo stomaco e prende della carne di cervo essiccata dal suo sacco, che morde avidamente, il sapore forte la conforta un poco ma le sue forze sono quasi esaurite, se non riposa adesso rischia di svenire. Decide di addentrarsi un po’ più a fondo nel bosco e dopo qualche centinaio di metri nota una grande quercia, le cui possenti radici creano un incavo, grande più o meno come un uomo. Esausta si posa fra le estremità dell’albero, appoggia l’ascia e il suo sacco accanto a sé e cade addormentata, prima ancora di rendersene conto.

Nel sonno Cloth si trova di nuovo sulla montagna, è sdraiata dentro la sua capanna. Si alza ed esce fuori, il sole splende alto e Il suo villaggio è ancora intatto, la gente cammina fra le tende e le casupole portando cesti colmi di cibo e i bambini rincorrono i cani con grandi risa. I suoi fratelli sono seduti a poca distanza e se ne stanno sereni intorno a un piccolo fuoco, mangiando una capra arrostita. Ci sono anche Shuq e Bulut e stanno dicendo ai loro figli che hanno condotto una buona caccia e che hanno provviste abbastanza per tutto il mese. Bulut vede Cloth e le sorride con dolcezza, facendole cenno di sedersi accanto a loro. Cloth osserva la madre e si stupisce per la sua incredibile bellezza. Prima che riesca a muoversi per sedersi con la sua famiglia un boato scuote tutto quanto intorno a lei e tutti si voltano verso la cima della montagna. L’immagine scompare e tutto si fa improvvisamente scuro, come avvolto dal fumo, il sogno si trasforma in un fastidioso senso di pericolo e Cloth si sveglia di soprassalto.

Apre gli occhi e si drizza a sedere di scatto, il sole è alto nel cielo e sta incominciando a calare verso ovest. Deve essere passato mezzogiorno da un po’ ed è rimasta addormentata per parecchie ore, fruga nel sacco per prendere un sorso d’acqua dalla borraccia e ne beve una lunga sorsata. La sacchetta è quasi vuota, Cloth deve assolutamente trovare un fiume, si alza, raccoglie l’ascia e il suo magro bagaglio e s’incammina ancora più a fondo negli alberi, cercando una fonte o un ruscello che possa rifornirla del prezioso ed essenziale liquido. Segue le tracce degli zoccoli di diversi animali per circa un’ora, fino a quando nell’aria non riesce a percepire il suono gorgogliante di acqua che scorre. Dopo qualche decina di metri Cloth si trova davanti un piccolo fiume, largo una trentina di braccia, che scorre pigro e tortuoso tagliando in due i margini della foresta.

Tira un profondo sospiro di sollievo e si avvicina sollevata ai margini sassosi del torrente. Si china per riempire la borraccia, beve a lungo e la riempie di nuovo per poi rimetterla nel suo sacco. Fa molto caldo, la stagione estiva è ora al suo momento più forte e Cloth è ancora ricoperta di fuliggine. Sente il desiderio di farsi un bagno e di sentire la frescura ristoratrice dell’acqua e ripulirsi di tutto lo sporco e il dolore della sua precipitosa fuga. La sua mente la ammonisce contro il pericolo di essere sorpresa disarmata, mentre si concede questo lusso, ma alla fine il desiderio ha la meglio e Cloth poggia il suo sacco e la sua ascia su una grande roccia che sta sulla riva insieme a molte altre. Si sfila la cintura e il pugnale, li poggia accanto al resto delle sue cose e si toglie i vestiti e i semplici calzari di pelle. Prima di immergersi nel fiume prende i suoi indumenti e li sciacqua a lungo, mentre una striscia nera si forma quando li mette a bagno.

Non appena finisce il lavoro lascia i vestiti ad asciugare sulle pietre e si inoltra piano nell’acqua. È molto fresca, Cloth rabbrividisce un poco e la sua pelle si increspa, ma la sensazione è piacevole e avanza fino a quando l’acqua non le arriva ai fianchi. Poi si tuffa e riemerge dopo qualche secondo con un sorriso che le riempie il viso. Sembra la cosa più bella che le sia capitata da tanto tempo e si mette a nuotare nel basso letto per qualche minuto. Comincia a lavarsi e strofinarsi con le mani e quando si è tolta tutte le macchie scure dal corpo, prende a pulire i suoi lunghi capelli neri, afferrandoli a ciocche e strizzandoli, rilasciando ancora la polvere nera nell’acqua cristallina. Cloth continua a lavarsi per qualche tempo e quando ha finito rimane ancora nell’acqua a godersi la frescura prima di riprendere il suo cammino, interrogandosi su quale possa essere la direzione migliore da prendere a questo punto.

Mentre se ne sta ancora nell’acqua, godendosi il refrigerio, il suono sgradevole di una voce gracchiante spezza l’incanto del suo ristoro e la fa balzare in piedi. “Guarda, guarda! Una giovane cerbiatta che si bagna tutta sola nel fiume! Oggi è il nostro giorno fortunato ragazzi!”. Si volta di scatto e vede quattro uomini a cavallo che la osservano con sguardi malevoli e ghignanti dal limitare degli alberi, avanzano verso di lei lentamente e Cloth si maledice per essersi lasciata incantare dal piacere del bagno e aver dimenticato la sua sicurezza.

Prima che gli uomini raggiungano la riva Cloth scatta verso la roccia e afferra l’ascia che aveva poggiato lì. Il suo corpo nudo è scosso da un brivido al soffio del vento sulla pelle bagnata, l’acqua le cinge ancora le caviglie, ma è pronta a battersi e ammonisce fieramente i quattro cavalieri; il suo viso, altrimenti affascinante, è cupo come quello di una tigre pronta ad attaccare, “Andatevene da qui o la mia ascia conoscerà il colore del vostro sangue!”. La sua voce è quasi un ringhio e nasconde la sua paura, gli uomini sono armati e sono troppi. I quattro cavalieri scoppiano in una fragorosa risata e la ragazza sente la rabbia infiammarla, di fronte alla loro perfida derisione, nonostante la sua momentanea immagine sia piuttosto ridicola.

Cloth ricorda le storie di suo padre sugli Uomini dei Cavalli. Sono una tribù che imperversa nelle terre che circondano la Madre di Pietra, predoni e saccheggiatori che razziano villaggi e viaggiatori sfruttando la velocità delle loro cavalcature e la sorpresa. Stuprano le donne e uccidono vecchi e bambini, mettono gli uomini abili in catene e ne fanno schiavi da vendere nei grandi villaggi e nelle città. Un profondo odio sorge nel cuore della giovane e dimentica per un momento il grave pericolo che corre.

Uno di loro, un uomo alto e grosso, è vestito di una corazza di pelli lavorate, porta al fianco una lunga spada e sulle spalle un grande scudo di legno rotondo, la guarda con un sorriso inquietante e con un tono esageratamente flautato le chiede: “Cosa ci fa una ragazza bella come te, da sola, nelle foreste, non sai che è pericoloso aggirarsi nelle terre selvagge?”. L’uomo sembra essere il capo del gruppo, le sue vesti sono ornate di metalli preziosi e la sella del suo cavallo è di fattura superiore a quelle degli altri. Cloth fissa l’uomo dritto negli occhi e risponde sprezzante: “I miei affari non ti riguardano, andatevene vi dico, o sarà peggio per voi!”.

L’uomo ride di nuovo sguaiatamente alle sue parole e gli altri lo seguono come iene intorno a una preda inerme. “Sembra che la cerbiatta abbia il fuoco che le scorre nelle vene, tanto meglio, ci divertiremo di più prima di venderla al mercato!”, l’uomo guarda Cloth con aria divertita e lasciva, “Sei sicura ragazzina che non preferisci lasciare la tua piccola ascia ed essere più carina con noi?”, le dice. Cloth risponde roteando l’ascia fra le mani, “Scendi da cavallo e affrontami da solo, se sei così sicuro di battermi!”

Il sorriso si spegne sul volto del capo dei predoni e la rabbia prende il suo posto, non cade nella trappola di Cloth e con un gesto imperioso della mano ordina ai suoi uomini: “Mi sono stancato di sentirti blaterale con quella tua bocca da sgualdrina. Prendetela!”. Due degli uomini scendono da cavallo e sguainano le loro spade, avvicinandosi minacciosi alla ragazza. Cloth non si muove e li aspetta nell’acqua bassa stringendo la sua ascia e preparandosi ad attaccare. “Forza bambina”, dice uno di loro, “Vedrai che ti piacerà, non ti agitare!” Prima che gli uomini siano a portata di tiro con le loro armi, Cloth lancia un grido feroce e si getta di peso, brandendo alta la sua arma, addosso all’aggressore alla sua destra. Il predone spiazzato dalla sua furia arretra di un passo, abbassando la sua spada, creando giusto il varco che basta a Cloth per calare l’ascia e piantarla dritta nel suo cranio, che si spacca come un melone maturo.

Prima che il corpo esanime dell’uomo cada sulla riva Cloth attacca fulminea il suo compagno con eguale violenza, questo però è pronto e riesce a parare il colpo d’ascia con la spada. La ragazza grida furibonda brandendo l’arma con due mani e continua ad incalzare l’uomo con una fitta serie di fendenti, l’uomo indietreggia, riuscendo a stento a fronteggiare il suo assalto. Gli altri due inizialmente paralizzati dallo stupore, scendono di fretta da cavallo per aiutare il compagno in difficoltà. Prima che gli altri riescano ad intervenire Cloth colpisce con violenza l’arma del suo assalitore e la fa volare dritto nel fiume. Subito raddoppia il suo attacco e, con un secondo rapido gesto, la lama dell’ascia squarcia il petto del predone proprio sotto il collo; con un rantolo di dolore l’uomo crolla a terra cospargendola di sangue. Cloth si gira di scatto, ma prima che possa muoversi ancora un fortissimo pugno guantato la colpisce in pieno viso, mandandola a schiantarsi sul terreno e facendole perdere la presa sull’arma.

In un attimo gli uomini rimasti sono su di lei, la afferrano e uno di loro la stringe per le braccia tenendola intrappolata. Cloth si contorce e cerca di divincolarsi, ma l’uomo è più forte di lei e non riesce a sfuggire alla sua presa. Il capo dei banditi le sta davanti, un ghigno sadico gli contorce il volto, la colpisce tre volte con i pugni sul ventre e Cloth si piega in due dal dolore. Crolla come un cencio nelle mani del predone e il capo le tira su la testa prendendola per i capelli, il naso le sanguina e il labbro inferiore si è spaccato.

“Ti piace combattere eh, ragazzina?”, le dice con la faccia a un centimetro dal suo viso, il suo alito puzza, i suoi occhi giallastri sono iniettati di sangue e Cloth sa che ormai è finita, non la lasceranno vivere dopo che ha ucciso i loro compagni, la violenteranno e quando si saranno stancati le taglieranno la gola. Il suo viaggio è stato molto breve, ma almeno non è caduta senza far conoscere al nemico il taglio della sua lama. “Vedremo quanto sarai aggressiva quando avremo finito con te! Tienila ferma!”, dice il capo dei predoni e prende a togliersi la cintura.

Con un sibilo che sembra quello di un serpente, una punta d’acciaio acuminata trapassa la testa del capo e gli fuoriesce dalla bocca. I suoi occhi sono spalancati dallo sgomento, ma non ha neanche il tempo di rendersi conto di essere morto che crolla a terra con un tonfo, una lancia gli trapassa il cranio. Un cavaliere al galoppo sta arrivando velocemente sulla riva del fiume, Cloth non riesce a credere a quello che sta succedendo. L’altro bandito è preso dal panico e lascia cadere la ragazza, che rimane in ginocchio sulla riva del fiume, sbigottita. L’uomo corre verso i cavalli, ma prima che riesca a salire in sella il suo inseguitore scaglia come un dardo la sua spada ricurva, e la scimitarra si pianta roteando dritta nella schiena del predone. L’ultimo assalitore atterra con un urlo e il nuovo arrivato frena la corsa del suo cavallo, fino ad arrivare a pochi metri da Cloth.

Cloth, Furia della Montagna

L'ispirazione come si sa, non ha regole, e viaggia con venti che non possono essere controllati da nessuno se non dagli Dei. Così mentre andavo avanti, a sbalzi, nella stesura dei miei due libri, oggi è nata una nuova Eroina e sono già innamorato di lei; il suo nome è "Cloth, Furia della Montagna" e questo è l'inizio delle sue avventure. Non so bene come si evolveranno ma farò in modo che siano sempre avvincenti e vi terrò aggiornati. Spero che vi piaccia. Buona lettura.

Cloth, Furia della Montagna.

Piove nero. Piove nero da due settimane. La montagna non smette di vomitare fuoco e fumo. I villaggi sono deserti. Sono scappati tutti, solo i vecchi e i malati che non avevano la forza di viaggiare e portare le proprie cose hanno rinunciato a fuggire dalle pendici del monte. I campi coltivati sono ormai sepolti da colate di magma incandescente, poche capanne a valle sono sopravvissute alle eruzioni. La terra trema per ore ogni giorno.

Cloth se ne sta china dentro la sua capanna, una delle poche scampate al disastro, vicino al giaciglio di cenci dove suo padre, disteso e coperto di pelli nonostante il caldo infernale, respira a malapena scosso dai tremori della febbre. Poco prima che la montagna si risvegliasse Shuq, il capo tribù, è caduto preda di una violenta infezione, poco dopo che un orso che stava cacciando con gli uomini del villaggio gli ferì un braccio con una zampata. La guaritrice del villaggio aveva cominciato a curare l’uomo con erbe e suffumigi ma dopo pochi giorni il cuore della Madre di Pietra si era destato e la sua furia si era scatenata.

Nei tanti anni di esistenza del villaggio la grande montagna aveva sempre risparmiato gli uomini che vivevano ai suoi piedi, donando loro una terra fertile da coltivare. Ma questa volta la sua ira è inarrestabile, tutta la vallata è invasa dalla lava e i villaggi sono un ammasso di rovine. Anche le poche casupole di pietra sono state distrutte, così come le tende e le capanne.

Cloth sta pregando gli dei, chiede che la furia della montagna sia placata e che suo padre possa sopravvivere. I suoi tre fratelli sono ormai lontani, hanno lasciato la valle in cerca di salvezza nelle terre circostanti, nei boschi, sui monti, ovunque il terrore della rabbia della terra non li possa raggiungere. La loro madre morì tanti anni fa, quando Cloth era appena una bambina. Gli uomini dicevano che era bella come una stella e che Cloth le somiglia molto. Gli stessi capelli scuri come la notte, gli stessi occhi grigi come le nuvole invernali. Lo stesso viso dolce come la primavera.

Ma Cloth ormai ha ventidue inverni e non ha mai voluto scegliere un compagno, nonostante l’età. Tutti i giovani del villaggio hanno provato a corteggiarla, ma né doni, né audacia sono mai riusciti a conquistare il suo cuore indomito. Ai più insistenti lei proponeva un duello col bastone, se fossero riusciti a batterla lei avrebbe accettato il loro amore. Nessuno è mai riuscito a vincerla e alcuni sono tornati indietro con qualche osso rotto. Cloth è figlia di Shuq, il capo tribù, Mano della Bufera. Egli è il guerriero e il cacciatore più abile della valle e tutti i suoi figli hanno appreso da lui, anche Cloth che è arrivata per ultima ed è rimasta da sola con il padre ora che il destino sembra voler distruggere tutto intorno a lei.

Cloth prega la Luna, la grande sposa del Sole di intercedere presso gli dei per placare la montagna furiosa, ora che ella non le dà più ascolto. Ama suo padre più di ogni altro e il pensiero di perderlo la tormenta; per questo è rimasta indietro quando il caos si è scatenato. I suoi fratelli hanno provato a convincerla a fuggire con loro ma lei non ha voluto sentire ragioni, anche se il padre le ordinava di andare, prima di cadere nel suo sonno tormentato.

“Ti prego Bianca Signora, più bella fra tutti gli spiriti del cielo, calma la collera della Madre di Pietra, dille che il mio popolo è sconfitto, che non abbiamo mai osato sfidarla o recarle offesa. Ti prego signora aiutami! Non lasciare che mio padre muoia! Di agli dei che dedicherò la mia vita a servirli se lo risparmiano! Farò qualsiasi cosa! Non mi abbandonare!”

Una lacrima scende piano sulla guancia della ragazza, mentre stringe la mano del padre addormentato. Cloth è forte e coraggiosa, ha ucciso lei l’orso che ha ferito il padre, ha piantato una lancia dritta nel cranio della bestia e ha gridato forte la sua rabbia; ma non è abbastanza potente da poter fermare il furore della montagna. Mentre il monte continua a ruggire Shuq si scuote lentamente e apre appena gli occhi, “Padre!”, esclama lei preoccupata. Shuq muove appena le labbra riarse, sembra essere troppo debole per parlare e chiude di nuovo gli occhi con un’espressione di sofferenza nel volto e un gemito gli sfugge. Sua figlia prende in fretta una borraccia di pelle piena d’acqua e l’accosta alla bocca del padre. “Dell’acqua padre, bevi!”, mormora piano.

Shuq riapre leggermente gli occhi e beve qualche sorsata anche se la maggior parte del liquido rimane nella sacca. Le scorte sono agli sgoccioli, presto rimarranno senza viveri. Lo sguardo del capo tribù vaga stanco per qualche momento, infine i suoi occhi scuri si posano su quelli di lei. “Figlia mia, sei ancora qui!”, dice con voce debolissima, “Devi partire, il nostro tempo è finito, la Madre di Pietra ci ha chiamati al grande viaggio, non possiamo più vivere sotto il suo mantello. Devi andartene o morirai anche tu; la mia ora è giunta, il mio tempo è finito! Vado a rincontrare tua madre, Bulut la Bella, nelle Terre Celesti, lei mi sta chiamando, posso quasi sentirla!”

“No!”, grida Cloth, “Non ti lascerò morire qui da solo! Riacquisterai le tue forze! Partiremo insieme!” Shuq sorride debolmente e posa la mano su quelle di lei. “Cloth”, le dice ancora, “Il mio destino è compiuto, non ho nulla da rimpiangere, la vita mi ha dato ogni gioia che un uomo possa chiedere e la mia fine è giunta cacciando, è una morte onorevole per me. Lasciami andare incontro ai miei avi. Prendi le mie armi e lascia per sempre la montagna. La sua forza ti accompagnerà!”

Prima che Cloth riesca a rispondere un tremore fortissimo scuote la terna sotto di loro, un boato assordante spezza il ritmo incessante dei rumori della pioggia nera e del fuoco. La Madre di Pietra sta di nuovo urlando, la sua furia questa volta è senza limiti. Dal buco nel muro da cui soleva guardare il cielo notturno ora Cloth vede un immenso fiume di lava scendere veloce dalla montagna, in pochi minuti travolgerà quello che resta del suo villaggio. La terra continua a scuotersi con violenza, l’urlo del vulcano porta un oscuro terrore nel suo cuore. Suo padre ripete forte con le ultime forze, senza che quasi lo si possa udire: “Fuggi via, scappa! Questa è la fine, la Madre di Pietra mi chiama!”. Colpi di tosse spezzano le sue parole, del sangue gli macchia la bocca, ma Shuq riprende a parlare nonostante il dolore: “Tu devi andartene! Non odiare nostra Madre, il nostro tempo qui è finito, ci ha chiamati al grande viaggio! Essa ti donerà la sua forza quando camminerai per i sentieri sconosciuti del mondo! Molte battaglie ti aspettano, la Madre di Pietra ti proteggerà!”

Shuq chiude un ultima volta gli occhi e sembra che ormai la vita lo stia completamente abbandonando. Cloth stringe forte la figura immobile del padre e gli bacia dolcemente la fronte. Calde lacrime scorrono copiose sul suo viso, il ruggito della montagna si fa di nuovo fragoroso, se non fugge adesso morirà sicuramente. “Addio”, mormora al padre che ormai non può sentirla. Si alza in fretta e getta in una sacca i pochi viveri rimasti e la poca acqua. Afferra l’ascia e si allaccia il lungo pugnale alla cintola, le uniche armi rimaste, e con un ultimo sguardo a suo padre esce velocemente dalla capanna.

Fuori il cielo sta diventando completamente nero. La montagna vomita un fumo più nero della notte stessa, il suo alito è bollente e le fiamme avvolgono i suoi fianchi. La colata di magma è ormai a poche centinaia di metri dai resti del villaggio. Cloth comincia a correre verso la pianura alla base della montagna, che sorge solitaria nella vasta distesa, colline e valli si elevano e affondano davanti a lei, le foreste e i boschi sono lontani ma se Cloth riesce a fuggire dall’ira della montagna troverà rifugio dove potrà. Corre più velocemente che può, e il grido della Madre di Pietra continua a seguirla fino a quando le gambe le fanno troppo male per andare avanti. Lei continua a correre, mentre la nube scura la segue nel cielo, per un tempo che sembra non finire mai, fino a quando il tremore e il brontolio della terra non sono che un debole ritmo lontano e poi ancora, fino a quando non cade in ginocchio ansimante e butta le braccia a terra; riesce solo a sentire le sue gambe che bruciano.

Esausta guarda dietro di se, la montagna è come una grande fiamma lontana che brucia il cielo notturno rendendolo nero e mortale. Una tristezza irresistibile le stritola il cuore, i ricordi felici della sua vita, le risa, i banchetti, la caccia, gli amici e la lotta, scorrono veloci nella sua mente. Cloth si accascia a terra e il pianto la travolge come un onda, non grida la sua rabbia, tiene stretti i denti, quasi spezzandoli, chiude gli occhi credendo di non volerli riaprire mai più. Resta così immobile per qualche istante, la minaccia ormai è lontana. Le parole di suo padre le ritornano all’improvviso nella mente. Deve vivere e non può tradire la sua fiducia, le ha donato le sue armi, il suo ultimo ricordo, lei è la figlia di Shuq, Mano della Bufera. È sopravvissuta al disastro e ora deve trovare una strada verso un nuovo futuro. Il dolore nel suo animo cede il posto alla risolutezza e Cloth apre gli occhi e alza lo sguardo verso il cielo.

Si vedono le stelle adesso e la Bianca Signora splende alta nel cielo. Lentamente si rialza e raccoglie il suo sacco e le sue armi. È ricoperta di fuliggine e i suoi calzoni corti e la sua casacca di pelle sono praticamente neri. I suoi capelli corvini sono arruffati e secchi come grano al sole, ma ora che è lontana dall’inferno di fuoco del vulcano, l’aria fresca la fa respirare di nuovo piacevolmente. Il suo corpo snello si è raffreddato dopo la corsa sfrenata e il calore bruciante del fuoco del monte. Si trova in un piccolo avvallamento fra alcune basse colline e decide di salirne una per vedere meglio ciò che la circonda. Dalla cima Cloth guarda a ovest verso la Madre di Pietra, che continua a eruttare devastazione sotto di se. La pianura è sterminata e molto lontano, a sud, una catena montuosa chiude come la linea di un ago l’orizzonte del cielo.

Cloth non è mai andata oltre le foreste della pianura, non ha la minima idea di cosa la attenda oltre le terre circostanti la Madre di Pietra. Il suo sguardo volge di nuovo alla montagna e Cloth osserva la sua casa bruciare. Una fredda determinazione scorre dentro di lei, come il sangue rosso della Madre, ma gelida come la lama della sua ascia. La furia della Madre di Pietra ha distrutto tutto ciò che aveva, ma ora vive in lei come una nuova nascita. Cloth prende il pugnale di suo padre e si incide un piccolo taglio sul palmo della mano sinistra, giura davanti alla Bianca Signora che finché avrà respiro non smetterà mai di combattere e porterà grande onore ai suoi avi nelle Terre Celesti.

Chiude gli occhi e il lontano brontolio della montagna sembra rispondere alla sua chiamata. Respira a fondo e scende dalla collina per cercare un corso d’acqua dove rifocillarsi. Più avanti, ad est, ha scorto degli alberi, lì dovrebbe scorrere un piccolo fiume e forse potrà trovare un luogo adatto per riposare. Senza voltarsi più indietro Cloth avanza nell’oscurità della notte, sotto la luce della Luna e delle stelle. Il suo futuro è ignoto e il pericolo sembra essere rimasto il suo unico compagno, ma il suo cuore è saldo, il suo sguardo è fermo, la sua mano impugna sicura la sua ascia. Pensa allo spirito di suo padre, ora ricongiunto con quello di sua moglie. Cloth cammina verso la sua sorte e non guarda mai indietro.

Sud Africa, un anno fa...

Di questi tempi, l'anno passato, ero in trepidante attesa di un evento che aspettavo da tanto tempo, il mio avventuroso viaggio nelle lande selvagge dell'Africa del Sud. Avevo preparato la partenza da mesi e sognavo di visitare quelle terre affascinanti fin da quando avevo visto, da bambino, i primi documentari sulle creature meravigliose che popolano quella parte del pianeta. E' tristemente noto a tutti ormai che l'avanzare della "civilizzazione" umana ha messo gravemente a rischio la sopravvivenza della flora e della fauna dei paesi africani, ma cercai di organizzare il viaggio in maniera tale da riuscire ad ottenere l'esperienza più naturale possibile. Scelsi quindi di partecipare ad un programma di volontariato nella riserva di Mkuzi, vicino alla costa orientale del Sud Africa.

Partii in ritardo, agli inizi d'autunno, ma riuscii a partire. Dopo aver passato mezza giornata nel chaos urbano e nella divorante e malsana atmosfera della zona aereoportuale di Johannesburgh, presi un piccola aereo che mi avrebbe trasportato finalmente nell'area della riserva. Fu il primo volo, fra centinaia, che riuscì a spaventarmi, il piccolo aereo non la smetteva di ballare violentemente, ma anche questa volta atterrai sano e salvo. Mi attendeva una macchina, che mi avrebbe condotto alla riserva e la prima cosa che notai guardando fuori dal finestrino, oltre ai rifiuti per strada, furono fitte foreste di alberi a dir poco improbabili, che già in volo spiccavano nettamente nel paesaggio. Scoprii che in quella zona il governo ha sostituito la flora locale con piante d'importazione, eucalipti che a tratti si potevano anche scorgere ordinatamente tagliati e ammonticchiati, per stimolare la produzione di legname e "rinverdire" il territorio. Al di là del beneficio economico, già questo è un grave danno agli ecosistemi locali, che si vedono privati della loro popolazione arborea naturale e sono mutilati del normale habitat per la fauna locale, causando gravi squilibri. Agli occhi sembrava di trovarsi in paradosso grottesco, migliaia di alberi alieni svettavano in alto come infinite torri di guardia di un esercito invasore.

Con il dubbio nel cuore arrivai finalmente alla riserva dove fui accolto dal responsabile di riferimento e da un altro volontario. Il cancello d'ingresso della riserva merita una menzione. Un gigantesco apparato super tecnologico con due guardie di sorveglianza e un sistema di sicurezza basato su password e codici. Sembra però incongruente che le recinzioni di protezione della riserva fossero poi dei banali reticolati metallici, alti un paio di metri scarsi, e neanche troppo spessi, da cui in svariati punti i bracconieri potevano bellamente entrare e uscire dalla riserva facendo razia degli animali lì rinchiusi. Non appena vidi la normale vegetazione sudafricana, le coriacee acace, e scorsi nella boscaglia alcune zebre e impala dimenticai ogni dubbio e cominciai a perdermi nella magica atmosfera africana. Qualcosa però non tornava.

La routine di un volontario è piuttosto regolare, sveglia prima dell'alba, giri di perlustrazione per monitorare gli animali con radiocollare che raramente si riescono a scorgere, pausa pomeridiana, ancora perlustrazioni e riposo non appena fa buio. Ogni tanto, ma raramente, qualche task alternativa come montare una videocamera trappola o in casi davvero eccezionali mettere e togliere i radiocollari. I giorni passano ad osservare dal retro di una jeep la natura intorno e le sue meraviglie. Dopo pochi giorni capii che cos'era che non andava. Tutte le attività vengono publicizzate come eco-friendly e improntate sul massimo rispetto degli altri animali e la promozione dei comportamenti virtuosi a favore dell'ambiente, sopra ogni cosa si ricorda sempre che lo scopo primario dell'iniziativa è la conservazione degli animali in pericolo e la loro sopravvivenza è paradigmatica.

Si scopre però vivendo nella riserva che tutto questo è per lo più pubblicità. La riserva è in realtà una game reserve, cioè una riserva di caccia, quasi ogni animale all'interno della riserva con i debiti permessi può essere cacciato (persino gli elefanti) in determinati periodi. Un arduo compromesso per tutelare ciò che si può, qualcuno argomenterà, ma la realtà è a mio avviso un'altra.  Lo scopo delle riserve, o perlomeno di questa riserva, è principalmente e biecamente economico. Infatti non solo i volontari sono ammessi per i sentieri e le strade del parco, ma anche un gran numero di campeggiatori (per lo più senza restrizioni) e turisti per i safari, oltre poi a cacciatori e bracconieri (illegali ma evidentemente tollerati) come abbiamo già visto. Tutto è organizzato e finalizzato a sfruttare al massimo le potenzialità economiche della riserva e persino il programma di volontariato, a posteriori, sembra piuttosto essere una campagna commerciale per promuovere dei safari a basso costo. C'è piuttosto poco di volontariato, a pensarci, nel passare giornate nel retro scoperto di una jeep ad ammirare e fotografare le bellezze naturali africane e ogni tanto accendere una radio per captare segnali vaganti, considerando anche che il "gravoso" compito è diviso fra quattro o cinque persone.

Girando per il parco notai subito che numerosi incendi erano stati appiccati in maniera sistematica. Mi fu detto che questo serviva ad aiutare la flora a riprodursi fertilizzando il terreno in maniera controllata. Dall'estensione delle zone bruciate mi sembra piuttosto che lo scopo fosse foraggiare gli erbivori, che sono la principale preda delle stagioni venatorie, di modo che questi fossero sempre (ed in effetti lo erano) in grande, e forse eccessivo, numero.  Quando una sera, al tramonto, avvistammo una coppia di giovani leoni questi mi sembrarono piuttosto abbattuti e tristi, camminavano lentamente in fila indiana costeggiando la macchina e, temo per cercare di dargli un tono, la guida a cui eravamo affidati prese a puntare in continuazione la sua torcia negli occhi dei due raminghi. In generale i predatori che incontraii mi sembrarono dei prigionieri più che ospiti di una riserva.

Un altro dettaglio che mi lasciò tristemente colpito fu la grande pubblicità che veniva fatta negli opuscoli per comportamenti e dieta ecosostenibili, quando per tutta la durata della permanenza l'unico cibo di cui ci si nutriva era principalmente costituito da carni di origine a dir poco dubbia, certamente industriali, e altri alimenti di infima o comunque bassa categoria. Si trattava di un'esperienza di volontariato è vero, ma perchè publicizzarne i risvolti di ecosostenibilità quando palesemente fasulli. La vicenda dei flash poi fu un altro strano paradosso. Ci fu vietato di utilizzare i flash delle nostre fotocamere per non disturbare gli altri animali che girovagavano per la riserva, sarebbe stato anche logico se le foto trappole sparse in ogni dove nel parco non avessero attivato a loro volta dei flash notturni talmente potenti da accecarmi per qualche secondo ogni qual volta che ne incrociai una.

Fu un bel viaggio dopotutto, in una terra che nonostante i suoi drammi esercita un grande fascino e possiede ancora un aura di profondo e forte mistero, oltre aver dato i natali al grande Tolkien. Ho visto immagini di bellezza impossibili da replicare altrove, e quella terra mi ha ispirato materiale per più di un libro. Ma ancora mi rincresce di non aver potuto vedere la tana dei licaoni dove il ranger e la guida, per supposte ragioni di sicurezza, non ci fecero arrivare, lasciandoci un'ora buona in macchina a meditare. Sarà forse per questo che scelsi di passare gli ultimi giorni a continuare a meditare, accompagnato da birra gelata. In quelle ultime ore una delle guide mi venne a cercare e intavolò con me una discussione, dal tono acceso ma quasi aziendale, credo fosse dotato di un apposito training e ricoprisse un ruolo di supervisione, sulla veracità degli sforzi e dell'impegno dell'associazione per tutelare il patrimonio naturalistico sudafricano. Mi vien solo da aggiungere: exucusatio non petita, accusatio manifesta.

La realtà come spesso succede è in questo caso controversa. Riuscire a tutelare il patrimonio naturale di un paese non è impresa da poco, anche se rappresenta un compito fondamentale e essenziale, ma credo che nel caso del Sud Africa, forse dell'Africa intera (a parte piccoli casi di eccellenza a me noti come i rescue), sicuramente a Mkuzi, il compromesso risultante penda terribilmente dalla parte dello sfruttamento economico, nudo e crudo. Conservare la natura significa proteggere, in tutto e per tutto. Non sfruttare economicamente. E se non lo capiremo al più presto sarà troppo tardi, per tutti gli altri animali e anche per noi.

Una notte, prima di ripartire, stavo fumando una sigaretta seduto sul patio della stanza che mi era stata assegnata. Ero solo, il resto del campo dormiva e i rumori notturni della savana formavano una grande, infinita sinfonia, tutto intorno. Stavo per rientrare e andarmene a letto quando un fruscio e un rumore di passi svelti si fece sentire a qualche metro di distanza, fra gli alberi, nel buio. Feci per alzarmi ma rimasi paralizzato quando sentii un grido acuto e graffiante provenire dall'ombra davanti a me. Alcuni babbuini, suppongo, si erano avvicinati e mi scrutavano dall'oscurità, lanciando grida di sfida o di minaccia. Lentamente, senza saper bene cosa avrei potuto fare presi il coltello nella mia tasca e lo tenni stretto in mano, senza nemmeno però sfoderare la lama. Un rumore assordante di grossi rami che si spezzano si interpose alle grida raggelanti dei babbuini, come a scoraggiare ogni ulteriore azione. Rimasi fermo, seduto, per interminabili minuti fino a quando le scimmie, avendomi ben redarguito, decisero di allontarsi con qualche sbuffo di derisione. Mi sentii molto sollevato. La sera successiva ritornarono, in gran numero, ma si tennero a lunga distanza e non mi spaventarono, almeno non molto. Fu un turbolento, commiato che non dimenticherò mai. L'Africa ferita, depredata, ma ancora forte e furiosa.

P.S.

L'organizzazione a cui mi rivolsi per organizzare il viaggio è Wildlife Act.

Scaglie di Drago: anteprima

In assoluta anteprima vi propongo un estratto dal nuovo libro che sto scrivendo: Scaglie di Drago. Si tratta di una saga che, se la fortuna mi assiste si articolerà in diversi libri, diversamente dal romanzo breve su cui è fondata questa pagina. Vi invito a commentare numerosi!!!🐉🐉🐉🐉

-La signora Madame era rimasta impassibile per tutto il racconto e adesso guardava Alex e Sarah con grande curiosità. Fece un respiro profondo e disse: “Mi dispiace per quello che ti è accaduto questa mattina. Immagino sia stata un esperienza davvero brutta. Ma sei stato fortunato e ne sei uscito incolume. Ora, vediamo cosa dicono le carte”. Allungò la mano sul tavolo e da una vecchia scatola in argento lavorato prese un grosso mazzo di tarocchi consunti, che prese a mischiare con gesti lenti ma sicuri. Mentre continuava a mescolare le carte annunciò: “Quello che ti è successo è una cosa molto rara, una visione dagli spiriti”.

Mescolò le carte ancora un po’, poi poso il mazzo alla sua destra e disse ancora: “Non so dirti se quello che hai visto è un evento realmente accaduto nel passato o un allegoria, ma credo che uno spirito collegato all’oggetto da cui è scaturita la visione voglia comunicare con te”. “Uno spirito?”, fece Sarah incredula. “Sì uno spirito”, rispose calma la donna, “Uno spirito è un entità che vive in una realtà diversa dalla vita come noi la conosciamo, ed esprime le sue intenzioni o, più in generale comunica, con mezzi diversi da quelli delle creature viventi. Per esempio la comunicazione attraverso visioni, che possono provenire da un oggetto, un luogo o anche semplicemente da un emozione o da un ricordo”.

Sarah rimase silenziosa, ancora presa dal suo scetticismo, ma doveva ammettere a se stessa che la donna, a una prima impressione, non sembrava essere una ciarlatana, o quantomeno pareva sana di mente. Alex rimaneva in silenzio anche lui, completamento preso dall’attesa di un responso più preciso, aspettando che Madame si esprimesse. Madame alzò il mazzo con la mano destra e poi ripose la parte inferiore di questo sopra quella superiore. Prese la prima carta e la voltò accanto al mazzo sul tavolo. Una figura umana incoronata guidava un imponente carro trainato da due possenti cavalli, la carta era orientata verso i tre ragazzi. “Il Carro rovesciato”, fece Madame pensosa, “Una grande forza è all’opera e non ti è propizia, forse un energia negativa da lontano, forse un viaggio pericoloso, probabilmente un ostacolo, difficile da superare” Madame prese un'altra carta e la posò accanto alla precedente.

Un demone stava ritto su un piedistallo con un mano rivolta verso l’alto e l’altra orientata verso il terreno, questa volta la carta era diritta. Madame disse: “Il Diavolo, non è una carta necessariamente infausta, c’è sicuramente una grande forza legata a quello che ti è successo, questa è una carta legata alle energie primordiali, agli istinti, si prepara un cambiamento importante”. Allungò di nuovo la mano sul mazzo e volto un ultima carta, che pose accanto alle due precedenti. Uno scheletro vestito di un imponente armatura cavalcava un cavallo nero, armato di una pesante falce, anche questa carta era rivolta verso la veggente. “La Morte”, fece Madame, “Anche in questo caso il significato della carta è meno inquietante della sua iconografia, questo tarocco simboleggia la forza del cambiamento, nella sua più profonda manifestazione.

Quanto ti è successo rappresenta un punto di passaggio verso una nuova situazione. Credo che gli eventi di cui sei stato testimone abbiano un importanza ben più ampia di quanto possa sembrare. Non voglio spaventarti, ma non voglio neanche che sottovaluti quanto è accaduto. Ci sono forze in gioco, in questo caso, che trascendono la normale, ordinaria, comprensione, credo che tu sia coinvolto in qualcosa che cambierà radicalmente la tua vita”. Di nuovo il silenzio si impadronì della stanza. Sarah era fremente. Ma Madame riprese a parlare prima che Sarah potesse sfogarsi: “Come vi accennavo prima quello che è successo ad Alessandro è qualcosa che riguarda il mondo degli spiriti. Una visione è un messaggio molto potente, se accade di riceverne una di solito vuol dire che gli spiriti stanno cercando di mandarci un messaggio, e per quanto posso vedere da questa lettura il messaggio che hai ricevuto è di grande importanza e riguarda un cambiamento che concerne forze molto potenti…”, fece una pausa e prese un'altra carta dal mazzo per metterla in fila accanto alle altre.

Una giovane donna stava al centro di una ghirlanda di fiori, incorniciata da quattro figure: un angelo, un aquila, un toro ed un leone. “Il mondo”, disse Madame con tono turbato, “Come pensavo quello che ti è accaduto ha un importanza più profonda di quello che potrebbe sembrare, ti trovi al centro di una vicenda che avrà conseguenze di estrema portata, il messaggio che hai ricevuto proviene da poteri che…” Sarah non seppe più trattenersi e sbottò: “Un momento! Spiriti? Messaggio? Conseguenze? Quali spiriti? E quali conseguenze? Tutto quello che ci ha detto suona molto drammatico signora Madame, ma mi sembra che lei si esprima in termini un tantino vaghi e molto altisonanti. Come fa a dire che quello che è accaduto abbia questa grande risonanza se non sa nemmeno da dove proviene questo messaggio?”-

Secondo estratto

Eccovi un altro estratto del libro, l'incontro fra la tigre e il cavaliere, protagonisti di questo racconto, spero vi piaccia:

"Il cavaliere continuava a percorrere il sentiero innevato nella foresta, sempre all'erta contro ogni pericolo. Mentre gli alberi continuavano a divenire meno fitti tutto intorno ebbe la netta sensazione che qualcuno lo seguisse. Si voltò di scatto, arma in pugno, ma dietro di lui non vide altro che le ombre del crepuscolo che si allungavano dai rami e dalle rocce sul terreno. Solo le sue orme formavano una lunga traccia fino al punto in cui si trovava, lentamente ricoperte dalla costante, seppur lieve, nevicata. D’un tratto gli parve di scorgere una grande ombra alla sua sinistra fra gli arbusti, ma di nuovo quando puntò lo sguardo in quella direzione non vide nulla. Si rimise in marcia e dopo po-chi passi ancora una volta scorse del movimento fra gli alberi al lato del sentiero, questa volta alla sua destra.

Fece finta di non accorgersi della cosa e continuò a camminare con la spada sguainata nella direzione indicata dal sentiero. I suoi occhi si spostavano preoccupati da una parte all’altra, un rivolo di sudore gli percorse la schiena per raffreddarsi pia-no sulla pelle e la sensazione di essere seguito da qualcuno si fece man mano sempre più intensa e inquietante. Il sentiero cominciò ad allargarsi e, dopo aver percorso po-che centinaia di metri, il cavaliere si trovo all’ingresso di una grande radura colma di neve incorniciata da abeti e faggi che formavano un recinto dalle larghe maglie intorno allo spiazzo. Al centro della spianata sorgeva una roccia nera gigantesca alta più di tre metri e larga altrettanto, parzialmente imbiancata dalla neve.

Il cavaliere ebbe l’impressione di averla già vista e si avvicino alla base del masso per esaminarlo. Alla radice del monolite, semicoperte dalla neve, il cavaliere notò delle incisioni fatte nella roccia e ricordò d’improvviso la visione del ragazzo chino sulla roccia di ossidiana che incideva qualcosa su di essa. Il cavaliere si inginocchio e tolse con la mano guantata la neve dalla superficie del masso per rivelare una serie di rune, incise in cerchi concentrici nella roccia, che avevano forme acumi-nate e contorte. Al centro della trama spiccava una runa dipinta di rosso scarlatto che ricordava l’immagine stilizzata di un cuore spezzato. Il cavaliere scosse la testa incredulo, l’incisione sembrava in apparenza essere un marchio dello stregone.

Sfiorò appena la runa centrale con le dita e, mentre il sole finalmente calava oltre le cime degli alberi, avvertì un basso ringhio provenire dalle sue spalle. Si volto in piedi, spada alla ma-no, per vedere un tigre nera che lentamente si avvicinava dagli alberi al centro della radura, muovendosi a passi felpati, scanditi da un basso e spaventoso brontolio. La tigre si fermò a una decina di metri da lui e immediata-mente ai due lati del cavaliere altre due fiere identiche fecero il loro ingresso nella radura ringhiando sommessamente con la testa bassa vicino al terreno. Raggiunta la stessa distanza dal cavaliere della prima tigre tutte e tre presero a camminare lentamente in circolo attorno alla roccia e al cavaliere, mantenendo sempre la stessa distanza da questo e dalla roccia.

La prima tigre, notò il cavaliere, doveva essere quella che lo aveva assalito sul sentiero poiché aveva una striscia rossa di sangue dove il cavaliere era riuscito a colpirla. Intrappolato fra le belve feroci, congelato da freddo e paura, il messaggero indietreggiò fino a sbattere con la schiena sulla roccia. All’improvviso un enorme ombra delineata dalle ultime luci del giorno, dietro di se, si proiettò sul cavaliere; egli si voltò di scatto, dimenticando per un attimo le tigri che lo circondavano e guardò verso l’alto. Sulla cima della roccia ricoperta dalla neve il cavaliere vide un immagine terrorizzante, un'altra tigre nera, grande quasi il doppio di quelle che lo avevano intrappolato, incombeva su di lui e sprigionò un basso ruggito.

Il cavaliere, in preda al panico, fece per colpire la tigre con un fendente di spada, ma questa scattò in avanti col muso mostrandogli le zanne affilate ed emettendo un ringhio ancora più profondo, lo fissò dritto negli occhi ed egli sentì tutta la sua aggressività svanire come portata via dal vento. Abbassò la ma-no della spada, ipnotizzato dallo sguardo profondo della belva e dai suoi occhi color ambra. La tigre alzò il capo ed emise un lungo e sonoro ruggito, guardò le altre tre fiere e queste presero ad allontanarsi lentamente dalla radura nella direzione da cui erano giunte."

Uno, tanti, cento virus

 

Di Simone Porcu

Comincio questo articolo con una considerazione di fatto. La crisi del corona virus è stata almeno stando a quanto i media vogliono farci intendere, e ricordiamo sempre il quarto potere, l'evento epidemico più grave nella storia dei media stessi.

Non voglio in nessun modo sminuirne le catastrofiche conseguenze ma già solo la copertura mediatica riservatagli sembra sintomo di una necessità che poco ha a che vedere con la tutela della salute pubblica.

Che cosa intendo? Recentemente la notizia che l'infettivologo scopritore dell'HIV ha affermato che il virus che sta affliggendo la popolazione umana è stato creato in laboratorio, ha scosso i nostri cervelli. Ma, se un uomo la cui parola ha tale credito spende questo, per fare un affermazione di portata così ampia, anche questo sembra sintomo di qualcosa di importante. Se è vero che questo virus è stato prpdotto in laboratorio, devono anche essere vere alcune teorie complottiste che tanto hanno in comune con le fake news ma ogni tanto ci azzeccano.

Sospetto che la reazione dei media, a questo punto, sia stata dettata dal fatto che la popolazione non avrebbe dovuto reagire come un branco di scimmie impazzite ad un virus più letale e aggressivo del solito. Questo considerando che un virus non puó, considerando probabilità e prudenza, rilasciarsi da solo da un laboratorio dove, a rigor di logica, esisteranno misure di sicurezza più che adeguate per prevenire eventi casuali, o saremmo tutti già trapassati da lungo tempo.

Il problema in realtà è che se abbiamo raggiunto numeri di popolazione di magnitudo tale, da non essere piú un peso sostenibile per il pianeta, in qualche modo i famosi poteri forti devono mettersi all opera, chiamatela se volete cabina di comando. Questo che ci piaccia o no, che noi siamo credenti o meno, si chiama, almeno per quanto mi riguarda, selezione naturale, processata, industrializzata, spietata, anche fittizia ma pur sempre necessitata.

E dal tenore dei discorsi da bar, che abbiamo il permesso di riprendere in massa nella nostra movida, sembra che questa necessitá sia tanto inascoltata quanto presente. Esistono molti corona virus ma il virus peggiore è l'avidità e finchè non capiremo che siamo altri animali su questo pianeta, bello o brutto, decitelo voi, e che come tutti gli altri sottostiamo alle leggi della natura, divina o meno essa voglia essere considerata, non basteranno tutte le mascherine del mondo a nascondere le nostre invidie.

Questo virus ha preso per lo piú persone anziane, tante, e dove le cure sono scarse probabilmente le cose sono andate anche peggio, i morti sono comunque tanti, cifre presunte, reali o sminuite. È triste, è davvero triste ma siamo stati molto fortunati, troppo se lo compariamo ai danni che apportiamo al pianeta in termini di equilibri ecosostemici. Il pianeta per adesso è solo uno e dobbiamo cavarcela da soli come umani, almeno fino a quando non vorremo essere altri animali.

Un'estratto dal mio libro: Mezzocuore

Eccovi una piccola anteprima del mondo di Mezzocuore. Voglio condividere con voi un frammento del mio libro, che non è la classica introduzione che viene proposta da Amazon. Si tratta di una delle mie parti preferite, forse quella che ho amato di più dell'intero libro. Spero davvero che vi piaccia e che vi invogli a leggerlo:

Nel sonno il cavaliere si trovò di nuovo nella foresta. Aprì gli occhi e si scoprì disteso in mezzo all’erba, lentamente cominciò a rialzarsi, intorno a lui la neve era sparita. Si trovava ancora in mezzo al sentiero, ma adesso non vi era segno dei rigori del freddo. Sembrava mezzo giorno e un lieve tepore irradiava dalla chioma degli alberi mentre una luce tenue e soffusa incorniciava piccoli vortici di polline nell’aria. La primavera aveva preso possesso della foresta e gli alberi che costeggiavano il sentiero sembravano animati di nuova vita, il ronzio degli insetti vibrava placido nell’atmosfera e il canto degli uccelli creava un morbido ricamo sonoro intessuto da un vento dolce che agitava le luminose foglie verdi sulle fronde.

All’improvviso il messaggero sentì un soave canto femminile venire dal sentiero davanti a sè, una voce calda e fresca, cristallina e sonora, una melodia affascinante che, senza che se ne rendesse conto, lo spinse a incamminarsi avanti sul sentiero, rapito dall’incanto dell’armonia che la musica creava in mezzo al bosco. Dopo poche decine di passi il cavaliere si voltò di lato e scorse una figura di donna china sulla riva di un laghetto sotto una piccola cascata, intenta a muovere la finissima sabbia sulla riva. La donna si voltò e il canto cessò mentre piano si alzava completamente per rivelare il sembiante di una bellezza senza paragoni, un immagine di perfezione tale da rendere il luogo intorno a sè un riflesso del suo aspetto, in una perfetta alchimia fra forme che risaltava sè stessa all’infinito. La foresta sembrava incarnarsi nella donna e viceversa.

Era vestita di un abito lungo del colore delle foglie primaverili dei sempreverdi, gli orli delle maniche cascanti sui polsi riccamente ricamati come quelli della casta scollatura e della lunga gonna, con spesso filo d’argento, ricco di motivi floreali di foglie d’edera, rose, garofani e peonie. Il centro del corsetto era intessuto con la forma di un magnifico albero di frassino, le cui fronde andavano ad abbracciare morbidamente i fianchi e il petto dell’ultraterrena bellezza della donna. Era alta, snella, ricca ma leggera nelle forme. I capelli, lunghi fino alla cintola, erano di un bruno tenue, simile alla terra scaldata dal sole, gli occhi del colore delle legno scuro. La carnagione di un chiaro rosato incorniciava un volto nobile che sembrava quasi elfico, con tratti così armoniosi da risultare quasi impossibili, fronte alta, guance floride, occhi e sopracciglia felini, naso perfetto, bocca carnosa e mento arrotondato.

Un diadema di legno bianco e di argento, costellato di piccoli diamanti, le incorniciava il capo di piccole punte per congiungersi sulla fronte in una piccola v, creando una corona lucente sulla sua testa. Sul suo petto un ciondolo sorreggeva una pietra di rubino che emetteva un bagliore etereo. La donna sorrise e il tempo sembrò fermarsi per il cavaliere. Si sentì riempito di calore materno, di amore, di gioia, di vigore e di forza e di una serenità e una calma che raramente prima di allora aveva potuto sperimentare. Il cavaliere fu sul punto di inginocchiarsi, ma la donna parlò prima che potesse completare il gesto. “Benvenuto viandante, ora ti prego riposa, il tuo viaggio si è fatto pericoloso e arduo come ti era stato predetto!”.